Brescia: voto bipartisan sull’Innovation district, scontro sulla sicurezza

In teoria doveva essere la giornata dell’innovazione. In pratica è stata la dimostrazione plastica di come a Brescia si riesca a parlare di sviluppo tecnologico e ricerca e, cinque minuti più tardi, di taser come se fossimo intrappolati in un episodio di «Ricomincio da capo» (con la differenza che qui Bill Murray non arriva a salvarci).
Sintonia
Sul Brescia innovation district (alias: Bind) ieri l’aula ha sfoderato la versione migliore di sé: toni istituzionali, qualche puntura ma nessuna ferita grave. L’assessore Andrea Poli ha scelto un incipit da seminario di macroeconomia (che in Consiglio comunale è già di per sé un atto rivoluzionario). Total factor productivity, salari reali sotto del 7,5% rispetto al 2021, inflazione che corre e stipendi che arrancano e «se la produttività non cresce, lo spazio per aumentare i salari è ridotto».
Traduzione: puoi collezionare lauree e ritrovarti con una busta paga striminzita. Era il tentativo di dire che il Bind non è una vetrina, ma può essere una risposta politica a un problema strutturale. Per anni, ha scandito Poli, «sono stati seguiti i capitali, senza pensare alle filiere». Adesso l’ordine si capovolge: riportare i capitali sui territori. È un rovesciamento culturale prima che economico. E dentro c’è una critica implicita a quella subalternità un po’ rassegnata verso Milano: quando dalla Regione fanno capire che il Bind non deve essere un doppione degli hub meneghini, l’assessore lo traduce come «un messaggio per dire a Brescia di non disturbare». E invece l’idea è disturbare, eccome.

Due piattaforme, un’alleanza cittadina per nulla scontata, la dimostrazione che si può fare rete. Una scommessa in direzione città europea: non è poco. E, infatti, (mirabilia): tutti d’accordo. Nini Ferrari (FdI) apprezza la presidenza pubblica ma nota «uno sbilanciamento» tra UniBs e Università Cattolica e bolla «inopportuno» il compenso al Cda.
La replica arriva in due tempi: prima Daniela Del Ciello (Pd) rimarca che «la volontà è dare un’impronta pubblica alla Fondazione». Poi, Poli ribatte perentorio: «Non voglio che quel Cda diventi il poltronificio di qualche pensionato, io voglio che lì siedano i migliori e i migliori difficilmente si siedono senza compenso».
Fabio Rolfi (Lega), archiviata «un po’ di prosopopea fatta dall’assessore», condivide l’indirizzo e invita a coinvolgere la Regione anziché bersagliarla. L’on. Fabrizio Benzoni (Azione) parla di «grande giornata: si sta dando una vocazione a Brescia»; Fabio Capra (Pd) ridimensiona l’enfasi ascrivendola a «un passo avanti, non una svolta» e ricordando la necessità di chiudere prima la partita Musil; Francesco Tomasini (Azione) rivendica la regia del Comune. Arrivati in fondo al dibattito, maggioranza e opposizione marciano allineate: voto unanime (scena quasi commovente).
Replay
Poi, come nei migliori romanzi politici, entra in scena il tema che spezza l’incantesimo: sicurezza. E con lui il taser, oggetto totemico che in Loggia ritorna ciclicamente, come le rondini a primavera e le polemiche a settembre.
Luca Pomarici (Azione), presidente della commissione Sicurezza, propone l’archiviazione della petizione sulla riorganizzazione della Polizia locale e sulla dotazione della «pistola elettrica». Le firme erano partite in 1.300 e sono arrivate a destinazione in 127: tante quelle valide, tra residenti fantasma, calligrafie gemelle e persino sottoscrittori defunti. Un pasticcio che diventa argomento politico. Pomarici rivendica il rispetto delle regole e ricorda che sul taser la linea è chiara: «Non risulta adatto alla sicurezza urbana, servono approfondimenti nazionali»; sulla riorganizzazione, invece, «le indicazioni sono generiche, al punto che non significano nulla se non si entra nel merito».
Apriti cielo. Carlo Andreoli (FdI) parla di «paura del confronto» e di «schiaffo a chi denuncia insicurezza». Massimiliano Battagliola (Bs Civica) evoca gli ultimi episodi di risse e clima di paura: «La sicurezza non è uno slogan ma un diritto». Paolo Fontana (Forza Italia) denuncia «una censura autoritaria» e sostiene che si sia voluto «spegnere un confronto».
Francesco Catalano (Al lavoro con Bs) ribatte che quando si sono configurati reati «i soggetti sono stati arrestati» e ricorda l’origine zoppicante della raccolta firme. Andrea Curcio (Pd) invita a usare la parola censura con più cautela: l’iter è quello consueto, l’indirizzo politico pure. Il capogruppo dem Roberto Omodei liquida il dibattito come «surreale»: dopo le firme dei morti, pontificare appare un esercizio temerario e – aggiunge – sul taser «è il caso che ve ne facciate una ragione», perché «la sicurezza non è il feticcio di turno». Certo è che non basta una scarica elettrica a sciogliere nodi sociali, disagio, marginalità.
Brescia ieri ha mostrato due posture opposte. Il risultato è un cortocircuito curioso: la stessa Aula capace di immaginare una piattaforma tecnologica si arena sull’altra piattaforma, quella emotiva. Il punto non è il taser in sé, ma la tentazione, bipartisan, di scegliere sempre il terreno più semplice: la bandiera o il regolamento. E una città che vuole competere nel mondo non può restare intrappolata in eterno nel replay del proprio dibattito.
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