Referendum, cosa cambia per i licenziamenti nelle piccole imprese
L’8 e il 9 giugno gli elettori saranno chiamati a votare su cinque quesiti referendari, di cui due strettamente legati ai diritti dei lavoratori.
Sul GdB del 21 maggio abbiamo approfondito il quesito numero uno (scheda verde). Oggi ci concentriamo invece sul secondo, che propone di rivedere le tutele economiche per i lavoratori licenziati senza giusta causa nelle piccole imprese (vale a dire quelle fino a 15 dipendenti o quelle che non superano i 60 dipendenti suddivisi in più unità produttive, ciascuna delle quali composta da massimo 15 lavoratori).
Ma cosa cambierebbe? E quali le conseguenze se passasse questo quesito e non entrambi?
Com’è la situazione oggi
Oggi, il diritto del lavoro italiano prevede trattamenti differenziati per i dipendenti delle piccole imprese (con meno di 16 dipendenti) rispetto a quelli delle aziende più grandi. In caso di licenziamento illegittimo, per i lavoratori delle piccole imprese il risarcimento economico per gli assunti prima del 7 marzo 2015 è compreso tra 2,5 e 6 mensilità (per gli altri, da tre a sei), senza possibilità di reintegro nel posto di lavoro (tranne che per il licenziamento discriminatorio, nullo e intimato in forma orale).
Per quanto riguarda invece chi presta servizio nelle grandi imprese è previsto il reintegro nei casi più gravi (ad esempio, licenziamento discriminatorio) e risarcimenti economici più elevati. Questa distinzione, concepita per tutelare la sostenibilità economica delle piccole imprese, ha generato negli anni un acceso dibattito sull’equità delle tutele tra lavoratori.
Cosa cambia
Cosa propone dunque in proposito il secondo quesito? Mira ad abrogare il tetto massimo di sei mensilità per l’indennizzo economico nelle piccole imprese. Spiega l’avvocato giuslavorista Andrea Giliberto: «Il quesito riguarda solo la norma primaria, ossia la legge 604 del 1966, che prevede un risarcimento da 2,5 a sei mensilità. Che possono aumentare fino a 14, in base all’anzianità di servizio, per quei dipendenti che lavorano in imprese sotto i 60 dipendenti suddivisi in unità produttive differenti. Il quesito referendario chiede di togliere le soglie massime. Il potenziale indennizzo per ingiusto licenziamento prevederebbe dunque un rimborso da 2,5 mensilità in su, senza alcun limite stabilito dalla legge».
In sostanza, se passasse il «sì» i giudici avrebbero la libertà di stabilire la portata del risarcimento caso per caso, valutando (come da prassi) fattori quali l’età del lavoratore, l’anzianità di servizio, i carichi familiari e la situazione economica dell’azienda a sua discrezione. Questa modifica, tuttavia, non introdurrebbe il diritto al reintegro per i lavoratori delle piccole imprese, che rimarrebbe riservato solo alle aziende più grandi.
Il rischio cortocircuito
Ma cosa accadrebbe se passasse il «sì» per il secondo quesito e non per il primo? Un mezzo cortocircuito-paradosso tecnico, perché le due modifiche sono strettamente legate. «Accadrebbe che chi è stato assunto prima del 7 marzo 2015 avrebbe diritto a un rimborso da 2,5 a potenzialmente infinite mensilità, mentre chi è stato assunto dopo avrebbe una tutela da tre a sei mensilità» chiarisce l’avvocato. Non solo.
I lavoratori delle piccole imprese (assunti prima del 2015) potrebbero ottenere risarcimenti economici potenzialmente più elevati rispetto a quelli delle grandi aziende. E, soprattutto, resterebbe comunque la differenza fondamentale: solo i lavoratori delle grandi imprese avrebbero diritto al reintegro in caso di licenziamento discriminatorio o palesemente illegittimo. Questa asimmetria normativa potrebbe apparire come una «disparità rovesciata», dove i lavoratori delle piccole imprese avrebbero maggiore tutela economica ma minore protezione in termini di stabilità occupazionale.
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