Cinque ordinanze in pochi giorni, un principio destinato a fare discutere. La Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi su singoli casi, ha riconosciuto che il Servizio sanitario nazionale deve sostenere i costi delle rette delle Rsa per persone affette da Alzheimer in fase avanzata, in stato vegetativo permanente o con gravi patologie neurologiche degenerative.
La questione è molto sentita anche nel Bresciano, dove negli ultimi mesi numerose famiglie hanno chiesto chiarimenti alle Rsa e in alcune decine di casi sono ricorse a vie legali al punto che una struttura su tre ha una causa aperta.
L’Upia
Sul tema è intervenuta più volte anche l’Upia, l’Unione provinciale istituti per anziani, che ha sollecitato una soluzione capace di superare il vuoto normativo.
«Si faccia chiarezza al più presto: il legislatore si esprima su questa delicata questione», ribadisce ora la referente di Upia Chiara Benini. «Le famiglie contattano gli uffici amministrativi delle Rsa in cerca di risposte, ma al momento non siamo in grado di offrirne. Ogni situazione deve essere valutata singolarmente e non esistono criteri che consentano di generalizzare».
Nel frattempo, un gruppo di strutture lombarde ha presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica e un ricorso al Tar avverso alla Regione. L’obiettivo è ottenere indicazioni chiare: nel caso in cui venga riconosciuto il diritto alla copertura integrale della retta per determinate categorie di ospiti per i quali l’assistenza sanitaria non è scindibile da quella alberghiera, le Rsa chiedono che vengano definiti con precisione i requisiti dei pazienti interessati e che venga stabilita la tariffa rimborsata dal Ssn.
Interrogativi
La questione, insomma, resta complessa e apre interrogativi. «Il Servizio sanitario nazionale dispone davvero delle risorse necessarie per sostenere questi costi? – si chiede Benini –. E come si può evitare il rischio di creare disparità di trattamento tra persone affette dalla stessa patologia: da una parte chi vive in Rsa, con la retta a carico del sistema pubblico, dall’altra chi è assistito a domicilio, con spese che continuano a gravare sulle famiglie?».
«La situazione è drammatica – sottolinea Stefania Mosconi, direttrice della Fondazione Casa di Dio –. Non può trasformarsi in uno scontro tra famiglie ed enti gestori. A essere messa in discussione è la sostenibilità del sistema sociosanitario, che nel Bresciano si fonda in larga misura sulle Fondazioni. Se, in questa fase di incertezza, le famiglie smettono di versare le rette, le Rsa rischiano di non riuscire a chiudere i bilanci con la conseguenza che verrebbero meno servizi essenziali. C'è poi un altro timore: che alcune strutture possano limitare l'ingresso di persone affette da Alzheimer. Per questo è indispensabile fare chiarezza al più presto».
La politica
«La preoccupazione è grande – è il commento della consigliera regionale del Pd Miriam Cominelli –: le oltre 700 Rsa lombarde sono in difficoltà e lo è anche la Regione stessa, che si troverà a dover far fronte a nuovi e pesanti costi. Ma soprattutto sono in difficoltà le famiglie che hanno i propri cari malati di Alzheimer o di altre malattie neurodegenerative perché d’ora in poi sarà più difficile essere accolti nelle Rsa fino a quando non ci sarà la certezza normativa e la certezza sulla copertura finanziaria».
La consigliera di casa nel Bresciano chiede una revisione della normativa «mettendo a punto criteri nazionali e regionali chiari per individuare con certezza i casi a totale carico del Ssn (ovvero dove la componente sanitaria è prevalente e inscindibile da quella assistenziale), che devono rientrare in parametri di riferimento sulla salute clinica del paziente e le cure e l'assistenza effettivamente necessarie. È una questione di equità, ma anche di sostenibilità del sistema sanitario nazionale».




