Politica

Labaran: «Il velo arriva ancora prima di tutto. Il mio futuro? In un partito»

La consigliera comunale ha la delega alla Sanità: «A volte mi sento sola, finisco il mandato nella Civica Castelletti ma per il 2028 valuto l’ingresso nel Pd o nella Sinistra»
Palazzo Loggia, sede del Consiglio comunale - Foto Neg © www.giornaledibrescia.it
Palazzo Loggia, sede del Consiglio comunale - Foto Neg © www.giornaledibrescia.it

C’è una parola che ricorre mentre Raisa Labaran parla della sua esperienza in Consiglio comunale a Brescia: complessità. Non la pronuncia con amarezza, ma con lucidità. Infermiera con magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche, cresciuta tra Castegnato e Brescia, madre ghanese e padre nigeriano, musulmana con il velo, eletta nella lista civica della sindaca Laura Castelletti, Labaran è entrata in politica senza un partito alle spalle. E questo, oggi, è per lei insieme libertà e solitudine.

Per descriversi usa l’ironia. Dice di essere «una persona pesante», perché pensa «ai massimi sistemi». Poi sorride. Ma quando si entra nel merito dei temi politici e amministrativi – la definizione Ihra, il sistema di raccolta dei rifiuti, le tensioni in maggioranza, i casi giudiziari che hanno travolto due consiglieri di origine straniera – la leggerezza lascia il passo a una consapevolezza severa. Anche verso se stessa.

Raisa Labaran (lista civica Laura Castelletti sindaco) - © www.giornaledibrescia.it
Raisa Labaran (lista civica Laura Castelletti sindaco) - © www.giornaledibrescia.it

Consigliera Labaran, si è mai pentita di essersi candidata?

Pentita no. Però non mi aspettavo un’esperienza così complessa. La macchina amministrativa è grande, le dinamiche politiche ancora di più, tenerle insieme è faticoso. E poi siamo una lista civica: non abbiamo una struttura partitica, una storia politica consolidata. Questo da una parte ti dà molta libertà, dall’altra però ti fa sentire più sola.

Si è sentita isolata?

A volte sì. Nella vita da consigliera, non rispetto alla maggioranza in sé. Ci sono dinamiche che altri colleghi non possono capire fino in fondo. Anche solo il fatto di essere nera, velata. Non è vittimismo, ma l’impatto è molto diverso. Il velo arriva prima di tutto. E anche se mi occupo di salute, di prevenzione, dei temi della città, spesso si fa ancora molta fatica a smarcarsi dall’idea che io debba occuparmi solo di temi interculturali o religiosi.

È ancora così impattante?

Sì. Perché non siamo ancora abituati all’idea che si possa essere rappresentati da chi ha un colore della pelle diverso o porta il velo.

E dall’altra parte? La comunità musulmana la vede come un punto di riferimento automatico?

Non sempre. Anche lì c’è complessità. Non tutte le istanze si possono portare avanti, e non sempre vengo riconosciuta come interlocutrice. E poi c’è un tema che si sottovaluta: essere donna, musulmana, in politica non è affatto scontato né tanto meno semplice. I retaggi patriarcali esistono. Ho rotto un ghiaccio, sì, ma non senza difficoltà.

Qualcuno ha preso coraggio grazie a lei?

Sì, con le elezioni dei Consigli di quartiere ho visto tanti giovani candidarsi. Alcuni me l’hanno detto: «Abbiamo visto te e ci siamo fatti avanti». Questo mi ha fatto piacere. Altri invece mi hanno detto che il mio «yes we can» ha sdoganato qualcosa che non doveva essere sdoganato. Perché fa paura. Lo status quo fa paura.

Lei ha la delega alla sanità: è un incarico che non è arrivato immediatamente. Ci teneva?

Molto. Sono infermiera, ho una magistrale, sto studiando governo delle amministrazioni pubbliche. Mi interessa la parte manageriale, organizzativa. Non volevo che passasse l’idea che la consigliera musulmana dovesse occuparsi solo di integrazione o religione. Le competenze vanno valorizzate.

Una seduta del Consiglio comunale di Brescia - © www.giornaledibrescia.it
Una seduta del Consiglio comunale di Brescia - © www.giornaledibrescia.it

Il Comune però non ha competenza diretta sulla sanità: come esercita la delega?

È vero, ma ha competenza sulla promozione della salute, sulla prevenzione, sui temi che si collegano e sono legati alla salute: ambiente, urbanistica, raccordo con le associazioni. Abbiamo un tessuto associativo ricchissimo, ma frammentato. Mi sarebbe piaciuto metterlo più in rete ed è un lavoro che sto svolgendo e continuerò a svolgere. Non è facile, anche perché è una delega senza portafoglio e io lavoro: le energie sono quelle che sono.

L’iniziativa di cui va più orgogliosa?

L’iscrizione di Brescia alla rete delle Città Sane. È un dispositivo concreto, ma è anche un messaggio: ogni scelta va letta in ottica di salute.

Lei all’inizio ha parlato anche di solitudine. Una realtà civica basta a se stessa?

Basta se è strutturata. La nostra oggi non lo è ancora abbastanza. E sì, penso che un punto di riferimento politico serva.

Sta pensando di entrare in un partito?

