La democrazia migliora perché è costantemente sfidata. Questa visione positiva è sempre più messa in discussione e, nelle ore che precedono la presentazione dello Stato dell’Unione da parte della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il cielo sopra l’Europa è pieno di nuvole oltre che di droni russi. La numero uno dell’esecutivo europeo è chiamata a dare risposte politiche nel suo discorso e a provare a tenere insieme la fragile maggioranza «Ursula», composta dalle forze europeiste, ma il cui baricentro si sta spostando sempre più a destra, con i Popolari che flirtano con sovranisti e conservatori. Tra le forze con cui i Popolari cercano di volta in volta convergenze vi sono anche partiti filoputinisti e altri che mostrano una certa allergia per lo Stato di diritto.
Facendo un po’ di storia, si potrebbe dire che fin dalla sua nascita il sistema democratico ha dovuto fare i conti con cittadini mai soddisfatti e con pretese di sempre maggiore partecipazione e capacità di decisione, ma anche con governanti che, all’opposto, temevano i contrappesi e le forme di controllo all’arbitrarietà del potere. E poi c’è sempre stata la dimensione esterna: le democrazie sono sfidate da tutti quei regimi in cui le libertà sono compresse o non esistono, per il timore che proprio il sistema democratico venga preso come modello e fonte d’ispirazione da chi quelle libertà non le ha.
Ma siamo entrati in una fase diversa: forse le sfide sono diventate troppe e la democrazia, anziché rafforzarsi, rischia di arretrare. Il momento è grave e lo dimostrano anche i temi discussi al Parlamento europeo alla vigilia dello Stato dell’Unione, nella sola giornata di ieri.
Si è discusso, votato e approvato il report con le conclusioni e le raccomandazioni della commissione speciale sullo scudo europeo per la democrazia, e nel testo la Russia viene indicata come la principale minaccia esterna alla democrazia europea. Sovranisti, conservatori e pentastellati hanno votato contro il documento, nel quale si chiede anche di istituire un nuovo Centro europeo per contrastare la disinformazione e le ingerenze straniere.
Guerra ibrida
Ma le sfide alle democrazie non finiscono qui. Si è svolto anche un dibattito sui recenti attacchi ibridi e sulla strumentalizzazione dei migranti a Ceuta, mentre successivamente l’Alta rappresentante per la politica estera, l’estone Kaja Kallas, ha aperto la discussione dedicata agli attacchi ibridi contro gli Stati membri dell’Ue. Il tutto nel giorno in cui droni russi hanno sorvolato la Lituania e all’indomani del lancio di razzi di segnalazione da parte di una fregata russa contro un elicottero militare danese.
In questa complessa condizione di pace/guerra ibrida, l’Unione europea è costretta a barcamenarsi nella consapevolezza, poi, che ogni tornata elettorale sarà obiettivo della controinformazione. Dettaglio non di poco conto se si pensa che il prossimo anno sono in programma le elezioni presidenziali in Francia e le politiche in Spagna (ad ottobre, intanto, si vota in Lettonia e Bulgaria, dove l’ingerenza russa è un fenomeno più che tangibile).
La guerra ibrida si consuma nel campo dell’informazione, ma è complessa perché i confini sono labili, se si pensa proprio alle posizioni rispetto alla Russia. Ci può essere un dissenso legittimo, ovvero cittadini reali che organizzano una campagna contro le sanzioni alla Russia. Ma vi può essere anche un’azione di manipolazione che, alla fine, può arrivare a condizionare l’opinione pubblica. Come? Una rete controlla migliaia di account falsi per simulare un consenso spontaneo, nascondendo chi la finanzia: Mosca. Il nodo è distinguere un’opinione, anche radicale o sgradita, da un’operazione organizzata per ingannare il pubblico. Ed è proprio qui il paradosso: per difendersi da chi sfrutta le sue libertà, la democrazia rischia di dover intervenire su quelle stesse libertà.
Se le azioni sul campo, ma soprattutto nei cieli, sono contrastabili e servono a Mosca per testare la reattività militare, il campo dell’informazione è molto più controverso. Soprattutto se vi sono attori politici che si prestano, per opportunità, affinità ideologica o interesse politico, all’azione di discredito delle democrazie europee.
La sfida, dunque, non rende necessariamente più forte la democrazia. Quando diventa permanente, opaca e insieme interna ed esterna può anche logorarla. La domanda resta alla fine inevasa. E nemmeno von der Leyen oggi potrà rispondere. Le democrazie europee riusciranno a sopravvivere alla guerra ibrida o ne usciranno ridimensionate?




