Numeri da capogiro, dietro i quali c’è una richiesta di aiuto che continua a crescere. In un anno la Psichiatria dell’adulto e la Psicologia clinica degli Spedali Civili hanno seguito 16.104 pazienti, garantendo quasi 200mila interventi tra attività ambulatoriali, residenziali e semiresidenziali.
Un’attività imponente che conferma «sia l’aumento della domanda di salute mentale sia l’impegno di una rete di servizi capace di offrire risposte diverse e integrate». A spiegarlo è il professor Antonio Vita, direttore del Dipartimento di Salute mentale e delle dipendenze nonché presidente della Società italiana di Psichiatria (Sip).
A riportare l’attenzione sul tema della salute mentale è stato il drammatico episodio avvenuto a Modena, dove un uomo, uscito dai percorsi di assistenza, si è reso protagonista di un gesto estremo. «Come evidenzia il rapporto del Ministero della Salute relativo al 2024 - sottolinea - la disponibilità dei servizi territoriali e di ricovero varia ancora molto da regione a regione e da territorio a territorio. Nel Bresciano, però, la situazione è buona».

Il Dipartimento diretto dal professor Vita dispone di due reparti di Psichiatria dell’adulto, nei presidi ospedalieri di Brescia e Montichiari, che nel 2025 hanno registrato 1.291 ricoveri, cinque Centri psicosociali e ambulatori periferici, oltre a diverse Strutture residenziali riabilitative, «per rispondere ai bisogni della popolazione con diversi livelli di assistenza».
Fanno inoltre riferimento al Dipartimento la Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, con spazi di degenza e poli territoriali dedicati, l’area delle Dipendenze con i Serd, la Psicologia clinica e il Centro pilota regionale per i disturbi dell’alimentazione e della nutrizione che ha sede a Gussago.
Grandi numeri
Lo scorso anno la Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza ha seguito 10.050 bambini e ragazzi. Gli adulti hanno, invece, avuto accesso ai tre percorsi di cura previsti dalla Psichiatria: la «consulenza», richiesta dai medici di medicina generale o dagli specialisti che hanno in carico il paziente; l’«assunzione in cura», attivata ad esempio dopo episodi di depressione o disturbi di panico; e la «presa in carico», un percorso integrato e continuativo affidato a un’équipe multidisciplinare per rispondere ai bisogni sanitari e sociali delle situazioni più complesse.
Delle 16.104 persone seguite, circa 8.500 sono donne. Gli uomini sono meno numerosi, ma presentano mediamente quadri clinici più gravi. «I dati - osserva il professor Vita - evidenziano una risposta crescente a un bisogno che continua ad aumentare: nel 2024 i pazienti adulti seguiti erano stati circa tredicimila».
Quali bisogni emergono
L’incremento delle richieste di aiuto è particolarmente marcato tra i giovani e gli anziani. Nel primo caso emergono soprattutto comportamenti legati alla disregolazione degli impulsi, come autolesionismo, tentativi di suicidio e dipendenze, ma anche disturbi dell’alimentazione e del neurosviluppo, individuati più frequentemente anche grazie a una maggiore capacità diagnostica. Tra gli adulti, invece, si registra una recrudescenza di ansia e depressione.
«Pensavamo fosse un effetto legato al Covid - commenta - , ma l’incremento si è rivelato costante e continuativo. Le ragioni sono due: da un lato una maggiore fiducia nei servizi di salute mentale, dall’altro una sofferenza sempre più diffusa. Parlo di solitudine, isolamento, incertezza per il futuro e di quelle che definiamo determinanti sociali della salute mentale».
Consapevole di questo scenario, la rete dei servizi sta lavorando per intercettare il prima possibile i bisogni di cura e garantire continuità assistenziale ai pazienti, ponendo in particolare l’accento sul percorso di transizione dall’adolescenza all’età adulta.
«Nel Bresciano, a differenza di altre realtà italiane, la percentuale di persone che si allontanano dai servizi è contenuta e si aggira attorno al 10% - spiega -. Quando accade, il paziente e la famiglia vengono ricontattati per cercare di recuperare l’aderenza ai percorsi di cura. Abbiamo inoltre lo strumento del Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), che viene utilizzato molto raramente: riguarda meno del 3% dei ricoveri, dato che rappresenta un indicatore della buona tenuta dei servizi territoriali».
Criticità sotto la lente
Detto questo, si può fare di più? «Sì - risponde Vita -. Possiamo avvicinare ulteriormente la popolazione ai servizi e i servizi alla popolazione, così da favorire un accesso precoce alle cure e intercettare il disagio sommerso. Troppo spesso, invece, alcune situazioni emergono solo nel momento della crisi. In questo senso sono preziose le collaborazioni avviate con il Comune, le associazioni di volontariato e la società civile, della quale anche noi facciamo parte. Le risorse ci sono - ammette -, ma non bastano mai. Per quanto riguarda il personale, la disponibilità al reclutamento non manca, anche se in alcuni casi resta difficile reperire determinate figure professionali».



