Cronaca

Umberto Gobbi, una vita da antagonista: «Il conflitto è una necessità»

L’intervista all’attivista e fondatore di Radio Onda d’Urto: «Non abbiamo una Giunta amica. I cambiamenti dentro le istituzioni arrivano quando c’è una pressione fuori»
Umberto Gobbi nel 2010, durante l'occupazione del cantiere della metro - © www.giornaledibrescia.it
Umberto Gobbi nel 2010, durante l'occupazione del cantiere della metro - © www.giornaledibrescia.it

Per alcuni è un punto di riferimento, per altri una presenza ingombrante, per tutti è «l’antagonista» per eccellenza. Umberto Gobbi attraversa da decenni la vita politica e sociale della città senza mai aver scelto la via istituzionale, ma restando dentro e attorno ai suoi conflitti più duri: le piazze, le occupazioni, gli sfratti, le battaglie per la casa e per i diritti dei migranti. Fondatore di Radio Onda d’Urto e tra i promotori del percorso che ha portato al Magazzino 47 e all’esperienza di Diritti per Tutti, Gobbi si muove lungo una linea costante: quella del conflitto sociale come strumento politico.

«Il 28 maggio 1974 ero in seconda media. Durante la ricreazione, qualcuno disse che era scoppiata una bomba: le mie sorelle erano in piazza Loggia, sotto il palco, e si cercavano a vicenda tra i corpi a terra. A quell’età non capisci tutto, ma capisci che qualcosa si è rotto per sempre. Per me, quello, è stato l’inizio».

È stato un passaggio immediato alla militanza?

È stato un processo. Alle superiori ho iniziato a partecipare alle mobilitazioni. Appartengo a una generazione che ha vissuto la fine del cosiddetto decennio rosso e poi ha dovuto ricostruire tutto sulle macerie degli anni Ottanta: repressione, chiusura degli spazi, isolamento. Quando siamo diventati maggiorenni non c’era niente da ereditare.

Come si arriva, nel 1985, a fondare la radio?

Perché senza comunicazione le lotte non esistono, restano ai margini. La radio nasce in un momento in cui riprendevano i fermenti studenteschi e le prime occupazioni dei centri sociali. All’inizio era tematica: repressione, carcere, ambiente – poco dopo arrivò Chernobyl – centri sociali. Poi abbiamo capito che non bastava autorappresentarsi. Bisognava analizzare la realtà, aprire il microfono, confrontarsi. Oggi è uno spazio libero, non un museo della militanza.

E il Magazzino 47? Oggi è integrato nella vita cittadina, ma nasce da occupazioni e sgomberi... Che anni sono stati?

Ci vollero tredici occupazioni, tra il 1985 e il 1993, per arrivare a una situazione più stabile, con gli ultimi due tentativi falliti all’ex azienda Atb e alla ex scuola di Costalunga. Entravamo e ci buttavano fuori. A un certo punto abbiamo detto basta, non avremmo più accettato di essere spostati come pacchi. Ci fu uno scontro, poi una trattativa. Non fu un favore: fu il risultato di conflitti e pressione sociale. Ironia vuole che quello spazio è diventato a tutti gli effetti nostro sotto il governo di centrodestra. Oggi è attraversato da decine di migliaia di persone tra concerti, piccoli produttori, sportello casa. Negli ultimi anni sono soprattutto gli studenti delle superiori ad animarlo. E questo per me è il segnale più importante: oggi tocca alla Generazione Gaza.

Alla torre Cimabue per chiedere case dignitose - © www.giornaledibrescia.it
Alla torre Cimabue per chiedere case dignitose - © www.giornaledibrescia.it

Per le istituzioni lei è spesso quello scomodo. Dicono: «Attenti, arriva Gobbi...»

Significa che non scendiamo a compromessi al ribasso e che non facciamo sconti a nessuno. Non siamo mai stati l’ala sociale di nessuna Giunta. Anche quando sulla carta c’era maggiore vicinanza politica, il conflitto è rimasto. Lo considero quasi un riconoscimento...

Eppure c’è chi parla di un suo e vostro «lasciapassare» e sostiene che ormai siete parte dell’establishment cittadino. È così?

È una sciocchezza. Ho avuto 25 processi negli ultimi dieci anni, centinaia di denunce, ci sono minorenni che sono stati perquisiti a casa. Se questo è un lasciapassare...

Si è mai pentito?

Assolutamente no. Considero fondamentali tutte le lotte sociali. Poi, che non sempre siamo stati nel perimetro delle leggi non lo abbiamo mai negato. Esiste un sistema legislativo che imbriglia alcune forme di conflittualità, ma è solo così che sono arrivate le conquiste più importanti.

I detrattori dicono: quando governa il centrosinistra, i centri sociali spariscono. Cosa risponde?

