«Iscrivetevi all’Aniene, lo consiglio a tutti i giovani che vogliono diventare allenatori». Alessandro Altobelli – campione del mondo nel 1982 con Brescia nel cuore – sceglie l’ironia, che spesso è indignazione ben mascherata. Il circolo è il Canottieri Aniene di Roma, il momento è quello in cui la Federcalcio del pariolino Giovanni Malagò affida la Nazionale a Roberto Mancini, romano assimilato, e a Claudio Ranieri, testaccino. La Gazzetta dello Sport titola: «Amici miei. Il presidente vara un’Italia costruita al Circolo Aniene». Nei corridoi federali circola una battuta meno affettuosa, «Nazionale sezione Roma Nord», e i club di Serie A protestano per un metodo che avrebbe scavalcato ogni consultazione. Il dettaglio che vale un trattato di sociologia: pochi giorni prima della nomina, Mancini aveva segnato quattro gol nella finale della Coppa dei Canottieri vinta dall’Aniene sulla Lazio per 7 a 3, con Malagò in campo al suo fianco.
La storia del Circolo Canottiere Aniene
Per capire perché una polemica calcistica coinvolga quel lungotevere dell’Acqua Acetosa bisogna raccontare che cosa è il Circolo Canottieri Aniene. La storia comincia nel 1892, quando Alessandro Morani e i fratelli Fasoli lo fondano staccandosi dal Reale Circolo Canottieri Tevere Remo, il più antico di Roma, giudicato troppo clericale e conservatore. La prima jole a quattro si chiama Rugantino, nome che è già un programma. Tra le due guerre l’Aniene diventa un pilastro del canottaggio nazionale: Antonio Ghiardello, Giliante D’Este, Francesco Cossu e Antonio Provenzani salgono sul podio alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932, Romolo Catasta vince il bronzo a Londra nel 1948. Negli anni Cinquanta il circolo costruisce l’attuale sede all’Acqua Acetosa e si apre a nuoto, tennis, canoa, calcio.

Nel 2002 riceve il Collare d’Oro, massima onorificenza dello sport italiano, primo e unico circolo sportivo a ottenerla. I monumenti viventi dello sport iscritti o di casa vanno da Dino Zoff a Federica Pellegrini, passando per molti tennisti, Flavia Pennetta tra le socie onorarie della prima ora. Fin qui la polisportiva, una delle più titolate d’Italia. Ma l’Aniene è anche altro, e lo è da decenni.
L’upper class romana
Nel 2007 Alberto Statera, su Repubblica, lo definì «la più formidabile concentrazione di upper class della capitale»: una camera di compensazione dei poteri borghesi, il punto di fusione perfetto tra commercianti e professionisti, costruttori e alti burocrati, personaggi dello sport, dello spettacolo e imprenditori.
Due anni dopo, quando Paolo Garimberti fu nominato presidente della Rai, Paolo Conti raccontò sul Corriere della Sera che sulla scelta avrebbe pesato anche un legame di circolo, proprio l’Aniene, dove erano iscritti sia il giornalista sia il sottosegretario Gianni Letta: «per anni hanno avuto gli armadietti vicini», scrisse, e chi conosce gli usi politici romani sa che certe connessioni extra Palazzo contano più di molte cordate ideologiche. Nello stesso articolo il sociologo Franco Ferrarotti riassumeva la regola del gioco: più che la conoscenza, contano le conoscenze.
Il caso del Comitato olimpico
Il caso più clamoroso resta però quello del novembre 2018, quando Giancarlo Giorgetti, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo sport, denunciò pubblicamente l’anomalia di un Coni le cui prime cariche appartenevano tutte, a suo dire, al circolo dell’Acqua Acetosa: «Magari c’è gente competente anche a Forlì», aggiunse ghignando. Un fact-checking dell’agenzia AGI ridimensionò la sovrapposizione senza smentirla: delle quindici figure di vertice del Comitato olimpico, cinque risultavano socie dell’Aniene, tra cui il presidente Giovanni Malagò, il vicepresidente vicario Franco Chimenti, la vicepresidente Alessandra Sensini e il segretario generale Carlo Mornati, questi ultimi due per meriti sportivi e dunque senza diritto di voto. Due terzi dei vertici non c’entravano nulla, ma il nucleo di verità restava: il potere sportivo italiano aveva l’armadietto in riva al Tevere.
Malagò e l’Aniene
Malagò è la chiave di tutto. Presidente dell’Aniene dal 1997 al 2017, oggi presidente onorario, ha trasformato il circolo nel suo capolavoro relazionale prima ancora di conquistare il Coni nel 2013, guidarlo per tre mandati fino al 2025, presiedere la Fondazione Milano-Cortina e infine, il 22 giugno scorso, prendersi la Federcalcio con il 68,7 per cento dei voti contro Giancarlo Abete.
Imprenditore, proprietario della Samocar, l’azienda di famiglia ereditata dal padre che vende Ferrari e Maserati, ha avuto due gemelle, oggi attive nella società, dal matrimonio con l’attrice Lucrezia Lante della Rovere.

