Mentre l’Europa aumenta gli investimenti nella difesa e ridefinisce il proprio ruolo strategico, nell’Unione europea restano quattro Paesi che mantengono una posizione di neutralità o di non allineamento militare: Austria, Irlanda, Malta e Cipro. Non si tratta però di quattro situazioni identiche. In Austria e a Malta la neutralità ha una base costituzionale, in Irlanda è una scelta politica consolidata nel tempo, mentre Cipro ha storicamente seguito una linea di non allineamento. In tutti i casi, il nuovo contesto internazionale e il rafforzamento della politica europea di sicurezza stanno mettendo alla prova equilibri costruiti decenni fa.
Austria
L’Austria è probabilmente il caso più definito all’interno dell’Unione europea. La neutralità è stata inserita nella legge costituzionale nel 1955, dopo il recupero della piena sovranità seguito alla Seconda guerra mondiale. Il principio è diventato negli anni anche un elemento importante dell’identità politica del Paese.
L’ingresso nell’Ue, nel 1995, ne ha però modificato in parte il significato. Vienna partecipa infatti alla politica estera e di sicurezza comune dell’Unione e può assumere posizioni nette nelle principali crisi internazionali. L’Austria ha sostenuto le sanzioni europee contro la Russia e partecipa al sostegno finanziario all’Ucraina.
La neutralità non significa neppure rinunciare alla propria difesa. Vienna sta aumentando gli investimenti militari e punta a portare la spesa per la difesa al 2% del Pil entro il 2032. Il principio resta quello di non aderire ad alleanze militari come la Nato, pur mantenendo la capacità di difendere il proprio territorio.
Irlanda
L’Irlanda segue invece una politica di neutralità militare, che non è sancita dalla Costituzione. Dublino non fa parte della Nato e non aderisce ad alleanze militari, ma questo non significa che resti fuori dalla cooperazione internazionale sulla sicurezza.
Il Paese collabora con la Nato attraverso il programma Partnership for Peace, in particolare in settori come cybersicurezza, infrastrutture critiche e minacce ibride. L’Irlanda ha inoltre una lunga tradizione nelle missioni internazionali di mantenimento della pace. Il Governo distingue tra neutralità militare e neutralità politica: Dublino può quindi assumere posizioni precise sulle crisi internazionali senza rinunciare alla scelta di non entrare in un’alleanza militare.
Anche l’Irlanda, però, sta aumentando gli investimenti nella difesa. Il Governo ha annunciato 1,7 miliardi di euro per il periodo 2026-2030 per rafforzare le capacità terrestri, aeree, marittime e cibernetiche. Un tema particolarmente importante per un Paese fortemente dipendente dai collegamenti digitali e dalle infrastrutture sottomarine.
Malta
A Malta la neutralità è sancita dalla Costituzione dal 1987. La scelta nasce anche dalla storia dell’isola, che per lungo tempo è stata una base militare britannica, e dalla volontà di mantenere una posizione autonoma rispetto ai grandi blocchi militari. Negli ultimi anni, però, anche La Valletta ha iniziato a interrogarsi su come interpretare la neutralità in un contesto molto diverso da quello della Guerra fredda. Il Governo ha sostenuto un rafforzamento della capacità di difesa europea e ha progressivamente aumentato la propria spesa militare.
Per Malta, inoltre, la sicurezza non riguarda soltanto la difesa tradizionale. Un ruolo sempre più importante è ricoperto dalla protezione dei cavi sottomarini, delle reti marittime e delle infrastrutture informatiche, essenziali per un piccolo Stato insulare fortemente collegato con l’esterno. Il dibattito quindi non riguarda necessariamente l’abbandono della neutralità, quanto il modo in cui questo principio possa convivere con un maggiore impegno nella sicurezza europea.
