Opinioni

Leader ai blocchi di partenza: rincorsa verso le urne al via

L’Italia è uno dei laboratori della campagna elettorale permanente e domenica tutti i principali capi di partito si sono pronunciati con toni e temi inequivocabili
Giorgia Meloni alla festa Fenix - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giorgia Meloni alla festa Fenix - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Una domenica di happening, kermesse, e comizi - come, in Lombardia, la prima Pontida dopo la scomparsa del suo creatore Umberto Bossi. Vale a dire, il «giorno 0» della lunga campagna elettorale che ci porterà alle politiche 2027. Non per nulla, l’Italia è uno dei laboratori della campagna elettorale permanente; e ieri, tutti i principali leader – per varie coincidenze e perché siamo a settembre, mese che, da sempre, costituisce il periodo delle feste di partito e della rentrée politica post-agostana – si sono pronunciati con toni e temi inequivocabili. È partita la corsa, e dato che non si sa con precisione quando verremo chiamati alle urne, tanto vale partire «per tempo», ovvero adesso.

Dopo avere varato una temporanea abolizione del bollo auto da manuale del politico a caccia di consensi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rivolgendosi alla festa di Fenix ai giovani del suo partito, ha annunciato l’ennesima sterzata (elettoralistica) contro il «buonismo della scuola» (per colpa del ‘68), fra un tetto per legge al numero di stranieri nelle classi e un prossimo divieto di hijab e burka. Elly Schlein, dall’Emilia-Romagna, impegnata nel recupero della sua strategia di «marcatura a donna» della premier e di costruzione dell’immagine della diretta antagonista (anche in chiave di leadership del campo progressista), ha chiamato in causa i «fallimenti» di Meloni e l’ha «esortata» «a dirci quando andremo a votare».

Dal medesimo festival di Open, a Parma, Silvia Salis – a cui le vesti di sindaca di Genova, a dispetto di tutte le sue «rassicurazioni» alla città, vanno palesemente un po’ strette – ha attaccato anch’essa Meloni, dichiarandosi altresì contraria alle primarie, troppo divisive ed equivalenti a una controproducente «perdita di tempo». Messaggi che vanno nella direzione di puntellare la segretaria del Pd – o forse no, in questa che è anche la fiera dei tatticismi e dei posizionamenti repentini, pronti a essere altrettanto repentinamente rivisti. Giuseppe Conte, il competitor interno alla coalizione di Schlein, ha chiuso l’edizione 2026 di «Nova» con il programma del Movimento 5 Stelle – sottoposto al voto (plebiscitario, come da consuetudine) degli iscritti – che farà marcatamente pesare al tavolo degli alleati.

Lui il programma ce l’ha già, e non intende – come ha affermato – farne un rinunciatario «distillato», con i punti salienti (quelli più problematici per il Pd, a partire dal sostegno all’Ucraina e dal riarmo Ue) su cui ha ricevuto un mandato intransigibile. E, dunque, un’abbinata chiara: campagna elettorale generale e posizionamento dentro la fragile alleanza di sinistracentro; come sempre, il «CamaleConte» si conferma un tattico assai abile, pronto a lasciarsi davanti più di uno scenario potenziale (e le mani almeno un po’ libere).

A suonare la carica, trasformando l’abituale manifestazione sovranista di Orvieto di Gianni Alemanno nell’ennesima passerella è stato l’ex generale Roberto Vannacci, l’«uomo da inseguire» che ha pesantemente modificato gli assetti, considerati a lungo «pacifici» e acclarati del destracentro. Ieri ha suonato la carica per le truppe, e si prepara – come da «deformazione (già) professionale» – a gettarsi nella mischia, in attesa di capire quale sarà il futuro di Futuro nazionale (dentro o fuori la coalizione dell’attuale maggioranza?).

Continuando a identificare la tutt’altro che magnifica ossessione di Matteo Salvini, che ha animato una Pontida nervosa e aggressiva, nella quale sono stati i suoi fedelissimi, contrariamente alle preoccupazioni personali della vigilia, a fischiare e contestare gli esponenti «più esposti» del «partito del Nord» (Massimiliano Romeo e Attilio Fontana). Il vicepremier e segretario federale si è scagliato contro il giornalista Paolo Berizzi, ha lanciato la candidatura di Silvia Sardone a sindaca di Milano (in un panorama che si va affollando, e per una città che richiede figure decisamente meno estremiste e più «trasversali»), e ha annunciato che proporrà la convocazione di un congresso straordinario della Lega a ottobre – in tutta evidenza, per blindare il proprio controllo sul partito e sulle liste, in vista delle prossime elezioni.

Insomma, il fronte nordista tanto ha strepitato per rimanere con un pugno di mosche (come prevedibile, aggiungerebbe qualche osservatore smaliziato…). Rullo di tamburi, leader ai blocchi di partenza: la campagna elettorale ieri ha preso il via in maniera ufficiosa, ma inconfondibile ed esplicita, fra parole d’ordine sempre più polarizzate ed equilibri interni alle alleanze sempre più precari.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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