Fridays for Future ha vinto

Quanto sembrano lontane le immagini delle piazze e delle strade delle città di tutto il mondo, Brescia compresa, riempite dai giovani al grido di «Non c’è un Pianeta B»? L’eco di Fridays for Future pare non solo essersi affievolito, sembra quasi che le voci si siano spente. Ulteriore dettaglio: il simbolo di quel movimento, l’allora onnipresente attivista svedese Greta Thunberg, è sparita dai radar. Eppure nulla è più lo stesso.
C’è infatti un prima e un dopo Fridays for Future, un prima e un dopo nella coscienza ambientale dei giovani (e non solo). Siamo entrati in una fase dove l’indignazione per un abuso contro il territorio, la consapevolezza che ci stiamo dirigendo ad ampi passi verso una Terra sempre più inquieta e difficile da abitare o semplicemente la non accettazione di una lattina gettata nel sacchetto della plastica sono divenuti la normalità.
E di questo bisogna dire grazie anche alle migliaia di giovani che in quei giorni scesero in piazza, sfidando le malelingue, le facili ironie e le ipocrisie. Alcuni di loro sono ancora impegnati nella «sfida» alla crisi climatica, altri hanno invece abbandonato tale strada. Eppure tutto è cambiato grazie alla loro voglia e alle loro proteste.
Lo si vede nei piani di sviluppo di tantissimi Stati, Europa in testa, lo si evince dai business plan delle società in ogni angolo del globo. La tutela dell’ambiente, la sostenibilità per dirla in modo contemporaneo, è ormai un principio cardine che interseca tutti gli aspetti di vita delle persone, almeno nel mondo Occidentale. E, se il concetto non fosse chiaro, ciò si deve anche ai giovani. Quelle ragazze e quei ragazzi che, se anche si sentono sconfitti o soffrono per l’ecoansia, in qualche modo hanno vinto la loro battaglia.
Non si vedranno più i manifesti in cartone riciclato e i segni verdi sotto gli occhi affollare le strade. Ma lo spirito «green» è penetrato nelle sensibilità. Basta? Di certo no ma da qualche parte bisognava pur cominciare.
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