In effetti ci sto pensando da un po’ sì, per il prossimo mandato, che spero ci sarà per me. Finirò questa esperienza come civica. Ma se voglio continuare a fare politica, devo pormi il tema.

A quale partito o partiti sta guardando? C’è già un dialogo in corso?

Dirlo è prematuro. Sicuramente rimango nel centrosinistra. Diciamo che Azione, ad oggi, è un partito che escludo in quest’ottica. Sono indecisa tra gli altri due: Pd e Sinistra. Ci sto riflettendo, mancano ancora due anni, ho tempo…

La sindaca lo sa?

Ne abbiamo parlato: con Laura Castelletti il confronto c’è sempre stato. Lei resta il mio punto di riferimento e lo sarà sempre, perché è stata la persona che ha creduto in me e questo non lo dimenticherò mai, come è giusto che sia.

Due dei quattro consiglieri di origine straniera eletti nel 2023 sono usciti dal Consiglio comunale per vicende giudiziarie. Che ricaduta hanno avuto quei casi?

È stata una grande delusione. Eravamo quattro, con storie migratorie diverse, rappresentavamo uno spaccato reale, essere in Aula in così tanti, da una parte e dall'altra dello spettro politico, era un passaggio importante e insieme simbolico. Vedere due su quattro confermare cliché sugli immigrati è stato molto doloroso, anche a livello personale. Siamo tornati indietro di quattro o cinque passi. La fiducia che si stava costruendo si è incrinata. E la delusione, grande, c’è stata anche all’interno delle comunità migranti.

Ha avuto paura di essere coinvolta per associazione?

Sì. Ho temuto che qualcuno potesse pensare: «Ecco, anche lei…». Invece ho ricevuto tanti messaggi di sostegno. Questo mi ha colpita positivamente.

Labaran insieme al consigliere Francesco Catalano  - © www.giornaledibrescia.it
Labaran insieme al consigliere Francesco Catalano - © www.giornaledibrescia.it

Pensa che potrebbe influire su una sua ricandidatura nel 2028?

Sì. Vivo nella fatica costante di dimostrare che si può essere amministratori seri, con background migratorio. E la solitudine politica mi fa paura.

Senta, questo è il suo primo mandato. Se l’aspettava una maggioranza così vivace?

No per nulla. Ho seguito da fuori l’ultima fase dell’Amministrazione di Emilio Del Bono, sembrava tutto più lineare, compatto. Qui c’è più pluralità. Non sempre è negativo: è, anzi, anche il bello della democrazia e di avere una coalizione ampia.

Il momento più difficile?

Senza dubbio l’introduzione del daspo e la decisione di recepire la definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance). Sull’Ihra sono rimasta amareggiata e sinceramente, col senno di poi, forse avrei battagliato di più: avrei dovuto votare contro e non astenermi. Sul daspo, al contrario, forse avrei dovuto battagliare meno, perché la politica è anche compromesso. Però restano due punti che mi hanno segnata e che mi hanno insegnato qualcosa.

E sul sistema di raccolta dei rifiuti porta a porta?

Io ero per il porta a porta spinto: del resto, è nel programma. Mi sarebbe piaciuta più battaglia su questo tema, anche da parte degli assessori e delle assessore. Alla fine abbiamo portato a casa un compromesso, ma con molte resistenze interne. In alcuni casi probabilmente servirebbe forse più coraggio.

Più coraggio, dice lei. In cosa?

Essere più netti. Non concedere sale pubbliche a chi fomenta xenofobia, come il movimento Remigrazione. Essere chiari su certe scelte ambientali. A volte siamo troppo prudenti.

La sindaca Laura Castelletti insieme al vice Federico Manzoni - © www.giornaledibrescia.it
La sindaca Laura Castelletti insieme al vice Federico Manzoni - © www.giornaledibrescia.it

Com’è stato il primo impatto nel rapporto con l’opposizione?

Meglio del previsto, pensavo fosse più difficile: non c’è scambio, non c’è contenuto reale su cui battagliare. Invece ho paradossalmente fatto più fatica, ma in questo caso in positivo, con la maggioranza: lì c’è molta dialettica, si deve trovare il compromesso. Con l’opposizione semplicemente ognuno gioca il suo ruolo.

Si è mai sentita offesa?

No, assolutamente. Semmai, mi sento ancora «diversa» per certi versi, purtroppo, come spiegavo all’inizio.

Lei è cresciuta qui. Quando ha scoperto di essere percepita come «diversa»?

Il giorno dopo l’11 settembre. Avevo 12 anni. Prima non avevo mai percepito la mia diversità, poi all’improvviso sono arrivate le domande dei compagni. Da lì è partito il mio attivismo nei Giovani Musulmani d’Italia.

Come vive la situazione internazionale?

Male. Ogni volta che apro un giornale spero che non ci sia un attentato. E spero sempre che non sia stato un musulmano. È brutto dirlo, ma è così. Perché poi devi ricominciare da capo a spiegare che non siamo tutti così.

Che Brescia sogna?

Una Brescia più coraggiosa. Che sappia dire dei no chiari. Che non abbia paura di prendere posizione. Che non si impoverisca: purtroppo la città ha sempre più persone e famiglie fragili. Mi piacerebbe essere l’equivalente bresciano di chi riesce a scardinare dinamiche ottuse. Non so se posso riuscirci, ma sicuramente posso provarci.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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