Dall’urgenza delle piazze alla pazienza delle commissioni. In mezzo c’è il passaggio più difficile: governare. Valentina Gastaldi, capogruppo di Brescia Attiva in Loggia, arriva da un percorso di attivismo che non ha mai nascosto e che oggi misura con la lentezza - talvolta inevitabile, talvolta meno - della macchina amministrativa. La maggioranza regge, i numeri non traballano. Ma la vera tenuta, dice, non si misura solo in aula. Si misura sulle scelte che verranno, soprattutto sul clima. E su questo terreno, i prossimi due anni non saranno di assestamento: saranno decisivi.
Consigliera, dal movimento alle istituzioni: che cosa cambia davvero?
Cambia il tempo. Nelle piazze l’urgenza è immediata, nelle istituzioni tutto passa attraverso procedure, mediazioni, equilibri. È una differenza che va capita fino in fondo e che, però, allo stesso tempo non deve diventare un alibi. L’urgenza climatica non sparisce solo perché entri in una commissione o in Consiglio comunale.
Come sono stati i primi mesi in maggioranza?
Molto difficili. Facevo delle cose e poi scoprivo che non si facevano così, che non si dicevano così. Ho perso anche parecchio tempo su questioni poco utili, perché non conoscevo i meccanismi. È stato complicato capire come funziona la macchina amministrativa e trovare un equilibrio tra adeguarsi e incidere. Anche perché io non vengo da un percorso politico: la mia esperienza si limitava al Consiglio comunale dei ragazzi.

Nel 2023 vi presentavate come la novità del momento.
Sì ed era effettivamente vero. Fino a un certo punto della campagna elettorale tutto sembrava procedere in modo molto lineare. L’elemento di novità siamo stati noi.
Aveva aspettative che si sono scontrate con la realtà?
Sulla crisi climatica partiamo da un’idea molto netta: dovremmo fare il 100%. E io difficilmente mi toglierò quell’idea. La proporzione del problema è enorme.
E rispetto a quel 100%, dove siamo?
Al momento oggettivamente siamo a molto poco. È stata importante la dichiarazione di emergenza climatica proposta dai Fridays for future. Poi in questo mandato c’è stata la costruzione del Piano aria e clima e molte iniziative e progettazioni sono state rimandate a quel piano. Da un lato è stato intelligente fare un ragionamento complessivo. Dall’altro però ha rallentato azioni che si potevano mettere in campo subito e che sono state occasioni mancate.
A cosa si riferisce in concreto?
Alcune scelte recenti - penso ai temi legati alla mobilità, alla gestione dei rifiuti, a interventi simbolicamente importanti - potevano essere l’occasione per dare un segnale più forte. Non si tratta di singoli provvedimenti in sé, ma del messaggio politico che trasmettono. Penso, ad esempio, alle pedonalizzazioni o alla segnaletica che consente alle bici di andare in contromano rispetto alle auto: sono piccole azioni che potevano essere attuate e che non hanno costi esorbitanti come le depavimentazioni, le nuove ciclabili, le isole ambientali o le riqualificazioni energetiche: capisco che per questo servono molti fondi, anche se bisogna partire.

La chiusura del parcheggio di piazza Vittoria rientra nel «si poteva fare»?
Secondo me sì. Era una proposta nuova e molto circoscritta, non un piano complessivo. Proprio per questo si poteva mettere in campo. Bisogna però essere sinceri e ricordare che questa iniziativa non era nel programma elettorale, a differenza di altro...
Si riferisce alla raccolta dei rifiuti porta a porta?
Secondo me si doveva fare: era scritto nel programma di mandato ed era un obiettivo. Posso comprendere le ragioni dei costi, ma rimandare non li farà diminuire. Questa è stata un’occasione persa. Come pure non avrei investito tutti quei soldi per l’ascensore in Castello, ma li avrei dirottati su altre azioni, come è noto.
È una critica aperta alla maggioranza?
Diciamo che è una richiesta di coerenza. Noi siamo in maggioranza per incidere, non per occupare uno spazio. Se crediamo che la crisi climatica sia la questione centrale dei prossimi anni, allora ogni scelta dovrebbe essere letta anche in quella prospettiva.
Serve più attivismo dentro le istituzioni?
Sì. Più connessione con le persone fuori, più gruppi sui territori. L’attivismo è meno disilluso, porta idee, prospettiva. Anche decisionismo, in un certo senso, ma soprattutto porta immaginazione. Per noi, in Brescia Attiva, il metodo resta fondamentale: riunioni aperte, orizzontali, decisioni per consenso. In maggioranza il funzionamento è diverso, più piramidale. Sulla carta si potrebbe fare un confronto più ampio sulle proposte della Giunta. Serve però chi abbia quei valori e quelle pratiche.
È successo?
Su temi specifici sì. Penso alla Cabina di regia sul clima: abbiamo fatto molta fatica all’inizio a farla carburare, ma ora sta funzionando. Ci siamo seduti al tavolo, siamo stati franchi, c’è stato confronto costruttivo. È una pratica che dovrebbe restare.

Vi hanno mai fatto pesare l’ambientalismo?
Spesso mi dicono che l’ambientalismo a Brescia c’era già. Ed è vero. Ma noi nasciamo sulla crisi climatica, che è diversa. L’ambientalismo è non volere rifiuti tossici nel giardino, la crisi climatica è la CO2 che riscalda il pianeta. La consapevolezza è esplosa nel 2019 con Greta Thunberg e i Fridays for future. La strada è ancora lunga…
State bene in questa coalizione?
Come all’inizio, anche ora tutte le nostre considerazioni si basano sui temi e sugli obiettivi. Abbiamo bisogno di vedere che le azioni sulla transizione ecologica vengono messe a terra con coerenza. Non che siano solo «le propostine di Brescia Attiva», ma che diventino patrimonio della coalizione. Su cultura, politiche di genere, casa si è lavorato e si sta lavorando bene. Sulla crisi climatica c’è ancora tanto da fare.
In vista del 2028, il rinnovo dell’alleanza in questa coalizione è scontato?
No. Non c’è mai nulla di scontato. Abbiamo atteso con pazienza e lealtà il Pac: all’interno ci sono azioni importanti. Se almeno una parte vengono realizzate entro il 2028, bene. Se no, è un problema. In sostanza, restare ha senso se significa contribuire a cambiare ritmo, a orientare le decisioni. Se così non fosse, bisognerebbe aprire una riflessione. Questi due anni sono la prova del nove.




