«Brescia non è insicura, ma va ascoltata la paura dei cittadini»

Il professor Carlo Alberto Romano (Università di Brescia): «I dati dicono che viviamo in uno dei Paesi più sicuri, ma la percezione è un’altra»
In carcere. Rachid Karroua è in cella a Canton Mombello da mercoledì
In carcere. Rachid Karroua è in cella a Canton Mombello da mercoledì
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Il dodicesimo rapporto sulla Qualità della vita, la ricerca promossa dal Giornale di Brescia in collaborazione con Bper Banca, si avvale quest’anno della collaborazione dei due atenei cittadini, ovvero l’Università degli studi di Brescia e l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Oltre agli interventi del rettore Castelli e del prorettore Taccolini, altri professori hanno commentato, ciascuno per il proprio ambito di studi, uno dei temi principali oggetto della ricerca.

Questo l’intervento del professor Carlo Alberto Romano, professore associato nel dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Brescia.

Si parla spesso di sicurezza reale e percepita, anche a Brescia. Qual è la sua opinione sulla sicurezza del capoluogo? Brescia è una città sicura?

La domanda presuppone una doverosa premessa. Come ci hanno insegnato le teorie costruttiviste, la realtà fenomenica non è mai oggettiva e unica, ma viene «costruita» da ogni soggetto attraverso l’esperienza personale e le elaborazioni di tale esperienza. Non si tratta quindi di una mera rappresentazione della realtà, ma di una vera e propria percezione soggettiva, frutto dell’interazione fra l’individuo e il suo ambiente sociale. Questo è il motivo per cui io potrei rispondere con convinzione che sì, Brescia è una città sicura e il mio dirimpettaio, che vive evidentemente una realtà non così dissimile dalla mia, potrebbe invece essere convinto del contrario.

Statisticamente Brescia e la sua provincia si collocano in una fascia che non suscita particolare allarme, eccezion fatta per alcune specifiche categorie di reato, e si allinea alle emergenze statistiche delle realtà socio demografiche contigue.

Questa (dis)percezione alimenta però paure e timori che incidono grandemente sulla qualità di vita delle persone e che sarebbe un grave errore catalogare semplicemente nell’area della superficialità interpretativa; in realtà esse ci dicono di un diffuso bisogno di rassicurazione che le istituzioni non possono e non debbono ignorare, ma a cui devono rispondere offrendo chiare indicazioni comportamentali, mostrando un convinto impegno nel contrasto alle situazioni che generano vissuti di insicurezza.

Le diffuse risse in pubblico e il fenomeno delle baby gang fanno parte appieno della società odierna. Ma quella di oggi è una società meno sicura di quella di almeno 30 anni fa, quando il numero degli omicidi era di gran lunga superiore ad oggi?

Agli inizi degli anni ’90, in Italia, gli omicidi raggiunsero un picco di controtendenza nella curva della vittimizzazione omicidiaria, peraltro in costante calo dall’unità d’Italia a oggi, con un valore di oltre 1.900 omicidi in un anno. Non fu il numero di omicidi più elevato in assoluto riscontrato nel nostro Paese, dopo le guerre i numeri furono ben più rilevanti, ma certo fu il culmine di un periodo di turbolenza sociale, connotato dai fenomeni della violenza politica e delle guerre di mafia che interessarono l’Italia di quegli anni. Oggi siamo scesi da almeno un quinquennio intorno ai 300 omicidi volontari l’anno e nell’anno del Covid addirittura sotto i 300. Siamo uno dei Paesi più sicuri al mondo, da questo punto di vista, in cima alle classifiche dei 27 paesi UE e anche alle classifiche del Consiglio d’Europa.

