Referendum, cosa vuole cambiare il quesito sui licenziamenti illegittimi

Quattro quesiti sul lavoro e uno sulla cittadinanza per chiedere di eliminare totalmente o in parte una norma. Per questo gli elettori sono chiamati ai seggi l’8 e il 9 giugno e per questo si tratta di referendum abrogativi. Ma i comitati promotori della consultazione cosa vogliono cancellare precisamente? E cosa cambierebbe, a livello pratico, rispetto alle norme in vigore oggi?
L’iter
Con l’aiuto dell’avvocato giuslavorista Andrea Giliberto approfondiremo i quesiti relativi al lavoro, tappa dopo tappa. Il primo focus posiziona i fari sulla scheda numero uno, quella verde, dedicata a «contratto di lavoro a tutele crescenti - disciplina dei licenziamenti illegittimi». Per riuscire a orientarsi, è necessaria una premessa: «Le tutele contro i licenziamenti ingiustificati sono differenti in base alla dimensione dell’azienda: le piccole imprese fino a 15 dipendenti hanno cioè un regime di tutela diverso rispetto alle grandi e questo accade dal 1970, da quando cioè è entrato in vigore l’articolo 18 storico», sottolinea Giliberto.
Cosa prevedeva? Di fronte a un ingiusto licenziamento, «il datore di lavoro di una grande ditta doveva reintegrare il lavoratore e pagare tutti gli stipendi non corrisposti dal giorno del licenziamento a quello del ritorno nel posto di lavoro». Nel 2012, è subentrata poi la legge Fornero (dal nome della ministra del Lavoro del governo Monti, Elsa Fornero), che ha modificato l’originario art. 18. Come? Ha introdotto quattro tutele distinte in base alla gravità di quanto accaduto: due reintegratorie (il lavoratore può, se vuole, tornare ad essere assunto) e due risarcitorie (il lavoratore non riottiene il contratto). «L’ordine di reintegrazione – specifica l’avvocato – può essere sempre monetizzato: spesso i rapporti si incrinano e, anziché riavere il posto, il lavoratore può scegliere di essere risarcito con 15 mensilità».
Cosa cambia
È poi subentrato il Jobs Act, che si applica solo per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015: a sua volta è stato però modificato in più parti da Corte Costituzionale e Parlamento, fino ad arrivare alla norma attuale «che ha perso molte delle sue originarie diversità ed è oggi molto simile alla versione Fornero». Cosa prevede per ingiusto licenziamento da parte di una grande azienda? «Nei casi gravi la reintegra, in quelli meno gravi un indennizzo economico tra le 6 e le 36 mensilità».
Se la norma attuale venisse abrogata, si tornerebbe insomma al sistema che c’era prima? «Si tornerebbe all’articolo 18 come modificato dalla legge Fornero, non a quello del 1970 – rimarca l’avvocato Giliberto –. Tra l’art. 18 della Fornero e la situazione attuale sono tre le differenze più rilevanti: «Per la violazione dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare in un provvedimento collettivo la Fornero prevede la reintegra, il Jobs Act no. La Fornero tratta le organizzazioni di tendenza (attività politica, sindacale, culturale, di istruzione e culto senza scopo di lucro) come le piccole ditte, ossia con un risarcimento da 2,5 a 6 mensilità, il Jobs Act prevede invece da 6 a 12 mensilità. Solo il Jobs Act, e non la Fornero, prevede agevolazioni fiscali e contributive per la conciliazione ante-causam (art. 6), che verrebbero ovviamente abrogate. Per il resto le differenze sono state, come detto, livellate dalle modifiche normative degli ultimi anni».
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