Opinioni

Il paradosso degli europeisti davanti alla destra radicale

Ogni volta che una forza sovranista avanza, i governi e i leader che si richiamano all’europeismo invocano uno scatto dell’Unione, ma quella stessa Unione continua a essere frenata dagli Stati che la compongono
Carlo Muzzi

Carlo Muzzi

Vicedirettore

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

È incredibile come la piccola Sassonia-Anhalt, uno dei Länder tedeschi meno popolosi, si sia trovata per un giorno al centro del mondo. Quasi che le sorti della Germania ma anche dell’Europa dipendessero da Magdeburgo e dal suo Parlamento regionale, dove comunque Alternative für Deutschland non ha ottenuto la maggioranza assoluta e quindi per governare dovrà provare a costruire un esecutivo di coalizione. Bruxelles trema, i sovranisti esultano e le forze che si considerano europeiste chiedono uno scatto in avanti all’Unione e alle sue istituzioni, mentre gli europeisti per convenienza trovano la conferma del fallimento delle istituzioni europee e della distanza democratica tra Ue e cittadini.

È abbastanza semplice comprendere le ragioni dell’avanzata tempestosa di questa forza politica, che come altre, negli ultimi quindici anni è passata dall’euroscetticismo a posizioni di ultradestra. Questo processo si può riassumere in tre passaggi, che ricalcano percorsi analoghi avvenuti in altri Paesi europei e per forze politiche simili e che potremmo definire sovraniste o afferenti alla destra radicale.

Primo, l’evoluzione dell’AfD consiste nel progressivo slittamento da un euroscetticismo prevalentemente economico a un sovranismo identitario: alla difesa della sovranità monetaria e nazionale si sovrappone, dal 2015, la difesa della comunità culturale tedesca contro immigrazione, Islam e multiculturalismo. Nella Germania est l’AfD ha trasformato la persistente frattura della riunificazione in una frattura populista: il sentimento di essere rimasti cittadini di «seconda classe» è stato reinterpretato come il risultato del tradimento delle élite occidentali e berlinesi, permettendo al partito di presentarsi come la voce del «popolo» contro l’establishment.

Infine l’evoluzione della proposta politica ricalca una sorta di «radicalizzazione cumulativa» dell’AfD, per cui ogni scontro interno ha progressivamente marginalizzato la componente che, nella fase precedente, rappresentava l’ala moderata, trasformando le posizioni un tempo periferiche nel nuovo baricentro del partito. Il problema non è soltanto che AfD si sia progressivamente radicalizzata, ma che la sua avanzata rischi di produrre una radicalizzazione cumulativa anche del terreno sul quale competono gli altri partiti.

E qui si arriva al nocciolo del problema. La leadership di AfD, che in poco più di un decennio è passata dall’economista Bernd Lucke all’attuale coppia Alice Weidel-Tino Chrupalla, vive in realtà oggi anche all’ombra di Björn Höcke, il politico della Turingia nei cui discorsi sono riemersi slogan della tradizione nazionalsocialista, compreso quello delle SA «Alles für Deutschland», e riferimenti che rimandano al nazismo. Ancora più preoccupante è il tema della remigrazione, oggi tornato di moda, che non è peraltro un’invenzione di AfD ma appartiene da tempo al patrimonio della destra radicale europea: già nel 1992 il Vlaams Blok fiammingo lo traduceva nel suo famigerato piano in 70 punti.

Ed è qui che il caso della Sassonia-Anhalt smette di essere soltanto una vicenda tedesca. Perché il paradosso europeo è evidente. Ogni volta che una forza sovranista avanza (dal Rassemblement National all’FPÖ austriaco per arrivare fino ai Democratici svedesi dati al secondo posto in vista delle elezioni di domenica prossima), i governi e i leader che si richiamano all’europeismo invocano uno scatto dell’Unione, una maggiore capacità di azione comune, una politica estera, industriale, migratoria e di sicurezza finalmente all’altezza delle sfide.

Ma quella stessa Unione continua a essere frenata dagli Stati che la compongono. Sono spesso gli stessi governi che chiedono a Bruxelles di essere più forte a impedire che Bruxelles disponga degli strumenti necessari per esserlo. L’Europa viene chiamata a comportarsi come una potenza e contemporaneamente mantenuta nella condizione di una confederazione di interessi nazionali, nella quale ogni avanzamento può essere rallentato, diluito o bloccato dalle convenienze dei singoli governi.

Tino Chrupalla, Ulrich Siegmund e Alice Weidel - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Tino Chrupalla, Ulrich Siegmund e Alice Weidel - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Insomma è un doppio tradimento: ideale di fronte a un progetto comunitario esibito ma non praticato e politico per quei partiti che di fronte agli elettori si dicono europeisti ma nella pratica lo sono all’occorrenza. Il secondo rischio riguarda invece le democrazie europee. Davanti all’avanzata di AfD e delle altre destre radicali, la tentazione dei partiti tradizionali è quella di inseguirle sul loro stesso terreno, nella convinzione che assumere una parte del loro linguaggio consenta di recuperarne gli elettori.

L’esempio forse più dirompente è quello dei socialdemocratici danesi di Mette Frederiksen, che hanno progressivamente fatto proprie molte delle posizioni restrittive sull’immigrazione che per anni avevano caratterizzato il Dansk Folkeparti. È il riflesso mimetico: irrigidire il discorso sull’immigrazione, enfatizzare la sicurezza, adottare categorie identitarie, spostare progressivamente il confine di ciò che viene considerato politicamente accettabile. Ma è proprio qui che il tentativo di sottrarre spazio alla destra radicale rischia di produrre l’effetto contrario: non indebolirne l’agenda, bensì legittimarla.

La Sassonia-Anhalt è la nemesi di Friedrich Merz, che paga un peccato originale consumatosi poche settimane prima delle elezioni federali del 2025 che lo avrebbero poi portato alla Cancelleria. In uno degli ultimi atti della legislatura e nel pieno della campagna elettorale, al fine di assecondare un’opinione pubblica tedesca che, secondo i sondaggi, chiedeva una stretta sui flussi migratori, fece approvare al Bundestag una mozione non vincolante per irrigidire la politica migratoria, passata grazie anche ai voti di AfD.

Due giorni dopo, però, il vero progetto di legge sulla stretta migratoria venne bocciato. Restava comunque infranto un tabù della politica federale tedesca: per la prima volta una mozione della CDU/CSU era stata approvata al Bundestag grazie anche al sostegno determinante di AfD.

L’Ue non può rispondere al sovranismo soltanto chiedendo «più Europa», se i governi che la compongono impediscono di costruirla; e le forze democratiche ed europeiste non possono rispondere alla destra radicale semplicemente diventandone una versione più moderata, ma sfidandola senza paura e senza calcoli sul terreno politico.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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