Per chi indaga l’ultima sfida affidata ai social non si è concretizzata. Youssef Siher, il 31enne bresciano, nato a Gavardo e residente a Mazzano, di origini marocchine ritenuto dagli inquirenti una figura centrale del Movimento 17 ottobre, nelle prossime ore comparirà davanti al gip per l’interrogatorio di convalida del fermo scattato la notte scorsa con l’accusa istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Accuse che l’indagato respinge. A pesare sul quadro ricostruito dalla Procura di Milano sono soprattutto i messaggi diffusi attraverso i canali social, seguiti da decine di migliaia di utenti. «Dobbiamo fare come la Francia, lì sono bene organizzati e soprattutto attivi» avrebbe scritto in un messaggio che la Polizia di Stato ha ritrovato analizzando il cellulare del giovane che è fin qui sempre rimasto in silenzio.
Il suo avvocato
Come il suo avvocato che preferisce non dichiarare nulla in questo momento. Secondo il pm di Milano che ha firmato il fermo come indiziato di delitto «parte degli utenti era pronta a usare violenza per colpire il sistema».
Secondo la ricostruzione degli investigatori, il blitz di sabato mattina quando il giovane è stato fermato a casa di un’amica nel Milanese avrebbe impedito che venissero comunicati i nomi delle piazze in cui sarebbero dovuti confluiti migliaia di giovanissimi.
I più giovani
È proprio sui più giovani che, stando agli atti di inchiesta, Siher avrebbe esercitato la propria capacità di persuasione, «alimentando la rabbia» e spingendo una parte degli utenti verso posizioni sempre più radicali. I numeri danno la misura della platea raggiunta: quasi 50mila utenti su Instagram e circa 10mila su Telegram. Canali e gruppi chiusi nelle ultime ore dalle forze dell’ordine.
Un altro elemento al centro dell’inchiesta è il cosiddetto «manuale del rivoluzionario», pubblicato su Telegram alla vigilia della mobilitazione e ispirato alle primavere arabe. Il documento di 21 pagine conteneva indicazioni per coinvolgere altre persone, partecipare alle iniziative in gruppo e prepararsi all’eventuale uso dei lacrimogeni, oltre a suggerimenti sull’abbigliamento da indossare durante le manifestazioni. Gli investigatori stanno inoltre approfondendo l’ipotesi che Siher abbia utilizzato le proprie competenze informatiche e strumenti di intelligenza artificiale per pianificare le attività, cercando di non lasciare tracce.
A Mazzano
Fuori casa regna il silenzio tipico delle domeniche di fine ottobre, spezzato soltanto dal rumore delle auto che viaggiano sulla provinciale. Della madre e del fratello minore di Youssef Siher da due giorni non c’è traccia. La tapparella della finestra centrale dell’appartamento situato al primo piano è ancora alzata, esattamente come era sabato sera, quando la notizia del fermo dell’uomo aveva già fatto il giro d’Italia. A impedire a occhi indiscreti di guardare se ci sia qualcuno all’interno ci sono tende bianche e rosse. Le altre finestre, invece, hanno la tapparella abbassata.
I vicini
I vicini si allontanano velocemente per evitare di essere intervistati, mentre quelli che al primo freddo autunnale hanno preferito restarsene a casa, al citofono rispondono quello che da due giorni ripetono ai cronisti. «Una famiglia molto riservata, soprattutto la madre - dice una signora -. Il padre è mancato un anno fa, con lui capitava spesso di scambiare due parole, una persona educata e integrata. Una notizia che ovviamente ci ha sorpresi, non ce lo saremmo mai aspettato. Qui abbiamo i nostri problemi, come spaccio e degrado, ma mai avremmo pensato a una cosa così, anche perché proprio non ci sembrava una persona violenta».
Queste sono un po’ le frasi che tutti in paese ripetono, quasi come un copione imparato a memoria nelle ultime ore. Qualcuno è visibilmente infastidito dalle domande, ma non c’è omertà, più che altro si capisce che quella di Siher non è una famiglia particolarmente conosciuta.
In oratorio
In oratorio, situato a pochi metri di distanza dalla loro casa e dalla scuola elementare Rita Levi Montalcini, gli adulti spiegano di averli visti passeggiare lungo la pista ciclopedonale che porta a Molinetto in più di un’occasione, ma «non frequentano l’oratorio», spiega il volontario dietro al bancone del centro giovanile mentre un gruppo di anziani gioca a carte. Sul campo da calcio in sintetico c’è un gruppo di adolescenti, più o meno avranno l’età del fratello minore di Youssef. «Non frequenta l’oratorio, non lo conosciamo», chiude rapidamente un ragazzino prima di tornare a calciare il pallone verso la porta.
Incredulità
Insomma, tra i residenti c’è incredulità e stupore. Sia da parte di chi conosce superficialmente la famiglia sia da parte di coloro che hanno appreso la notizia dalla stampa o dalla tv. Incredulità anche da parte dal parroco don Claudio Andreoletti: «Ho sentito, ma non conosco assolutamente la famiglia, certamente la notizia ha sorpreso tutti noi».
Non sapeva nulla nemmeno il sindaco, Ferdinando Facchin: «Tutto quello che so l’ho letto sui giornali. Mazzano è una comunità aperta, ci sono molti ragazzi musulmani che frequentano l’oratorio e non ci sono casi di radicalizzazione politica o religiosa, almeno non a nostra conoscenza. Come tutti i comuni abbiamo problemi con alcuni ragazzi - sia chiaro, non solo di origine straniera -, ma su questa famiglia non avevamo nulla. Mai avuto alcuna segnalazione. Una notizia che ci ha sorpresi».



