Opinioni

Perché Futuro Nazionale non va sottovalutato

Oggi, con un consenso stimato oltre il 5%, è da irresponsabili liquidare il partito di Vannacci come una meteora passeggera
Roberto Chiarini

Roberto Chiarini

Editorialista

Il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci
Il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci

Siamo di fronte a una nobile guerra delle idee o a una ben più prosaica conta dei numeri? È questo l’interrogativo che investe i palazzi della politica davanti all’esplosione del fenomeno Futuro Nazionale. La sensazione è che sia la destra sia la sinistra stiano giocando una partita a scacchi cinica.

Non cercano davvero di confutare o emarginare il generale Roberto Vannacci, ma tentano di capire come utilizzarne il bottino elettorale. Da un lato, la maggioranza di governo valuta come cannibalizzarlo o integrarlo per blindare i propri numeri. Dall’altro, l’opposizione spera che la sua ascesa faccia saltare il banco del centrodestra, mandandolo in minoranza. Eppure, liquidare la questione come un banale calcolo parlamentare significa non aver capito la natura del problema.

All’indomani della pubblicazione del best seller di Vannacci Il mondo al contrario, l’establishment culturale e politico ha reagito con il solito riflesso condizionato: sufficienza, snobismo, persino ironia. Un errore di valutazione imperdonabile.

Quella che era stata derubricata come una provocazione eccentrica si è trasformata in una presenza politica profondamente destabilizzante. La rozzezza delle uscite del generale e l’improntitudine nel sostenere tesi fino a ieri ritenute impronunciabili nel dibattito pubblico non lo hanno minimamente danneggiato. Al contrario, sono diventate la piattaforma stessa del suo successo. In un’epoca di spossatezza democratica, la rottura dei tabù viene percepita come autenticità e il linguaggio sferzante diventa un magnete per il risentimento popolare. Oggi, con un consenso stimato oltre il 5%, è da irresponsabili liquidare Futuro Nazionale come una meteora passeggera. E questo per due motivi strutturali.

Il primo motivo risiede nella fluidità del nostro sistema. La mobilità elettorale della Seconda Repubblica non è un’anomalia, ma un dato strutturale. Ha già creato fortune improvvise: prima a Matteo Renzi, poi al Movimento 5 Stelle, in seguito a Matteo Salvini e infine a Giorgia Meloni. Leader e partiti che, partendo da cifre insignificanti, hanno compiuto balzi prodigiosi fino a sfiorare o superare il 30%. Il bacino del voto fluido è immenso e si sposta rapidamente laddove la promessa di rottura sembra più radicale.

Il secondo motivo è transnazionale. Il fenomeno Vannacci non è un’anomalia italiana legata solo all’abilità comunicativa del suo leader. Al contrario, può contare su un retroterra culturale e politico che in Europa si manifesta già assai corposo. Il Rassemblement National in Francia, l’Alternative für Deutschland (AfD) in Germania, Vox in Spagna, Reform UK in Inghilterra sono la dimostrazione plastica che nell’elettorato europeo esiste un mercato politico strutturato e resiliente per la destra radicale. Vannacci non sta inventando nulla: sta semplicemente canalizzando in Italia un flusso continentale ben collaudato.

Scontato che i maggiori problemi li soffra il campo della destra. Li soffre innanzitutto (tantissimo) la Lega, in caduta libera. Li soffrono anche FdI e Fi. La Meloni si ritrova uno schieramento in gran tempesta e deve sciogliere il nodo: rincorrere a destra Vannacci o lasciarlo perdere e completare la svolta liberal-conservatrice? E per Tajani? Come potrebbe coltivare il progetto di essere il centro se si trovasse in casa una destra estrema?

Problemi, Vannacci ne crea anche al «campo largo». La Schlein non può permettersi il lusso di guardare alla crescita di Futuro Nazionale con il popcorn in mano, sperando nel logoramento del governo Meloni.

In primo luogo perché i dati dimostrano che una parte non marginale dei voti di Futuro Nazionale non viene solo dalla destra delusa, ma pesca direttamente nell’area del M5S, nonché nel bacino dell’astensionismo - quella marea grigia che storicamente penalizza e svuota le urne della sinistra.

In secondo luogo, perché cercare di sfruttare tatticamente il FN per danneggiare il governo in carica, come fa il campione dei guastafeste Matteo Renzi, significa giocare col fuoco.

La sinistra dovrebbe porsi una domanda di fondo: è davvero conveniente indebolire una destra conservatrice per favorire una destra estrema, identitaria e revanscista alla Vannacci? La storia insegna che quando si evocano i mostri per destabilizzare l’avversario, spesso si finisce per esserne travolti. Per concludere il nostro ragionamento, potremmo dire che il fenomeno FN non è un gioco di società: è la spia di un malessere profondo che la politica dei numeri, da destra a sinistra, fatica assai a decodificare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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