Cipro
Il caso di Cipro è diverso. Più che di neutralità in senso stretto, si parla tradizionalmente di non allineamento. La politica dell’isola è stata a lungo condizionata dalla sua particolare situazione geopolitica e dalla volontà di non legarsi eccessivamente a una singola potenza.
Negli ultimi anni, però, Nicosia ha rafforzato i propri rapporti di difesa con l’Occidente. Il presidente Nikos Christodoulides ha anche aperto alla possibilità di un futuro ingresso nella Nato, qualora le condizioni politiche lo permettessero. L’ostacolo principale resta la posizione della Turchia, membro dell’Alleanza Atlantica.
Cipro è inoltre l’unico tra i quattro Paesi neutrali o non allineati dell’Ue a beneficiare dei finanziamenti del programma europeo Safe per gli investimenti nella difesa. È quindi il caso in cui la tradizionale politica di non allineamento appare oggi maggiormente in trasformazione.
Il trattato
Essere neutrali, oggi, non significa restare fuori dalle politiche di sicurezza dell’Unione. Austria, Irlanda, Malta e Cipro partecipano in forme diverse alla politica estera europea e sono comunque interessati dagli obblighi previsti dall’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea. La norma stabilisce che, in caso di aggressione armata contro uno Stato membro, gli altri Paesi debbano prestare aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro potere. Allo stesso tempo, però, tutela il carattere specifico delle politiche di sicurezza e difesa dei singoli Stati.
Questo significa che un Paese neutrale non è automaticamente obbligato a fornire assistenza militare diretta: il sostegno può assumere forme diverse, compatibili con i rispettivi vincoli nazionali. La guerra in Ucraina, l’aumento della spesa militare e il rafforzamento della cooperazione europea sulla difesa stanno però rendendo sempre più sottile il confine tra neutralità e partecipazione alla sicurezza comune. La questione, quindi, non è soltanto stabilire quali Paesi siano neutrali, ma capire che cosa significhi esserlo oggi dentro l’Unione europea.
I soldati
L’Europa corre sul riarmo, ma la questione non riguarda soltanto armi, mezzi e investimenti. A pesare è anche la capacità degli Stati di disporre di un numero sufficiente di militari e di mobilitarli rapidamente in caso di crisi.
A richiamare l’attenzione sul tema è stato il commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius. A febbraio, a Vilnius, ha delineato uno scenario pensato per misurare la reale capacità di risposta del continente. «Immaginate che sia il 2030 - ha spiegato - l’anno in cui i servizi di intelligence ritengono che la Russia potrebbe essere pronta e disposta a mettere alla prova la Nato, e che 100 mila soldati russi si stiano concentrando ai confini dell’Ue e dell’Alleanza». In una situazione simile, ha aggiunto, «per fronteggiare un dispiegamento di 100 mila soldati dovremmo essere in grado di spostare rapidamente un numero simile di uomini e mezzi».
Il problema è che, mentre Bruxelles mobilita miliardi per rafforzare la difesa, molte forze armate europee continuano a fare i conti con difficoltà di reclutamento e, soprattutto, di permanenza del personale. Un’indagine dell’European Organisation of Military Associations and Trade Unions, condotta attraverso associazioni militari di diversi Paesi europei, indica tra gli ostacoli principali la concorrenza del settore privato, gli stipendi, i requisiti fisici e le condizioni di lavoro. Tra le ragioni che spingono i militari a lasciare il servizio compaiono invece soprattutto la bassa retribuzione e il difficile equilibrio tra vita privata e professionale.
La questione riguarda anche i riservisti, fondamentali per competenze specialistiche come cybersicurezza, logistica e sanità. Secondo gli esperti citati nell’articolo, il riarmo europeo non è ancora stato accompagnato da riforme organizzative sufficienti a rendere efficace questo sistema. Il nodo, quindi, non è soltanto quanto l’Europa spenderà per la difesa, ma se riuscirà a trasformare quelle risorse in una capacità militare realmente disponibile.



