«Dobbiamo essere pronti a combattere come Europa, non semplicemente come una somma di 27 Stati». Andrius Kubilius non usa giri di parole. Il commissario europeo alla Difesa e allo Spazio guarda a un continente costretto a ripensare la propria sicurezza mentre anche la Nato si prepara a quella che definisce una trasformazione «che avviene una volta ogni cento anni». È la «Nato 3.0», nella quale l’Europa dovrà costruire un proprio pilastro senza entrare in competizione con l’Alleanza Atlantica.
A Strasburgo, a margine della plenaria del Parlamento europeo, Kubilius parte dalle proposte sulla difesa lanciate da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione e mette insieme i tasselli della nuova architettura della sicurezza europea: il Consiglio europeo di sicurezza, la minaccia russa e la guerra ibrida, il rapporto con gli Stati Uniti, gli investimenti comuni e una difesa che resta prerogativa nazionale ma che, sostiene il commissario, deve diventare sempre più europea.
Commissario, che giudizio dà del discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen sui temi della sicurezza e della difesa?
Ci sono due elementi che considero particolarmente significativi. Il primo è l’iniziativa sul Canada, il secondo è il pacchetto di nuove proposte sulla difesa. La proposta di fare del Canada il primo Paese associato all’Unione europea e anche un membro del futuro Consiglio europeo di sicurezza è davvero storica. Porterà molti benefici a entrambe le parti, ma va anche oltre. La considero un’iniziativa geopolitica di notevole portata, che dimostra come l’Europa stia diventando un centro di gravità geopolitico e un polo di attrazione per le democrazie del mondo.
Anche sulla difesa la presidente ha presentato un pacchetto di proposte molto rilevante. Ho sempre sostenuto che la European Defence Readiness debba poggiare su tre pilastri: quello materiale, che comprende risorse finanziarie, produzione e approvvigionamenti; quello istituzionale; e quello politico. Dobbiamo anche rivedere le nostre istituzioni, le nostre dottrine e i nostri processi decisionali, perché sono stati costruiti in tempo di pace. Il Consiglio europeo di sicurezza è una vecchia idea discussa da Macron e Merkel già nel 2017-2018 e ora sta diventando realtà. Può consentirci di integrare non soltanto gli Stati membri dell’Unione, ma anche l’esperienza dell’Ucraina, che è oggi la più collaudata sul campo di battaglia, e Paesi come Canada, Regno Unito e Norvegia.
C’è poi la questione della guerra ibrida. Ciò che continuiamo a definire “ibrido” sta diventando sempre meno ibrido. Dobbiamo dotarci di un anti-hybrid playbook. Io parlerei di una vera e propria difesa ibrida: se siamo di fronte a una guerra ibrida, dobbiamo avere una difesa ibrida e disporre di tutti gli strumenti necessari. È significativo che il Parlamento europeo abbia appena approvato una risoluzione su questo tema.

Un altro elemento proposto dalla presidente della Commissione è quello di avere una sorta di nostro articolo 4, facendo il confronto con la Nato. Nell’Unione europea questo si collega piuttosto all’articolo 42.7, di cui abbiamo già discusso. Von der Leyen propone un protocollo di emergenza per la sicurezza che stabilisca come attivare questo articolo e quali strumenti debba comprendere. Per alcuni Paesi dovrebbe comprendere tutto, inclusa l’assistenza militare, perché alcuni Stati dell’Unione non fanno parte della Nato. Dobbiamo capire che cosa serve a un Paese che si trova ad affrontare un’aggressione. Non soltanto assistenza militare, ma tutto ciò che è necessario per superare la crisi che ne deriva. Disponiamo già di molti strumenti: dobbiamo semplicemente riunirli in un unico playbook.
Come si può costruire una vera difesa europea se la difesa resta una competenza nazionale?
Vedo la necessità di un’evoluzione dell’architettura europea della difesa. Dobbiamo ricordare la nostra storia. Anche l’Italia fu tra i Paesi che negli anni Cinquanta guidarono il tentativo di costruire una Comunità europea di difesa. L’Italia ratificò il trattato, così come la Germania e i Paesi del Benelux, ma i nostri amici francesi fermarono il progetto. C’è persino chi sostiene che oggi si potrebbe riprendere quel processo di ratifica, ma spetta ai giuristi stabilire se sia possibile. L’idea era quella di arrivare a un esercito europeo e a un’intera architettura comune.
Ukraine is getting closer & closer to 🇪🇺!
— Andrius Kubilius (@KubiliusA) September 16, 2026
Ukraine has just ratified the Association Agreements to the EU defence programs #EDF #EDIP_USI.
It will help 🇺🇦 innovators to get more support&work with EU industry. Technological superiority is a deterrence.https://t.co/mcjhGOHxxr
Il progetto fallì e successivamente i trattati hanno stabilito chiaramente che la difesa è una prerogativa nazionale. È da questa situazione che dobbiamo partire. Con il Consiglio europeo di sicurezza possiamo introdurre una dimensione europea più forte. Non significa abbandonare la prerogativa nazionale – questo non accadrà – ma aumentare il coordinamento e l’unità europea nello sviluppo delle capacità di difesa. Stiamo già procedendo in questa direzione con gli European Defence Projects of Common Interest. Ne abbiamo cinque pronti per essere approvati e altri seguiranno: riguardano la difesa spaziale, quella marittima, la difesa dai droni e altri settori. È il nostro tentativo di cominciare concretamente a costruire sistemi europei.
