Politica

Il campo (semi)largo sale sullo stesso treno: nel mirino il «flop Trenord»

Obiettivo 5mila firme entro dicembre per portare in Regione la proposta di iniziativa popolare su controlli, rimborsi e gare. Ma il Movimento 5 stelle per ora dice «no grazie»
I pendolari protestano da tempo contro ritardi e cancellazioni ricorrenti - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I pendolari protestano da tempo contro ritardi e cancellazioni ricorrenti - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il centrosinistra bresciano riesce quasi nell’impresa di salire tutto sullo stesso treno. Quasi, perché ieri - davanti alla stazione - al banchetto contro i disservizi di Trenord, ci sono rappresentanti e simboli di +Europa, Pd, Azione, Psi, Partito liberal-democratico, Europa Verde, Sinitra italiana, Italia Viva, Possibile, Ora! e Volt. Manca il M5s (spoiler: sì, era stato coinvolto ma ha dato forfait). La destinazione è il Pirellone: servono 5mila firme entro dicembre per portarci la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da +Europa sul servizio ferroviario lombardo.

Centrosinistra sì, campo largo no

Con ordine. I Cinquestelle erano stati invitati ad aderire all’iniziativa «Lombardia si muove», ma il livello regionale ha deciso di non farlo. Perché? «In questo momento si è ritenuto di non aderire» risponde il coordinatore provinciale Luca Cremonini, che dice di non conoscerne le ragioni e ribadisce la posizione del Movimento «contro la privatizzazione del trasporto pubblico». Solo che la proposta non privatizza Trenord e non mette in discussione l’affidamento, che resta in piedi fino al 2033: prevede due gare sperimentali per servizi aggiuntivi, entro il 10% del volume annuo. Una sfumatura non proprio irrilevante, mentre il campo largo prova a capire quanto largo riesca poi davvero ad essere, nella pratica dei programmi.

Il merito della proposta di legge, comunque, comincia prima delle gare. E comincia dai numeri. Nel 2025, ricorda Davide Bresciani di +Europa, la puntualità media del servizio si è fermata attorno all’83%, contro un obiettivo contrattuale dell’89,5%. Secondo i dati della campagna, una corsa su cinque è in ritardo o non viene effettuata: sono circa 350 i treni al giorno interessati da disservizi e 40mila le cancellazioni in un anno. Il tutto per un servizio al quale la Lombardia destina oltre 500 milioni di euro pubblici ogni anno.

Poi ci sono i rimborsi. Da gennaio 2024 è stato sospeso il meccanismo automatico e gli indennizzi effettivamente erogati - riferisce ancora Bresciani - sono passati da 5,7 milioni a circa 100mila euro: «Nessuno però può sostenere che il servizio sia migliorato oltre cinquanta volte». È forse il numero che racconta meglio la tesi dei promotori: non è scomparso il disservizio, è diventato molto più difficile ottenere l’indennizzo. Da qui i cinque punti della proposta: dati pubblici su corse e penali, controlli indipendenti, rimborsi automatici agli abbonati, confronto permanente con pendolari e consumatori e apertura sperimentale alle gare. Ed è su quest’ultimo punto che la protesta dei pendolari diventa una questione politica: non soltanto come funziona Trenord, ma perché il sistema lombardo continua a funzionare così.

L’orizzonte

«Trasporto pubblico non significa monopolio pubblico» taglia corto Emanuele Zobbio (Pld). Fabrizio Benzoni (Azione) tiene fuori l’ideologia: il treno deve essere un’alternativa all’auto e, se gli standard non vengono rispettati, «più gare non fanno male». Dario Balotta (Ev-Avs) guarda all’Europa, dove ricorda che «gare e authority indipendenti sono la norma», e mette sul tavolo il paradosso italiano: Ferrovie dello Stato partecipa a gare in Germania e Olanda mentre in casa il mercato resta chiuso.

I rappresentanti del centrosinistra bresciano in stazione per la raccolta firme - © www.giornaledibrescia.it
I rappresentanti del centrosinistra bresciano in stazione per la raccolta firme - © www.giornaledibrescia.it

L’altra metà del ragionamento riguarda che cosa significhi servizio pubblico. Per Lorenzo Cinquepalmi (Psi) Trenord è «l’esempio plastico» di una politica che, sui trasporti, ha costretto i cittadini ad arrangiarsi. Francesco Sergio lo traduce nella propria vita: insegnante con una cattedra nel Bergamasco, racconta di essersi trasferito perché non poteva affidarsi ogni giorno al treno: «Eppure, un servizio pubblico deve essere garantito». Michele Zanardi spiega così l’adesione del Pd, nonostante il partito abbia una propria proposta: il trasporto pubblico «accorcia le disuguaglianze e rappresenta la dignità di un territorio».

Da settembre i banchetti gireranno nelle stazioni bresciane: servono 5mila firme (cartacee e non digitali) per portare la proposta in Regione. Intanto il primo «risultato» è politico: il centrosinistra ha trovato un terreno comune persino sulle gare. Il M5s, almeno per ora, no. Se il campo largo nel 2028 vuole arrivare fino a Palazzo Lombardia, prima o poi dovrà mettersi d’accordo anche sul treno da prendere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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