Calcio

Altobelli: «La gente andava a San Siro per Beccalossi, non per l’Inter»

Il ricordo dell’ex compagno e amico fraterno: «Era il calcio, non andò al Mondiale perché era divisivo. Quando sbagliò i due rigori in coppa lo salvai io. Lo vidi inciampare sulla bandierina in tv con i compagni all’Inter: quante risate»
Luca Chiarini

Luca Chiarini

Giornalista

Altobelli e Beccalossi in uno scatto di qualche anno fa - Foto Reporter © www.giornaledibrescia.it
Altobelli e Beccalossi in uno scatto di qualche anno fa - Foto Reporter © www.giornaledibrescia.it

Pochi giorni fa commentava lo scudetto dell’Inter dal Kuwait: «Adesso sto disperatamente cercando un modo per tornare». Beccalossi e Altobelli, inseparabili in campo e fuori. Spillo ha la voce scheggiata dalla commozione: «Io ed Evaristo eravamo una cosa sola. Qui è tutto bloccato, quando sono arrivato ho fatto scalo in Marocco e sono dovuto restarci dieci ore. Per questo temo di non riuscire a rientrare in tempo. In questi giorni non pensavo ad alto, speravo mi aspettasse. Purtroppo non l’ha fatto».

Cosa rendeva così speciale il vostro rapporto?

«L’amicizia. E poi in campo ci capivamo al volo. Arrivai a Brescia nel 1974: lui giocava nella Primavera che poi avrebbe vinto lo scudetto, io feci qualche partita con loro e poi salii in prima squadra. Abbiamo condiviso tutto: le squadre, prima il Brescia e poi l’Inter, le partite, i dopogara. Quando litigavamo con qualcuno ci spalleggiavamo. Mi sono sempre speso perché tutti comprendessero la sua bravura».

Gli scatti di Beccalossi da calciatore, tra Brescia e Inter
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Gli scatti di Beccalossi da calciatore, tra Brescia e Inter

È stato sottovalutato, secondo lei?

«Sicuramente, ma lui ha sempre mostrato la sua grandezza. Era il calcio, quando era in giornata era inarrivabile. A San Siro si veniva a veder lui, mica l’Inter. Era uno che riportava il calcio di strada sui campi della serie A. E poi era particolare: aveva uno stile di gioco tutto suo, e se non lo capivi facevi fatica a stargli dietro. Ricordo che Muraro si lamentava del fatto che non gli desse mai palla, ma era lui a non comprenderne i movimenti. Io lo feci dall’inizio, e così nacque la nostra intesa. Era uno spettacolo, peccato solo per la Nazionale».

Con quella maggiore non esordì mai. Avrebbe meritato il Mondiale dell’82?

«Eccome. Veniva da una grande stagione, a suon di gol e assist. Era osannato da tutti. Ma Bearzot, che non faceva nulla per caso, non lo convocò per un motivo ben preciso: il Becca era divisivo. Al Nord volevano lui, quelli del Sud spingevano per Antognoni, che aveva il vantaggio di aver già giocato Mondiale ed Europeo. L’inizio in Spagna fu in salita: tre pareggi. La sua presenza avrebbe probabilmente alimentato ulteriori polemiche rispetto a quelle che già c’erano. Ebbe ragione Bearzot, alla fine, perché quel Mondiale lo vincemmo. Ma Evaristo avrebbe meritato di far parte di quel gruppo».

Ricorda i due rigori sbagliati con lo Slovan Bratislava in Coppa delle Coppe? Anche quelli, per certi versi, raccontano bene chi sia stato Beccalossi.

«Certamente, anche perché nonostante quei due errori vincemmo 2-0, grazie a una mia doppietta. E così passò tutto in cavalleria».

Peraltro quei rigori avrebbe dovuto batterli lei.

«Sì, il rigorista ero io. Ma Becca veniva da un periodaccio, aveva infilato una serie di brutte prestazioni. Quando l’arbitro fischiò il primo venne da me e disse “Spillo, lo tiro io”. Glielo cedetti volentieri. Si presentò sul dischetto e sbagliò, la solita sfiga che lo perseguitava. Poco dopo la scena si ripeté, lui fallì il secondo. Non sapevo più cosa dirgli. E Bersellini, l’allenatore, se la prendeva con me, perché in teoria avrei dovuto batterli io. Per fortuna vincemmo, e ci scherzammo sopra a lungo».

Altobelli e Beccalossi ai tempi dell'Inter (dall'archivio)
Altobelli e Beccalossi ai tempi dell'Inter (dall'archivio)

Le viene in mente un aneddoto che non ha ancora raccontato?

«Arrivai all’Inter un anno prima rispetto a lui. Ricordo che la domenica sera trasmettevano in televisione un tempo di una partita di serie B. Arrivò il turno di un Ascoli-Brescia, e io ero in ritiro. Chiamai tutti i miei compagni per mostrare loro quanto fosse bravo il Becca. A un certo punto batté un angolo e, anziché calciare il pallone, inciampò sulla bandierina. Giù a ridere, mi presero tutti in giro. Ma lui quell’anno fece comunque benissimo, al punto da convincere Mazzola e Beltrami, che allora erano i dirigenti, a portarlo a Milano».

Era uno che si faceva voler bene.

«Le racconto un episodio spiacevole, che però rende l’idea. A un certo punto l’Inter prese Hansi Müller, Becca diventò di troppo, e così scelsero di venderlo. Lo obbligarono ad allenarsi a parte. Mi si strinse il cuore, e così scelsi di andare a parlare col presidente, che era Ernesto Pellegrini. Non andai solo: con me venne pure Rummenigge. Non cambiò niente, ma Evaristo era questo: uno che toccava i cuori di tutti, anche dei grandi campioni».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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