Una visita al museo una volta alla settimana. Un laboratorio di pittura, magari, o qualche ora trascorsa a cantare in un coro, a fotografare, a danzare o a recitare. Non come generico consiglio per impiegare il tempo libero, ma come parte di un percorso pensato per contrastare l’isolamento, ritrovare relazioni e migliorare il benessere generale. È il principio dell’«Arts on Prescription», espressione traducibile come «arte su prescrizione»: un modello nato all’interno della cosiddetta prescrizione sociale, che permette agli operatori sanitari di indirizzare le persone verso attività e servizi presenti nella comunità. Non soltanto iniziative artistiche, quindi, ma anche gruppi di cammino, giardinaggio, volontariato, sostegno pratico o occasioni di socialità.
Le origini
Il modello si è sviluppato soprattutto nel Regno Unito, dove dagli anni Novanta alcune esperienze locali hanno cominciato a mettere in collegamento gli ambulatori medici con associazioni, servizi sociali e realtà culturali del territorio. L’idea nasceva dalla constatazione che molti bisogni capaci di incidere sulla salute, come solitudine, isolamento, difficoltà economiche o perdita di relazioni, non potessero essere affrontati soltanto con farmaci ed esami clinici.
Nel tempo queste sperimentazioni sono state integrate in modo più strutturato nel servizio sanitario inglese. Oggi, infatti, il paziente può essere messo in contatto con un «link worker», una figura di collegamento che ascolta i suoi bisogni e costruisce un percorso personalizzato. La prescrizione sociale è utilizzata soprattutto in presenza di solitudine, isolamento, fragilità sociali, disturbi psicologici o patologie croniche che incidono sulla qualità della vita.
In Italia: un quadro frammentato
Se in Italia non esiste ancora una ricetta culturale utilizzabile in modo uniforme dal medico di base, il tema non arriva però dal nulla. Da almeno vent’anni musei, teatri, biblioteche, ospedali, aziende sanitarie, fondazioni e associazioni sperimentano attività che mettono in relazione cultura, salute e inclusione sociale, come laboratori negli ospedali, percorsi museali per persone con demenza, attività teatrali rivolte al disagio psichico, musica nei reparti pediatrici e progetti culturali destinati alle famiglie.
Ma il problema, finora, è stata proprio la frammentazione. Ogni progetto ha avuto modalità, destinatari, finanziamenti e sistemi di valutazione differenti. In alcuni territori le esperienze sono diventate continuative; in altri sono rimaste legate alla durata di un bando, alla disponibilità di una fondazione o all’iniziativa di singoli operatori. Mancava soprattutto un quadro nazionale capace di raccogliere i risultati e stabilire quali attività funzionassero davvero, per quali persone e a quali condizioni.
Un primo passo in avanti
Un primo passaggio istituzionale è arrivato il 5 febbraio 2026, quando lo schema di Protocollo d’intesa tra il ministero della Cultura e quello della Salute ha ricevuto il via libera in Conferenza Stato-Regioni. L’accordo è stato poi firmato il 29 aprile dai ministri rispettivamente della Cultura e della Salute Alessandro Giuli e Orazio Schillaci. Non introduce immediatamente una nuova prestazione del Servizio sanitario nazionale, ma riconosce ufficialmente il valore delle esperienze già attive nei luoghi della cultura e nelle strutture sanitarie e prova a trasformarle in un modello più coordinato.
Al centro del protocollo c’è l’istituzione di un Tavolo tecnico incaricato di censire i progetti presenti sul territorio, raccogliere dati confrontabili sulla loro efficacia e individuare modelli che possano essere replicati su scala più ampia. Tra gli ambiti indicati per le prime sperimentazioni figurano le patologie neurodegenerative e gli stati depressivi, ma anche il contrasto alla solitudine e alla sedentarietà.