Sul fronte omicidi l'Italia è uno dei paesi più sicuri al mondo © www.giornaledibrescia.it
Sul fronte omicidi l'Italia è uno dei paesi più sicuri al mondo © www.giornaledibrescia.it

L’Italia attualmente ha un rischio di vittimizzazione omicidiaria dello 0,54 per 100.000 abitanti; vi sono paesi europei con valori dieci volte superiori, così come è per gli Stati Uniti. Eppure basta un video di una rissa scoppiata in Corso Garibaldi e tutto questo passa in second’ordine. Ovvio che la rissa e il suo potenziale lesivo non devono essere sottovalutati, ma vanno collocati in un contesto nel quale tali accadimenti, per fortuna, rappresentano eccezioni e non norme e d’altra parte la rapidità con cui le Forze dell’ordine riescono a individuare i responsabili e ad avviare le relative azioni penali ci dice che il sistema tiene ed è ben governato da chi è preposto a farlo.

Sul tema baby gang, termine di pura invenzione giornalistica, non presente nella letteratura scientifica internazionale, men che meno quella anglofona, vorrei aggiungere che ho avuto occasione di occuparmene dettagliatamente, contribuendo in qualità di responsabile scientifico a una interessante ricerca sviluppata dal Comando della Polizia locale di Brescia. A tale ricerca, disponibile per chiunque voglia approfondirne la lettura, rimando per le specifiche del caso Brescia, che non si discosta da altre analoghe ricerche, svolte sul territorio nazionale e che, complessivamente, ridimensionano notevolmente l’impatto perlomeno dimensionale di tali accadimenti, la cui frequenza è certamente maggiore nella narrazione mediatica che non nei relativi fascicoli giudiziari.

Cosa diversa e assolutamente opportuna è invece la cura e l’attenzione che vanno riservate a chi si trovi ad aver malauguratamente subito atti criminali, soprattutto se trattasi di vittime minorenni o in condizioni di maggior fragilità; a esse va garantito ogni sforzo per far sì che la vittimizzazione subita non produca traumi indelebili e perduranti nel tempo.

La criminalità sembra stia cambiando pelle: aumentano sì i furti nelle case, ma anche frodi e truffe informatiche. A cosa stiamo assistendo?

La domanda è corretta; stiamo assistendo a un cambiamento negli scenari della criminalità e quella informatica è la sfida più importante che ci attende negli anni a venire. Un primo assaggio di questo nuovo trend, si ebbe proprio nell’anno del Covid; in quell’anno gli indici della criminalità, complessivamente intesa, ebbero un evidente decremento – intorno al 25% – e in parte facilmente riconducibile al lockdown cui fummo sottoposti. Ciononostante, anche in quell’anno due fattispecie delittuose, non diminuirono e anzi crebbero, e furono lo spaccio di stupefacenti (termine giuridicamente non corretto, ma di ampia diffusione) e i reati informatici che ebbero un aumento addirittura del 50%.

Oggi appare evidente come quel fenomeno fosse l’anticipo di una tendenza che negli anni successivi si sarebbe consolidata e che porto una fetta sempre più ampia di popolazione a utilizzare strumenti informatici per gestire azioni fino a quel momento poste in essere in modo tradizionale, dall’home banking alle validazioni con una propria identità digitale. Ovviamente non tutta quella popolazione era adeguatamente attrezzata dal punto di vista tecnico per affrontare quella situazione, e in questi buchi di competenza, il malaffare non ha certo perso l’occasione per insinuarsi, tra l’altro godendo appieno delle nuove risorse fornite dal progresso tecnologico.

Sorprendentemente, ma fino a un certo punto, Brescia emerge come una delle capitali dei reati informatici, ma se si pensa alla ricchezza del tessuto imprenditoriale e commerciale bresciano, non si fatica a capire perché anche sotto questo profilo, anche se ne avremmo fatto volentieri a meno, Brescia risulti ancora una volta un territorio particolarmente attrattivo.

Brescia resta comunque maglia nera nell’ambito della detenzione, ospitando una delle carceri più sovraffollate d’Italia. Siamo ancora lontani dall’applicazione di un’idea di detenzione riparativa in Italia? E perché?

