Politica

Paroli a Kiev: «Per la pace due mesi decisivi, Putin ora vuole trattare»

Il senatore bresciano di Forza Italia è in Ucraina con l’Assemblea parlamentare della Nato
Adriano Paroli a Kiev
Adriano Paroli a Kiev

Il bresciano Adriano Paroli risponde al telefono dall’ingresso della Rada, il Parlamento ucraino. Intorno, i sacchi di sabbia e «una normalità surreale». Il senatore di Forza Italia è a Kiev con l’Assemblea parlamentare della Nato e rientrerà in Italia nella notte. Quella precedente l’ha trascorsa ascoltando per oltre un’ora missili e droni sopra la capitale.

Che situazione ha trovato?

Una città che continua a vivere come se nulla fosse. È la cosa più strana: una bomba fa un buco in una strada e loro lo riparano subito, quasi per dire «non ci facciamo condizionare». Stanotte (ieri, ndr), tra le tre e le cinque, ci sono stati i bombardamenti, anche se doveva esserci la tregua. Ma i giovani prendono un aperitivo, i ristoranti sono aperti, gli hotel funzionano. Se non fosse per le sirene e i sacchi di sabbia nelle zone più sensibili, in certi momenti potresti girare da turista senza pensare di essere nella capitale di un Paese in guerra.

Dopo i colloqui degli americani, prima a Mosca e poi a Kiev, esiste davvero uno spazio negoziale?

Secondo me sì. Le perdite russe sono terrificanti e prima o poi i costi della guerra diventano troppo alti rispetto ai benefici. Non è soltanto una questione economica, ma anche di tenuta interna.

Lei si fida di Putin?

Non mi fido di Putin, ma non è questo il punto. Putin può fermare la guerra quando i costi diventano troppo alti rispetto ai benefici. E credo che siamo vicini a quel punto.

Perché è tanto importante la missione degli inviati di Trump?

Perché le visite lampo prima da Putin e subito dopo da Zelensky servono, secondo me, a suggellare trattative già avanzate. Dopo tanti fallimenti gli Stati Uniti difficilmente si esporrebbero ancora se non ritenessero possibile fare passi avanti.

In quali tempi?

Credo che settembre e ottobre possano essere mesi importanti. Putin ha indicato come passaggio le elezioni della Duma e subito dopo si dice pronto a tornare a trattare. E poi c’è Trump: arrivare alle elezioni di midterm di novembre con passi consistenti verso la pace sarebbe per lui un successo. Non escludo che anche Putin possa avere interesse a concederglielo: ha già molti nemici e mantenere aperto un rapporto con Trump gli è utile.

A Kiev ha trovato lo stesso ottimismo?

No, ed è una cosa che mi ha colpito. Abbiamo fatto una decina di incontri e nessuno ha parlato dicendo «speriamo», «potrebbe essere». Forse per scaramanzia, forse per non illudersi. Qui ragionano già sull’inverno, che temono sarà duro soprattutto dal punto di vista energetico.

Resta il problema dei territori occupati. È pensabile una pace senza che Kiev accetti di non recuperarli subito?

È un nodo che non so come potrà essere sciolto. Ci sono anche parlamentari eletti nei territori occupati o vicini ad essi che difficilmente potrebbero votare una rinuncia. Una cosa, però, è prendere atto della situazione sul terreno, un’altra è cedere giuridicamente quei territori.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky - Foto Epa/Sergey Dolzhenko © www.giornaledibrescia.it
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky - Foto Epa/Sergey Dolzhenko © www.giornaledibrescia.it

Una decisione del genere può prenderla solo Zelensky? Non c’è un problema di legittimazione popolare?

Credo che la Costituzione preveda un referendum per la cessione dei territori. E sì, c’è un problema di legittimazione: la Rada non viene rinnovata dal 2019. Una soluzione potrebbe essere una tregua, con un accordo da sottoporre poi a referendum insieme alle elezioni politiche. Ma resterebbe il problema di come far votare chi vive nei territori occupati.

E cosa impedirebbe alla Russia di riprovarci fra due anni?