Come deve rispondere l’Europa alla minaccia russa?
Ripeto spesso un vecchio detto romano: se vuoi la pace, prepara la guerra. E, come dice Mark Rutte, «al momento non siamo in guerra, ma non siamo nemmeno in pace».
Dopo la fine della Guerra fredda gli europei pensavano che la pace sarebbe durata per sempre e che gli americani avrebbero continuato a occuparsi della nostra sicurezza e della nostra difesa, investendo il denaro dei loro contribuenti. Quell’epoca è finita. Se vogliamo essere in grado di difenderci e, proprio grazie a questa capacità, deterrere un’eventuale aggressione russa, dobbiamo costruire le nostre capacità di difesa.
Quali sono i progetti comuni prioritari e come saranno finanziati?
Dall’inizio del 2025 questa Commissione ha cercato innanzitutto di aiutare gli Stati membri a finanziare la difesa. Abbiamo consentito loro di utilizzare la clausola di salvaguardia nazionale, che permette di aumentare la spesa per la difesa dell’1,5% senza includerla nel calcolo del deficit. E vediamo che la spesa per la difesa sta aumentando a livello nazionale. Abbiamo poi varato il programma SAFE, mettendo a disposizione 150 miliardi di euro di prestiti a condizioni favorevoli, garantiti dal bilancio europeo. Un numero consistente di Stati membri, soprattutto quelli che non possono indebitarsi alle stesse condizioni dell’Unione europea, ha deciso di utilizzarli.
Anche l’Italia ha ridotto la propria richiesta iniziale ma, per quanto ne so, intende ora utilizzare circa 8 miliardi di euro. Concluderemo presto il lavoro tecnico. Una parte molto consistente di questo pacchetto, circa 60 miliardi, riguarda inoltre l’Ucraina, che utilizza queste risorse anche attraverso acquisti dall’industria europea della difesa. Un altro obiettivo è aiutare l’industria ad aumentare la produzione. Il Parlamento ha appena approvato il cosiddetto omnibus sulla semplificazione nel settore della difesa. È un primo passo importante. Dobbiamo poi sviluppare le capacità richieste dai piani di difesa della Nato. Con gli European Defence Projects of Common Interest cerchiamo di costruire progetti paneuropei. Pensiamo alla difesa aerea e antimissile: la guerra in Ucraina ci ha mostrato quanto sia essenziale. Mark Rutte ha ricordato che in Europa dobbiamo aumentare del 400% la nostra capacità di difesa aerea. Questo dà la misura di quanto ancora ci manchi per essere in grado di difenderci. Anche la difesa marittima rappresenta un progetto comune molto importante.
Qual è il rapporto tra il progetto di difesa europea e la Nato? Non c’è il rischio che finiscano per sovrapporsi?
Fin dall’inizio del mio mandato come commissario ho detto una cosa molto semplice: l’Europa non è in competizione con la Nato e non lo sarà mai. Dobbiamo distinguere chiaramente i rispettivi compiti. La Nato prepara i piani militari per difendere le diverse aree – i Baltici, la Polonia, il fianco meridionale – e dispone di un’esperienza molto solida. Poi definisce i capability targets, cioè le capacità che gli Stati membri devono mettere a disposizione affinché quei piani possano essere attuati. L’Unione europea dispone invece di strumenti che la Nato non ha. Possiamo mettere a disposizione risorse finanziarie aggiuntive. La Nato può chiedere agli Stati membri di spendere il 5% e gli Stati possono assumersi questo impegno, senza però necessariamente attuarlo. Noi arriviamo con risorse reali. Certo, tutti vorrebbero più fondi dall’Unione, ma qui il problema è l’architettura del bilancio europeo. Disponiamo inoltre del programma europeo per l’industria della difesa e di strumenti industriali con i quali possiamo aiutare gli Stati membri a realizzare progetti comuni. A volte utilizzo una distinzione molto semplice: la Nato è una potenza militare, l’Unione europea è una potenza economica e dobbiamo combinarle. Non vedo quindi una competizione.
E quale ruolo avrà il Consiglio europeo di sicurezza?
La Nato sta attraversando una profonda trasformazione. Non dobbiamo dimenticare il concetto di «Nato 3.0» che gli americani hanno messo sul tavolo e sul quale anche gli Stati membri europei si sono trovati d’accordo. Sarà una trasformazione enorme. Io la definisco una trasformazione che avviene una volta ogni cento anni. La Nato è stata costruita nel 1949 e, in sostanza, abbiamo continuato a vivere con l’architettura costruita allora. Ora cambieranno profondamente sia la struttura sia la natura dell’Alleanza. Dobbiamo essere pronti. Ed è proprio per questo che il Consiglio europeo di sicurezza è così rilevante. Ci offre una piattaforma per discutere tra europei di come costruire il pilastro europeo della Nato e un’architettura europea della difesa adeguata alla nuova situazione. Dobbiamo rendere l’Europa realmente pronta a difendersi e pronta a combattere. Ma come Europa, non semplicemente come una somma di 27 Stati.




