Le dichiarazioni di Giuseppe Conte sulla linea di politica estera del «campo largo» che va messa nello stesso pacchetto del candidato premier, in una sorta di «primarie di persone e programmi» sono, di fatto, una sfida al Pd e un tentativo di provare a imporre un «prendere o lasciare».
Secondo il leader pentastellato, se alle primarie vincesse lui, non solo il M5s esprimerebbe il capo della coalizione ma detterebbe – col 13% scarso dei voti – la linea di politica estera all’intero «campo largo». In pratica, un’annessione degli altri partiti, ai quali resterebbe il confronto su pochi temi restanti (un terreno sul quale, com’è probabile, Conte farebbe valere la «legge dei gazebo»).
Il problema è che – se ciò accadesse – per lealtà il Pd dovrebbe allinearsi, ma che una parte degli elettori di quel partito non lo farebbe affatto, così come la quasi totalità dei sostenitori dei partiti centristi dell’alleanza. La Schlein diventerebbe una sorta di vassalla e presto sarebbe scaricata dai suoi.
Per contro, se Conte perdesse, ci sarebbero mille dubbi su ciò che farebbe dopo il leader pentastellato: non accetterebbe di certo la linea di politica estera filoucraina e filoeuropea del Pd e non sopporterebbe di finire al ministero degli Esteri o alla presidenza del Senato per lasciare l’amatissimo Palazzo Chigi alla terza «usurpatrice» (la Schlein, dopo la Meloni e Draghi: Conte non ha mai tanto digerito di aver perso la guida del governo).

Se gli elettori del M5s scappassero in caso di vittoria della Schlein alle primarie, non è detto che lo stesso leader non sarebbe tentato di sfilarsi dalla coalizione. Del resto, in Sicilia nel 2022 il «campo largo» si sfasciò dopo la vittoria alle primarie di una rappresentante del Pd: fu il partito nazionale a interrompere la collaborazione con i democratici perché, nel frattempo, si era dimesso Draghi.
Qui nessuno si sognerebbe mai di affermare che Pd da una parte e M5s dall’altra siano inaffidabili, ma è un fatto che aggiungere alla già lacerante scelta del capo della coalizione un tema di rottura come l’Ucraina è di certo il modo per logorare irrimediabilmente il «campo largo» molto prima di presentarlo alle elezioni politiche.
Se c’è margine per una convergenza programmatica e per un accordo sul candidato a Palazzo Chigi, bene. Altrimenti è evidente che correre con la parte dell’elettorato sconfitta nei gazebo che defeziona alle urne significa arrendersi in partenza al centrodestra. Anzi, a quel punto tanto vale, per i partiti di centrosinistra, presentarsi nella formazione del 2022 (più Italia viva ed eventualmente Calenda) ma senza il M5s, per ottenere dal nuovo sistema elettorale maggiori vantaggi.
Anche i pentastellati potrebbero avere più voti non «mescolandosi» col Pd e coi moderati della coalizione. La Meloni raccoglierebbe i frutti e avremmo un’altra legislatura come questa. Del resto, la regola aurea della Seconda Repubblica è che chi si divide perde, chi resta unito (smussando gli angoli o marginalizzando voci dissenzienti, come avviene nell’attuale maggioranza dove la linea filorussa di parte della Lega vale poco più di zero, di fronte alla posizione del governo) vince.
Conte e Schlein hanno legittime ambizioni, ma se non comprendono che le primarie non servono a decretare che chi vince prende tutto (Palazzo Chigi, politica estera, magari il programma della coalizione) non possono che schiantarsi con una realtà che non è quella idilliaca ma molto utopista del «testardamente unitari».