Al protocollo si affianca un primo strumento economico. La Legge di Bilancio 2026 ha istituito infatti presso il ministero della Cultura il Fondo cultura terapeutica e cura sociale, con una dotazione di un milione di euro all’anno a partire dal 2026. Le risorse sono destinate a enti locali, organizzazioni del Terzo settore, associazioni e fondazioni che rendono accessibili le arti dello spettacolo e il patrimonio culturale come strumenti di sostegno alle persone con disabilità o in condizioni di marginalità sociale e alle loro famiglie.
Le iniziative a Brescia
Anche a Brescia, dunque, la ricetta culturale non è ancora arrivata negli ambulatori dei medici di famiglia, ma la città certamente non è nuova ad esperienze che avvicinano il mondo della cultura a quello della cura, coinvolgendo ospedali, musei, operatori sanitari e associazioni.
Uno dei progetti più virtuosi è sicuramente l’«Ambulatorio delle Arti», sviluppato all’interno dell’Ospedale dei Bambini agli Spedali Civili. Teatro, musica, fotografia e laboratori espressivi vengono utilizzati per offrire ai piccoli pazienti spazi nei quali liberare le emozioni, sviluppare le capacità cognitive e affrontare la malattia con maggiore serenità. Nel 2025 i percorsi hanno coinvolto 78 bambini.
Anche i Musei Civici di Brescia hanno progressivamente ampliato il proprio ruolo, sviluppando attività nelle quali il patrimonio culturale diventa uno strumento di inclusione e benessere. Dal 2018, con il progetto «L’arte entra in ospedale», Fondazione Brescia Musei porta laboratori ludico-didattici ai giovani pazienti ricoverati, raggiungendo proprio chi, a causa della malattia, non può partecipare alla vita culturale della città. Le attività, dedicate alle collezioni e alle mostre temporanee, offrono occasioni di socialità e strumenti attraverso i quali i bambini possono esprimere emozioni, alleggerendo almeno in parte l’ansia e lo stress legati al ricovero.

Ma il rapporto tra musei e salute si sviluppa anche all’interno degli stessi spazi culturali. Il progetto «Creative Age», rivolto alle persone con Alzheimer e ai loro caregiver, propone piccoli gruppi, osservazione condivisa delle opere, racconto e attività partecipative, con una formazione comune degli operatori museali, sociali e sanitari e una fase di ricerca dedicata alla valutazione degli effetti sul benessere.
A un pubblico più ampio si rivolgono invece iniziative come «Tai Chi in museo»: pratiche d’armonia, ospitata nel Viridarium di Santa Giulia, e gli incontri realizzati in passato, dedicati alla mindfulness, che sperimentano il museo non più soltanto come luogo da visitare, ma come spazio nel quale movimento, consapevolezza, cultura e cura di sé possono intrecciarsi.
Fondazione Brescia Musei partecipa inoltre, attraverso il Cinema Nuovo Eden, alla rete di «Culture Care», il progetto promosso da Teatro19 che mette in relazione ricerca teatrale e salute mentale. L’edizione 2026 si è svolta dal 9 al 19 aprile tra Brescia e la Franciacorta, con spettacoli, incontri e laboratori che hanno coinvolto artisti, cittadini, operatori e utenti dei servizi. Il progetto nasce dal lavoro che Teatro19 porta avanti nei servizi di salute mentale e dalla collaborazione con enti di cura e amministrazioni territoriali; è realizzato in partenariato con Consorzio Cascina Clarabella e Cooperativa La Rondine e coinvolge, tra i collaboratori, ASST Spedali Civili di Brescia, Asst Franciacorta, Centro Teatrale Bresciano, Teatro Telaio, Fondazione Brescia Musei con il Cinema Nuovo Eden e Nuova Libreria Rinascita.
Al centro vi è anche l’esperienza della Compagnia Laboratorio Metamorfosi, attiva dal 2015 in collaborazione con il Dipartimento di Salute mentale e dipendenze di Asst Spedali Civili: un gruppo composto da attori professionisti e in formazione, alcuni dei quali frequentano i servizi di salute mentale.



