Opinioni

Dal V-Day al partito sistema, Grillo profeta di un passato

La storia del Movimento 5 Stelle si chiude con una lezione classica della sociologia dei partiti: la politica professionale e le sue istituzioni finiscono quasi sempre per addomesticare le spinte antipolitiche che cercano di travolgerle
Beppe Grillo fuori dal suo Movimento
Beppe Grillo fuori dal suo Movimento

«Il Movimento 5 Stelle ha perso l’identità». Sottinteso: quella «autentica», posseduta nell’epoca in cui lui e Gianroberto Casaleggio ne erano le guide indiscusse e incontestabili. Il lungo post vergato da Beppe Grillo sul suo blog ha un titolo che vale un manifesto: «Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni». Un testo nel quale si legge l’ennesima gragnuola di J’accuse contro la gestione successiva alla sua defenestrazione (lautamente ricompensata, per inciso), come la notazione sul Movimento «nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo».

In questo ultimo atto della recita di Grillo c’è una innegabile melanconia personale e un nuovo, definitivo, anatema politico. Quando il cofondatore-demiurgo denuncia la «perdita d’identità» del M5S non sta semplicemente consumando l’ennesimo strappo personale con Giuseppe Conte, ma stila l’atto di morte formale del populismo digitale che stava alle radici di quel progetto.

L’invettiva dell’«Elevato» contro la deriva burocratica e «centrista» del Movimento rappresenta una perfetta declinazione dell’eterogenesi dei fini: il tentativo iniziale di scardinare il sistema che si risolve nella completa, e inesorabile, assimilazione all’interno delle sue dinamiche più idealtipiche. Un’omologazione imperdonabile al cospetto della storia rivendicata dal grillismo e del suo aggressivo populismo post-ideologico.

Rapporto durato poco quello tra Grillo e Conte
Rapporto durato poco quello tra Grillo e Conte

Tutto ebbe inizio, come si ricorderà, in una piazza fisica che si fece cassa di risonanza di quella virtuale. Il V-Day del settembre 2007 non fu soltanto una «titanica» adunata di protesta contro la «casta», ma l’atto fondativo di un nuovo modello di comunicazione politica. L’alchimia tra la verve giullaresca e apocalittica di Grillo e l’utopismo tecnocratico di Gianroberto Casaleggio diede vita a una forma inedita di tecnopopulismo che mutò il volto della postpolitica.

All’insegna di una premessa che si rivelò seducente per tanti elettori (e vari osservatori): la Rete avrebbe spazzato via quanto rimaneva dei corpi intermedi – i partiti, i giornali, i sindacati, la stessa democrazia liberalrappresentativa – per restituire il potere direttamente al «popolo sovrano». Ovvero, la «democrazia diretta» (in verità, il sedicente direttismo democratico) attraverso la disintermediazione digitale.

L’insulto elevato a categoria politica, la retorica dell’onestà contrapposta alla corruzione «ontologica» delle élites, la sovranità della piattaforma che soppiantava allegramente le complessità e le lungaggini della mediazione parlamentare, la promessa appunto di una democrazia diretta e disintermediata gestita tramite un clic: il M5S si presentò come una forza catartica, post-ideologica, programmaticamente «non di destra, né di sinistra». Il passaggio grillino dalla dimensione dell’agit-prop digitale al palazzo trovò il suo slogan per eccellenza nel 2013: «Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno».

Lo tsunami elettorale portò nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama una pattuglia di cittadini comuni e «uomini qualunque», privi di esperienza politica, investiti della missione di scardinare la «cittadella del potere». La performance dell’intransigenza si manifestò inizialmente con lo streaming delle trattative col Pd (e l’umiliazione di Pierluigi Bersani...), con l’ostentato rifiuto dei rimborsi elettorali e l’imposizione del vincolo dei due mandati per evitare, come affermava la retorica grillina, il professionismo politico.

E, tuttavia, l’impatto con la realtà rivelò presto le fragilità dei supposti postulati «rivoluzionari»: le Camere non si lasciarono «aprire» con la facilità e la disinvoltura teorizzate nei comizi, e fu piuttosto il Parlamento a trasformare la natura del Movimento. Mentre una mutazione genetica a 360 gradi si compì con l’ingresso nelle stanze del governo.

Tra il 2018 e il 2021, il M5S ha mostrato un’incredibile «plasticità» ideologica e programmatica, passando con disinvoltura dal governo populsovranista gialloverde con la Lega di Matteo Salvini all’esecutivo giallorosso con il Partito democratico, sino all’approdo nel gabinetto di larghe intese guidato da Mario Draghi, l’incarnazione stessa di quell’establishment tecnocratico contro cui il Movimento aveva proclamato di essere nato. Ed è in questo tornante prolungato che la figura di Conte ha ridefinito il perimetro complessivo del sempre più partito e sempre meno movimento.

Da «avvocato del popolo» chiamato a fare il garante super partes dell’accordo giallo-verde, Conte si è trasformato nel leader unico di una nuova fase, scaturita dalla gestione della pandemia di Covid. Sotto la sua guida, il M5S ha dismesso gli abiti dell’intransigenza antisistema per indossare quelli di un partito ambiguamente progressista, neoassistenzialista e attento alle istanze sociali del Mezzogiorno, abbandonando gradualmente le velleità di democrazia diretta e la rigidità delle regole originarie per diventare la seconda forza del cosiddetto «campo largo».

Segnando, così, il compimento della parabola: il movimento già anti-sistema si è fatto pilastro sistemico e l’entità post-ideologica ha trovato una presenza (più o meno) stabile e, soprattutto, condizionante nell’alveo del centrosinistra. La storia del Movimento 5 Stelle si chiude, dunque, con una lezione classica della sociologia dei partiti: la politica professionale e le sue istituzioni finiscono quasi sempre per addomesticare le spinte antipolitiche che cercano di travolgerle. E, così, a Grillo non resta che il ruolo del profeta disilluso (e alquanto rancoroso).

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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