Opinioni

Difesa europea, sale la spesa ma l’integrazione è un miraggio

Dagli aerei per la caccia di nuova generazione ai fucili passando per il tank: tutti i Paesi Ue avanzano con progetti in ordine sparso
Massimo Cortesi

Massimo Cortesi

Editorialista

Riarmo. Un carro tedesco Leopard II
Riarmo. Un carro tedesco Leopard II

La spesa per la difesa nella Ue ha raggiunto nel 2025 i 381 miliardi di euro, 11 punti percentuali in più sull’anno precedente. Quasi tutti i Paesi hanno raggiunto la soglia del 2% del rapporto tra tale spesa e il Pil (anche se restano lontani dal 3,5 entro il 2035 che chiede la Nato). L’Italia, che ha a lungo veleggiato sull’1,6%, ha dichiarato di aver raggiunto il 2, riclassificando però estensivamente una serie di voci (come, ad esempio, Guardia di Finanza e Guardia Costiera): in ogni caso il budget è salito a 32 miliardi.

La spinta è stata generata dall’invasione russa dell’Ucraina, a fronte della quale l’Europa si è scoperta impreparata, specie quanto a dotazioni, riserve e capacità di sostenere un conflitto classico se non per brevissimo tempo. Un anno fa Ursula Von Der Leyen, sostenendo il programma Rearm Europe, divenuto specie a fini mediatici Readiness 2030, aveva detto: «Serve un’industria forte, la Ue si assuma la responsabilità forte della propria difesa puntando a sicurezza e competitività». E aveva incontrato i leader dell’industria per «sentire da loro come si può sostenere di più questo settore, per rispondere su misure di scala e tempi, superando la frammentazione della domanda e migliorando l’offerta».

L’enunciazione politica, però, non si sta traducendo in risultati, anzi, se possibile la situazione sta per molti aspetti peggiorando. In primo luogo perché non c’è alcun trattato (e neppure progetto) che miri a un’integrazione militare europea, né tantomeno si intravede all’orizzonte una federazione europea da cui discenda la possibilità di avere forze armate (e politica estera) comuni. L’iniezione di finanziamenti, poi, ha finito per moltiplicare i programmi sulla spinta protezionistica delle industrie dei singoli Paesi, vanificando l’incremento degli investimenti.

A fronte, ad esempio, di tre aerei da caccia europei di pari generazione, come Eurofighter, Rafale e Gripen, da sostituire in prospettiva 2035/2070 si verifica l’ennesima euro-spaccatura (mentre in ambito Nato va affermandosi l’F35 americano, più avanzato ma legato a filo doppio a sviluppo e logistica made in Usa). Il promettente progetto GCAP (Global combat air programme) è portato avanti da Regno Unito, Italia e Giappone, mentre l’equivalente FCAS (Future combat air system) sostenuto da Francia, Germania e Spagna è di fatto naufragato per dissidi difficilmente componibili tra i due colossi Dassault Aviation e Airbus: Parigi, con quali aumenti di costi è facile immaginare, potrebbe proseguire da sola, Berlino sonda la (complicata) possibilità di agganciarsi al GCAP, Madrid pare tagliata fuori; intanto persino la Svezia penserebbe a un progetto autonomo.

Nel campo dei carri armati le cose non vanno meglio: a fronte di ben quattro linee europee da sostituire (Leopard 2, Leclerc, Challenger e Ariete) i progetti si dividono. Quello franco-tedesco MGCS (Main ground combat system) che doveva sostituire Leopard 2 e Leclerc è sostanzialmente defunto; l’Italia per rimpiazzare gli obsoleti Ariete aveva annunciato la scelta del Leopard 2A8, salvo poche settimane dopo lanciare addirittura lo sviluppo di un nuovo tank (derivato dal prototipo KF51 Panther di Rheinmetall); e ora anche la Spagna pensa a un proprio nuovo carro. E praticamente nessun fante europeo utilizza lo stesso fucile (anche se per fortuna almeno caricatori e calibro sono standard a livello Nato).

L’integrazione europea della difesa, insomma, resta in concreto utopistica, vanificata soprattutto dalla parcellizzazione delle industrie, che, a capitale in gran parte privato, mirano a massimizzare i profitti, rinunciando ad economie di scala che invece favoriscono gli Usa e ancor più Paesi come Russia e Cina, nei quali l’industria lavora soprattutto per lo stato e conta su materie prime ed energia a costi assai più bassi (tanto che oggi, guardando ad esempio ai tank, un Leopard 2A8 costa 30 milioni di euro, contro i 17 di un M1A2 Abrams americano, i 4,1 di un T90 russo e i soli 2,3 di un Type 99A cinese). Migliorare la difesa del Vecchio Continente non è solo una questione di soldi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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