Ogniqualvolta una tornata elettorale o un sondaggio registrano la crescita delle destre – ultimo caso, la tedesca Alternative für Deutschland (Afd) – nei salotti televisivi e nelle redazioni dei giornali scatta, immediato e rassicurante come un riflesso pavloviano, il medesimo allarme.
La democrazia è a un passo dal baratro, il «nero» avanza, il pericolo fascista è alle porte. Un copione mandato a memoria e messo in scena a reti unificate, che però risponde a un codice di condotta ben preciso e collaudato nel tempo. Una dinamica che ha visto sfilare, nel corso dei decenni, protagonisti diversi, ma un unico identico verdetto.
Il socialista Bettino Craxi è stato immortalato su «Repubblica» dalla pungente matita di Forattini, maestro di satira politica, con gli stivaloni di Mussolini e la camicia nera, colpevole di un decisionismo che scardinava le vecchie, rassicuranti liturgie del parlamentarismo. Il patron di Forza Italia Silvio Berlusconi, e stato dipinto per quasi trent’anni come il Cavaliere nero, la minaccia autoritaria per eccellenza, l’Uomo della Provvidenza in salsa pop pronto a sovvertire l’ordine costituzionale.
Il Senatur leghista Umberto Bossi, venne cacciato dal corteo del 25 aprile perché «indegno» di mescolarsi con la folla dei «sinceri partigiani». Il successore del fondatore del Carroccio Matteo Salvini è ora bollato come uno dei peggiori figuri della destra estrema continentale. Da ultima, Giorgia Meloni, viene considerata indelebilmente macchiata dal peccato originale di una giovanile appartenenza alla tradizione nostalgica del MSI. Ce n’è per tutti, indistintamente: tutti sospettati di inconfessabili aspirazioni autoritarie. Tutti, a turno, etichettati senza troppe sfumature come untori del virus fascista.
Questo accade puntualmente finché sono in vita. Il vero prodigio, tuttavia, si compie in morte. O meglio ancora, quando il potere passa di mano e l’avversario di ieri smette improvvisamente di fare paura. È in quel preciso istante che scatta la grande macchina della riabilitazione postuma: Craxi diventa d’incanto lo «statista illuminato» che non si piega alle pretese di Reagan e difende a Sigonella la sovranità dello Stato. Berlusconi si trasforma nel «campione del liberalismo garantista», nobile termine di paragone per sminuire la Meloni, «fascista non pentita». Bossi viene promosso d’ufficio a «sincero difensore della democrazia federale», tutt’altra cosa del populismo sovranista di Salvini.
Un uso tanto spavaldo e reversibile dell’allarme fascista fa nascere il sospetto che siamo di fronte alla riduzione dell’etichetta di fascista a comoda risorsa politica ad uso interno: uno strumento tattico che ci si vanta di utilizzare per pura e genuina sensibilità democratica, ma che nei fatti serve come clava per delegittimare l’avversario politico di turno, cacciandolo fuori dal perimetro dell’agibilità istituzionale.
La prova del nove di questa reductio a uso partigiano dell’allarme fascista viene dalla sorprendente resa al silenzio quando un pericolo autoritario con evidenti e concreti tratti parafascisti si presenta davvero sullo scenario internazionale. Il meccanismo della denuncia autoritaria allora s’inceppa.
Stiamo ancora aspettando che la milizia dell’«ora e sempre Resistenza» si esplichi almeno in un sit-in davanti all’ambasciata di un regime pafafascista (c’è solo l’imbarazzo della scelta) per denunciarne il carattere autoritario, repressivo, imperialista. Uno per tutti, la Russia di Vladimir Putin. Cosa manca al sistema di potere del Cremlino per essere chiamato un regime parafascista? C’è l’abolizione sistematica dei diritti di parola e di riunione? Sì! C’è la soppressione della libertà di parola e di associazione? Sì! Ci sono gli oppositori sistematicamente incarcerati - per essere poi assassinati - in Siberia o spediti direttamente al cimitero con la solita dose di polonio? Sì! C’è una magistratura servilmente sottoposta al potere politico? Sì! C’è un’economia interamente piegata alle esigenze della guerra? Sì! C’è una politica estera spietatamente imperialista? Sì! Il tutto condito e motivato con la favola tossica della congiura dell’Occidente accusato di essere «nazista». Manca soltanto che il Cremlino evochi il complotto pluto-giudaico-massonico e saremmo alla perfetta e spaventosa reviviscenza del mussolinismo.
Eppure, su questo fronte, la piazza tace o, tutt’al più, mormora l’antifascismo declinato in questa maniera fa venire in mente un antifurto difettoso o danneggiato (ricorriamo a una similitudine offerta da un polemista quanto mai caustico) che scatta al minimo rumore ma non si sogna minimamente di funzionare quando arriva il ladro vero.
L’antifascismo è un valore costituzionale troppo alto e nobile perché possa essere piegato a risorsa politica di parte. Inflazionarne il ricorso ne deprimere il valore e per di più, facendo di tutto un mucchio, impedisce di distinguere i caratteri di ogni fenomeno sospetto di inclinazioni autoritarie. Di fronte all’«onda nera» di Afd che rischia di sommergere la Germania, invece di salvarsi l’anima limitandosi a lanciare generici allarmi sul nazismo di ritorno (che pure non scherza nei suoi espliciti richiami a proclami razzisti), non si farebbe un servizio migliore cercando di capire perché la democrazia sia oggi in pericolo, trovando magari il coraggio di un’onesta autocritica, per comprendere fino in fondo in cosa si è mancati se siamo arrivati a un così grande disastro?