Se qualcuno pensa che siamo diventati addomesticati dovrebbe venire a uno sfratto alle sei del mattino. Nella storia i diritti sono nati superando la legalità formale: le leggi cambiano quando la società le mette in discussione. È chiaro che si arriva al gesto eclatante quando si trovano tutte le porte chiuse.

La radio, il Magazzino, poi arriva Diritti per tutti. Come nasce l’associazione?

Nel 2000. Lo slogan era semplice e diretto: «Permesso per tutti, diritti per tutti». Non è una formula. Significa che i diritti non dipendono dal passaporto o dal colore della pelle: casa, lavoro, mobilità sono universali, devono essere riconosciuti a tutti.

Ma non dovrebbe essere la politica a vigilare?

Dovrebbe, ma non lo fa. E quando succede, subentra l’azione dal basso di chi si auto-organizza e si mobilita.

Quali sono le battaglie che più rivendica?

Su tutte, due. Nel 2000 occupammo piazza Loggia per 54 giorni, durante la Mille Miglia, riempiendola di materassi per chiedere la regolarizzazione dei migranti. Alla fine riaprirono le pratiche respinte: fu una vittoria concreta. Erano anni in cui l’istituzione contemplava la voce contraria: oggi non sarebbe durata neanche sei ore...

Parla di deriva autoritaria?

Sì. Io non credo che ci sia un ritorno al fascismo storico, ma vedo restringersi gli spazi di dissenso: i decreti sicurezza del governo nazionale vanno in quella direzione.

E la seconda battaglia?

Nel 2010, con la protesta della gru: quattro lavoratori salirono a decine di metri d’altezza, la città ha guardato in su per giorni, Brescia finì sui media internazionali. Non fu solo un gesto simbolico, ci fu una serrata trattativa e si mobilitò la città. Quei quattro non furono espulsi: oggi lavorano, hanno famiglie. A volte le lotte non cambiano il mondo, ma delle vite sì.

Una delle manifestazioni organizzate dal Magazzino 47 - © www.giornaledibrescia.it
Una delle manifestazioni organizzate dal Magazzino 47 - © www.giornaledibrescia.it

E tra quelle meno «celebri» e visibili?

I picchetti antisfratto. Le scale dei condomini alle sette del mattino, le famiglie che non aprono per paura. Quando riesci a fermare uno sfratto non fai una rivoluzione, ma eviti che qualcuno finisca in strada. Per me questo conta.

A proposito di casa: spesso viene attaccato sulla sua condizione economica. Le dicono: è facile fare il rivoluzionario con le case in affitto. Quante case possiede?

Mi considero fortunato: ho una casa e non vivo l’angoscia dello sfratto, ma non ho mai predicato il pauperismo. Ho vissuto con mia madre, che ha fatto enormi sacrifici per permetterci di studiare. Quando è morto mio padre io avevo quarant’anni: abbiamo ereditato due proprietà. Entrambe, di oltre 80 mq, sono affittate a 400 euro, meno di quanto costano molti alloggi sociali: in una casa vive una famiglia senegalese, nell’altra una famiglia italiana. Proprio la consapevolezza di essere un privilegiato mi ha portato a ritenere che non avere paura di essere cacciato in mezzo a una strada non debba essere una condizione solo di qualcuno, ma un diritto di tutti, perché tutti devono poter vivere dignitosamente.

Ha mai pensato di candidarsi?

No. Il mio spazio è un altro. I cambiamenti dentro le istituzioni arrivano quando c’è una pressione fuori. Senza, tutto si normalizza.

I candidati vi cercano in campagna elettorale?

No, nessuno ci ha mai chiesto di sederci a un tavolo, nessuno ha chiesto di ascoltare le nostre istanze per discutere sui programmi.

Avete una «Giunta amica»?

No. Ci sono stati momenti di dialogo e momenti di scontro con la destra e con la sinistra. Ma anche con Amministrazioni lontane politicamente siamo riusciti a ottenere risultati concreti, come la stabilizzazione del Magazzino o la Festa della radio: conflitto e trattativa non si escludono.

Date indicazioni di voto?

Non pubblicamente né ufficialmente, se qualcuno chiede cosa ne pensiamo rispondiamo, ma non facciamo riunioni per dire chi o cosa votare.

Si ritrova nella definizione di antagonista?

Sì, nel senso di portatore di un’idea alternativa a un sistema fondato sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza. Non considero la parola un insulto, anzi, mi ci ritrovo.

Dopo quarant’anni di conflitti cosa resta?

Resta una comunità. Non tutti quelli che aiutiamo rimangono attivi, forse uno su cinque. Ma durante la Festa della radio si mobilitano 800 volontari: non sono militanti professionisti, sono persone che sentono di far parte di qualcosa. Se mi guardo indietro, non rivendico eroismi, rivendico coerenza. Non abbiamo mai chiesto privilegi. Abbiamo chiesto che chiunque potesse vivere con diritti e dignità e questo, oggi, purtroppo non è ancora garantito. Io ho solo scelto da che parte stare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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