La situazione bresciana è ormai nota da tempo: sovraffollamento elevato e strutture inadeguate. Tuttavia, il tema dell’efficacia della pena in relazione all’auspicata riduzione del rischio di recidiva e – quindi – di un elevato livello di risocializzazione delle persone che terminano il loro percorso di giustizia, richiede una lettura che comprenda anche altri elementi.

Il carcere di Canton Mombello - Foto Gabriele Strada /Neg © www.giornaledibrescia.it
Il carcere di Canton Mombello - Foto Gabriele Strada /Neg © www.giornaledibrescia.it

Per esempio, non si può immaginare che un luogo nel quale tutto è incerto possa risultare utile alla costruzione di una nuova identità personale, diversa dalla deviante. Oggi in carcere - e non solo a Brescia - la persona che sconta la pena non ha certezza di poter ricevere una risposta ad alcuna delle richieste che formula all’interno della struttura: non può sapere se e quando potrà parlare con il magistrato di sorveglianza, se e quando potrà incontrare un educatore, uno psicologo, un operatore del Sert, non sa con chi condividerà una cella e non sa nemmeno quando potrà iniziare a telefonare ai familiari o a fare colloqui di persona con loro.

Ancora peggio dell’incertezza interna, però, è quella che riguarda il percorso all’esterno, programmabile solo quando esistono presupposti non facilmente esperibili e in gran parte dipendenti dalla possibilità di riuscire a interagire con gli operatori all’interno della eccessivamente vasta popolazione penitenziaria.

Se a tutto ciò si aggiungono altre variabili come l’essere straniero, l’essere giovane o anziano, l’essere donna, l’essere dipendente da sostanze, l’avere un problema di salute mentale o compendiare in sé molte di queste condizioni, la possibilità che il carcere, così come risulta essere oggi, assolva al compito affidato alle pene dalla costituzione diventa molto aleatoria.

Purtroppo, l’inadeguatezza del sistema penitenziario, ripeto, così come risulta essere oggi – a causa del deterioramento subito negli ultimi 30 anni – è il frutto di un orientamento anche culturale che individua nella vendetta l’unica risposta possibile al male fatto, ritenendo tale risposta promotrice di maggior sicurezza. E Canton Mombello, da questo punto di vista, si impone come esempio eclatante.

Invece – e ormai da tempo – gli studi di settore ci dicono, sulla base di dati empirici ampiamente validati, che un allontanamento dal rischio di recidiva duraturo si ottiene solo se la pena espiata si traduce in un messaggio positivo, scaturito da progetti condivisi di riscrittura del proprio futuro, all’interno di logiche di legalità.

Quali sono gli effetti sociali di un Paese che non garantisce dignità e sicurezza ai propri detenuti?

La creazione di una nuova categoria di vittime, reali o percepite che siano, come accade con le persone che oggi scontano le loro condanne in carceri inadeguate e in condizioni del tutto inidonee alla ri-costruzione di identità positive, non porta verso una coscienza della sofferenza causata e men che meno maggior sicurezza – tema spesso evocato dalla politica, ma non sempre in modo coerente –. Se è formalmente condivisa la volontà di voler dare maggior dignità e giustizia alle vittime di reato, in concreto accade che dignità e giustizia vengano invece sottratte a chi sta scontando una condanna; e ciò finisce per frapporsi a un efficace cammino di responsabilizzazione per gli autori dei reati, necessario per comprendere davvero il male che si è fatto alle vittime e alla intera comunità.

L’idea che non far respirare i cattivi serva a dare più ossigeno alle vittime è infondata sebbene sia in grado – purtroppo – di catalizzare facili consensi. Una simile posizione resta tristemente controproducente, ma per comprenderlo diviene necessario abbandonare l’idea che la tutela dei diritti di chi sconta una pena sia necessariamente in contrasto con quella di chi è vittima di reato. In realtà un Paese che ha a cuore la tutela delle vittime e la prevenzione della vittimizzazione dovrebbe occuparsi convintamente anche delle persone in esecuzione penale in modo da garantire che il tempo del castigo possa chiudersi riconsegnando le esistenze «deviate» alla proficua convivenza sociale e alla legalità. 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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