Ci perdono tutti, ma soprattutto il calcio italiano ci perde la faccia. Andrea Pirlo – come appariva ormai prevedibile – non sarà il ct della Nazionale. L’Italia è ancora senza tecnico, ma in un lunedì davvero blue – nell’accezione inglese triste del termine – la Figc si è ritrovata anche senza Paolo Maldini e Leonardo, le figure di alto lignaggio che garantivano la bontà della ripartenza azzurra dopo tre mancate qualificazioni ai Mondiali. Lasciano anche loro difendendo a spada tratta la scelta di voler portare sulla panchina italiana Pirlo, che s’era già defilato ore prima, travolto dalla macchina del fango.
«Non siamo abituati a certe situazioni», dice il candidato presidente sconfitto Giancarlo Abete (guida della Lnd), riassumendo in maniera perfetta – e probabilmente anche con un po’ di sana rivalsa – l’assurdità del caos attorno al nome del nuovo allenatore azzurro.
La polemica – più che pretestuosa – montata nel fine settimana su Pirlo riguardante la sua incompatibilità con il ruolo di testimonial dell’agenzia di scommesse russa Fonbet (in cui ha interessi l’oligarca che presiede gli emiratini dello United Fc allenati dal flerese) è deflagrata inesorabilmente ieri.
Resa
Una bomba ad orologeria che dalla tarda serata di domenica ha iniziato a travolgere quel poco che pareva esserci facendo nuovamente tabula rasa del pallone tricolore.
«Ho appreso domenica sera di non essere più il candidato alla panchina della Nazionale italiana», è stata ieri mattina la resa social di Pirlo. Sfibrato da un weekend folle nel ritiro austriaco dello United Fc, ferito nel profondo per accuse incrociate alle sua persona che non meritava, a prescindere dalle valutazioni tecniche sulla sua figura di allenatore.
Ciò che in Figc non sono riusciti ad evitare, è che il veto posto dal presidente Giovanni Malagò su Pirlo – per ragioni di convenienza politica – si trasformasse in un clamoroso autogol. E così invece è stato, perché in poche ore la Federazione s’è ritrovata non solo senza commissario tecnico, ma pure senza i dirigenti a cui avevano affidato le chiavi del nuovo corso. Fin dalla notte precedente si parlava di un Maldini pronto al passo indietro a soli 16 giorni della sua nomina e nel tardo pomeriggio la bandiera rossonera ha chiamato direttamente Malagò per porgere le proprie dimissioni, insieme all’advisor Leonardo.
Maldini, insomma, ha tenuto il punto, fedele alla sua linea e alla sua integerrimità. Ce lo immaginiamo come il Diego Abatantuono nella scena finale di Mediterraneo. «Non ci hanno lasciato cambiare niente. Allora gli ho detto: “avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarvi vostro complice”».
Linea
Una frase presa dalla finzione, ma che non sarà stata così lontana dalla realtà. Del resto Malagò sapeva che con il «no» a Pirlo sarebbe andato allo scontro con il direttore tecnico e che Maldini avrebbe rivendicato quella «condivisione totale» sbandierata al suo fianco dal presidente federale ai quattro venti solamente giovedì, durante la presentazione ufficiale.
Candidati
A nulla è valso un tentativo di mediazione cercando di portare alla guida dell’Italia l’ex juventino Thiago Motta, di certo più incline al confronto di quanto non sia Antonio Conte, soluzione «istantanea» ma non di lungo termine, caldeggiata dalla Lega di serie A.
Il salentino però è ora di nuovo in corsa per il ruolo, con il bianconero Giorgio Chiellini in lizza come dt, ipotesi già emersa ancor prima delle ufficiali dimissioni di Maldini.
In corsa per la panchina c’è, soprattutto, Roberto Mancini, il nome voluto da Malagò. E qui sì che si potrebbe aprire la discussione sulla presentabilità di un allenatore che questa crisi profonda l’ha acuita, lasciando l’azzurro per i quattrini arabi in una notte di mezza estate di tre anni orsono.

Schermaglie
Intanto, dopo il botta e risposta per nulla elegante con il ministro Abodi, il numero uno federale Malagò ha stavolta scelto la via del silenzio, rimandando tutti al consiglio Figc in programma oggi a mezzogiorno. Soluzione saggia, visto che la strategia comunicativa dell’ultima settimana – fatta di annunci e dichiarazioni smentite dai fatti nel tempo di un battito di ciglia – è parsa spregiudicata, per non dire improvvisata.
In questo «blue monday», alla fine, ci hanno perso davvero tutti. Pirlo ha perso la panchina della Nazionale, l’occasione irripetibile di rilanciare una seconda vita calcistica non troppo entusiasmante. La Federazione ha perso la possibilità di poter ripartire con un progetto serio, poggiandosi sulle spalle di due dirigenti magari un po’ autoritari, ma indubbiamente competenti. Giovanni Malagò ha perso in poco più di un mese il credito che gli era garantito dalla sua avventura al Coni, dissipato nel tornado che ha travolto via Allegri. Il calcio italiano, soprattutto, ci ha perso la faccia. Toccando punti ancor più bassi. Non pensavamo fosse possibile.




