Referendum: avanti e indietro in ordine sparso, le scelte dei partiti

Il Centrodestra ha scelto compattamente di chiedere agli Italiani di non andare a votare l’8 e il 9 giugno; la sinistra si trova nella condizione di appoggiare quesiti che cancellano norme approvate da suoi governi
Schede elettorali
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Il Centrodestra ha scelto compattamente (con la sola eccezione di Maurizio Lupi e dei suoi Moderati) di chiedere agli Italiani di non andare a votare l’8 e il 9 giugno per i referendum promossi da +Europa e sostenuti anzitutto dalla Cgil di Landini (quattro sul lavoro contro i licenziamenti «illegittimi», il precariato e le morti sicurezza nei cantieri; e uno che punta a dimezzare l’attesa per ottenere la cittadinanza italiana da parte degli extracomunitari).

Come è noto, se non va a votare almeno la metà più uno degli aventi diritto, il referendum è nullo. Il centrodestra dunque punta a far fallire la prova di giugno, proprio come è successo molte volte negli ultimi anni, confermando che dello strumento referendario si è abusato e senza contare che l’elettorato è così sfiduciato che ormai alle urne si avvicina più o meno un italiano sì e uno no.

Peraltro a tentare di far fallire un referendum nei decenni passati ci hanno provato tutti, compresa la sinistra: basta ricordare gli appelli all’astensione lanciati dal Pd nel 2016 sulle trivelle, e prima dai Ds nel 2003 sui quesiti proposti da Bertinotti per estendere l’articolo 18 a tutti i lavoratori, anche di aziende con meno di 15 dipendenti. Un po’ di memoria storica che ridimensiona lo scandalo dei partiti dell’opposizione contro gli appelli al non voto che sono venuti da Ignazio La Russa, Antonio Tajani e da diversi governatori regionali di centrodestra.

Insomma, a seconda delle convenienze, è una manovra che hanno fatto un po’ tutti. Semmai la sinistra si trova nella bizzarra condizione di appoggiare quesiti che cancellano norme approvate da suoi governi: Renzi, Gentiloni, Conte. È una situazione che provoca qualche imbarazzo all’ala riformista del Pd che votò convintamente il Jobs Act ma che non induce la segretaria Schlein a modificare il suo atteggiamento: sì a tutti e cinque i quesiti. Lo stesso fanno Conte (solo sulla cittadinanza libertà di coscienza, ma lui si è espresso a favore) e quelli di Avs. Renzi e Calenda, per una volta d’accordo, voteranno quattro no e un sì sulla cittadinanza. Queste sono le posizioni.

Se la destra non andrà a votare, ci sarà una grande maggioranza di votanti schierati sul «sì». Ma non significa che basti a raggiungere il quorum. L’area dell’astensione è ormai superiore al 40 per cento (fonte: Ipsos) e non bisogna dimenticare che alle ultime europee – che hanno un appeal pari almeno al referendum – andò a votare meno del 50 per cento degli elettori. Insomma, la conclusione sembra già scritta. Ma, domanda: se per qualche congiunzione astrale il referendum passasse e si sconquassasse buona parte dell’attuale diritto del lavoro e della cittadinanza, chi ne trarrebbe il vero dividendo politico?

Il più carismatico sostenitore di questa prova di forza, indubbiamente, e cioè Maurizio Landini con la sua Cgil. Che a quel punto potrebbe facilmente lanciare un’Opa sulla leadership del centrosinistra, quasi certamente definitivamente rovesciandolo in sinistra-centro. In fondo, anche i referendum di giugno potrebbero lasciare un loro segno.

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