È un rischio che bisogna considerare. Pensare di sconfiggere definitivamente la Russia non è realistico. Nei Paesi baltici questa paura è fortissima perché quello che hanno subito dall’Unione Sovietica non è storia lontana: per molte persone è qualcosa vissuto sulla propria pelle.

Quanto devono essere esigenti gli alleati sulla corruzione mentre l’Ucraina è in guerra? C’è il rischio che la qualità della democrazia passi in secondo piano?

È un tema di cui abbiamo parlato proprio con la Commissione anticorruzione indipendente. Pensiamo agli appalti per le armi: da una parte devono essere fatti velocemente e rispondere alle necessità della guerra, dall’altra bisogna garantire concorrenza e trasparenza ed evitare che tutto avvenga a trattativa privata. L’Ucraina da qualche anno si sta attrezzando anche su questo, perché è ciò che l’Europa chiede nel percorso verso l’ingresso nell’Unione.

Quindi la guerra non può diventare un alibi?

No. È chiaro che i tempi e il tipo di forniture impongono procedure particolari, ma l’obiettivo europeo qui è fortissimo. Le bandiere dell’Unione sono ovunque: entrare nell’Ue è considerato un traguardo assolutamente non derogabile.

Quale garanzia di sicurezza può essere credibile senza l’ingresso dell’Ucraina nella Nato?

Finché c’è il conflitto, entrare nella Nato è impossibile. Credo possa essere una scelta intelligente continuare invece il percorso verso l’Unione europea e accompagnarlo con una garanzia diretta degli Stati Uniti. Mosca potrebbe dire di aver evitato l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, ma una garanzia americana sarebbe comunque fortissima.

L’Italia sarebbe disponibile a intervenire militarmente in caso di una nuova aggressione?

No. È proprio questo che ci distingue dai cosiddetti volenterosi. L’Italia partecipa al confronto e porta il proprio contributo, ma quel gruppo è nato anche sulla disponibilità a un possibile intervento militare in Ucraina. È una strada che l’Italia non ha mai voluto condividere.

Il presidente russo Putin
Il presidente russo Putin

Kiev chiede soprattutto sistemi di difesa aerea. Possiamo aiutarla senza scoprire la nostra?

Gli ucraini ci hanno ripetuto che hanno bisogno soprattutto dei Patriot. Ma dobbiamo pensare anche alla nostra difesa. Oggi con un drone relativamente economico puoi provocare danni enormi e per intercettarlo devi utilizzare sistemi costosissimi. È anche una guerra economica.

Quindi, secondo lei, anche l’Italia deve investire di più nella difesa?

A nessuno piace investire in armi e tutti vorremmo che fosse soltanto un brutto sogno. Ma purtroppo questa è la realtà. È come l’assicurazione contro l’incendio: finché pensi che le case non brucino sembra inutile, quando vedi che prendono fuoco cominci a farla.

Forza Italia ha una linea atlantista. Ma nel centrodestra non tutti parlano allo stesso modo: esistono due linee politiche?

La linea politica è una. Ma c’è chi pensa che smettere di mandare armi e aiuti all’Ucraina possa aiutare la pace. È una posizione che ritroviamo in Vannacci e, nell’opposizione, anche nei Cinquestelle. Credo che chi la sostiene sia convinto che questo possa favorire la pace, ma secondo me l’esito sarebbe soprattutto un altro: se l’Ucraina rimane sola, per la Russia diventa tutto più facile.

Quindi lei riavvierebbe il dialogo con Mosca?

Io penso che i contatti con la Russia vadano ripresi e credo che l’Unione europea abbia sbagliato a essere troppo tranchant. La Russia è l’aggressore, ma questo non significa che non si debba mantenere aperto il dialogo.

E fino a dove può spingersi Kiev senza provocare un’escalation tra Russia e Nato?

L’Ucraina non può soltanto difendersi e accettare che il territorio della guerra sia esclusivamente il proprio. Se tu spari a me, non può valere il principio che io non possa sparare a te. Questa impostazione, che c’era all’inizio della guerra, infatti è già cambiata.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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