Opinioni

Per Meloni l’ultimo tratto di legislatura è decisivo

Bisogna vedere se la premier saprà compiere l’ennesima evoluzione, trasformandosi da «pontiere» transatlantico a pilastro della stabilità europea
Roberto Chiarini

Roberto Chiarini

Editorialista

La premier Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La premier Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Giunta all’ultimo miglio della legislatura, Giorgia Meloni si trova di fronte a un bivio cruciale, costretta ancora una volta a reinventare se stessa e la postura del suo governo. Non è una novità assoluta per la leader di Fratelli d’Italia. Già all’indomani del voto del 2022, si vide costretta ad operare una metamorfosi rapida e per certi versi sorprendente: archiviate le tonalità più accese del populismo di destra e dell’euroscetticismo della prima ora, traghettò la sua azione verso un conservatorismo pragmatico.

Una svolta visibile soprattutto nel rigoroso rispetto delle compatibilità di bilancio imposte da Bruxelles e dai mercati, e in un ferreo allineamento alla tradizionale politica estera italiana, pilastro di sostegno all’appartenenza convinta alla Nato e all’alleanza strategica con gli Stati Uniti. Oggi, quel fragile equilibrio non regge più. Nuove faglie si stanno aprendo sia sul fronte interno che nello scacchiere globale, imponendo una seconda, e forse più complessa, mutazione della sua leadership.

In politica interna, la novità più rilevante e insidiosa è la nascita di una nuova forza politica, posizionata al di fuori dell’attuale perimetro del centrodestra: Futuro Nazionale. Fino ad ora la competizione tra i vari partner della maggioranza è stata gestita – e, bene o male, risolta - all’interno della coalizione. La comparsa di un soggetto esterno candidatosi a intercettare l’elettorato di destra, deluso dai compromessi consumati dal governo, procura a Meloni due seri problemi. Mette a rischio la tenuta della coalizione e impone la necessità di rimediare alla frattura intervenuta nel campo della destra. La leader di FdI è chiamata a svolgere un esercizio di altissimo equilibrismo politico. Innanzitutto, deve arginare l’offensiva sviluppata da Vannacci per scongiurare la sconfitta al prossimo appuntamento elettorale del 2027. In secondo luogo, non può procrastinare l’aggiornamento dell’identità di FdI, dopo che s’è infranto l’incantesimo, durato fin troppo a lungo, di una sua egemonia sull’intera destra ex missina.

La strada imboccata dalla premier sembra essere quella di isolare Futuro nazionale, mettendo il suo popolo di fronte alla scelta, esistenziale per la destra, di serrare le file o di comportarsi da servo sciocco della sinistra cui spalancherebbe le porte di Palazzo Chigi. La recente uscita di Meloni, inedita per un capo di governo, di porre al centro della campagna elettorale per le politiche il problema dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, risponde a un preciso calcolo tattico: mettere l’elettorato scontento della destra di fronte alla responsabilità di fare il gioco dei compagnucci se alla fine non sarà disposto a sostenere (per quanto «turandosi il naso», direbbe Montanelli) la sua coalizione. La mossa tattica non risolve, però, il dilemma di fondo di FdI: restare nel perimetro di una destra populista o divenire pienamente una destra conservatrice lasciando al suo destino Vannacci?

Le insidie per Palazzo Chigi non finiscono qui. Altre si profilano sul terreno della geopolitica. Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, l’ambizione dichiarata di Roma era quella di svolgere un ruolo di «ponte» strategico tra l’Europa e Washington, facendo leva sulla sintonia politica e sulle relazioni personali coltivate da Meloni con l’universo repubblicano americano. Nelle intenzioni, l’Italia avrebbe dovuto essere l’interlocutore privilegiato di Trump sul suolo continentale. Di fronte all’approccio fortemente transazionale, isolazionista e protezionista della nuova amministrazione USA, l’illusione di una «corsia preferenziale» bilaterale è andata in crisi. Per non rimanere schiacciata, Meloni non può evitare di compiere una conversione: integrarsi meglio con gli altri partner dell’Unione Europea. Solo un’Europa coesa può sperare di negoziare da pari a pari con la Casa Bianca di Trump su dazi e sicurezza.

Il peggioramento delle prospettive economiche globali provocato dalla crisi di Hormuz ha ridotto inoltre al lumicino gli spazi per approntare corpose manovre di bilancio. Meloni non può più permettersi quindi il lusso di solipsismi o di battaglie ideologiche a Bruxelles. La difesa dell’interesse nazionale, nell’ultimo miglio del mandato, passa inevitabilmente per una sponda più solida con Parigi e Berlino. Resta da vedere se la premier saprà compiere questa ennesima evoluzione, trasformandosi da «pontiere» transatlantico a pilastro della stabilità europea, o se le contraddizioni interne della sua maggioranza (per non dire dell’ostilità su questo fronte dei «futuristi») finiranno per bloccarle le ali proprio sul più bello.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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