Nella sua biografia c’è anche la prima laurea alla Sapienza, annullata per la vicenda di esami comprati, e la seconda laurea a Siena, senza macchie.
Alla presidenza del circolo gli è succeduto nel 2017 Roberto Fabbricini, a lungo giornalista sportivo del Corriere della Sera e poi portavoce dello stesso Malagò al Coni. Anche il vertice attuale del Comitato olimpico – Luciano Buonfiglio, eletto nel 2025 con la sponsorizzazione del predecessore – è ospite abituale delle serate dell’Aniene. Quanto al culto della personalità, basta sfogliare l’ultimo numero del magazine sociale: tredici foto di Malagò nelle prime ventisette pagine.
Centro di potere
Più che un centro di potere politico, l’Aniene è oggi un centro di potere sportivo, imprenditoriale e professionale: la politica ci passa, ma il vero collante sono gli affari, le carriere e le medaglie.

L’esclusività ha le sue regole scritte. Per diventare soci servono la presentazione di due iscritti con almeno cinque anni di anzianità e il via libera del consiglio del circolo, che può approvare o respingere senza appello. Poi il conto: trentamila euro a fondo perduto e una retta annuale di circa quattromila. Le donne hanno potuto frequentare a lungo solo come mogli, figlie o campionesse ammesse per meriti sportivi, senza diritto di voto, come Pellegrini, Pennetta, Josefa Idem. Solo nell’aprile 2022, dopo le pressioni pubbliche del presidente del Consiglio Mario Draghi e della ministra per le Pari opportunità Elena Bonetti, l’assemblea ha modificato per alzata di mano l’articolo 4 dello statuto, che riservava la qualifica di socio effettivo alle persone di sesso maschile: 237 voti contro 150, con un terzo abbondante dei soci contrario e qualcuno che minacciò di impugnare la delibera. «Alle donne dovevamo pensarci da soli. E prima», ammise Malagò.
E l’Aquaniene?
Eppure esiste anche un altro Aniene, ed è la migliore risposta a chi liquida il marchio come sinonimo di casta. Si chiama Aquaniene, l’impianto natatorio nato in occasione dei Mondiali di nuoto di Roma 2009: piscina scoperta e coperta ai piedi della collina dei Parioli, accanto alla Grande Moschea, con un ampio parcheggio.
Si entra con un abbonamento annuale ma anche con un biglietto giornaliero, e capita di incrociare i grandi campioni del nuoto che si allenano in corsia accanto alla signora del piano di sotto. Al bar servono frullati sani, la palestra è bella, gli istruttori preparano anche al brevetto da sub. È il contrario esatto dell’esclusività della casa madre, la prova che lo stesso stemma può produrre un salotto blindato e un servizio pubblico. Il problema, semmai, è quando il salotto pretende di varare una Nazionale. Altobelli, a modo suo, lo ha spiegato meglio di tutti: in Italia, per fare l’allenatore, il patentino di Coverciano a volte conta meno di un armadietto all’Acqua Acetosa.



