Continuare a stracciarsi le vesti per le vittorie dell’estrema destra è diventato un esercizio tanto rassicurante per le coscienze quanto politicamente sterile. I recenti risultati elettorali, come il dirompente successo di Alternative für Deutschland (AfD) in Sassonia, non sono un’anomalia impazzita della storia europea, ma il sintomo manifesto di uno strappo sistemico. Invece di limitarsi a suonare l’allarme per il presunto ritorno del fascismo, le forze democratiche e progressiste dovrebbero guardarsi allo specchio e affrontare un esame di coscienza brutale: come hanno fatto a trasformarsi, da protagoniste assolute delle dinamiche sociali del Novecento, a una minoranza testimoniale, elitaria e politicamente ininfluente?
La risposta risiede in una parabola storica ed economica ben precisa. Fino a quando è durata la felice stagione della crescita ininterrotta, all’incirca tra il 1945 e il 1972, l’orizzonte della sinistra era chiaro e il suo ancoraggio solido. Il tema della distribuzione del reddito e della ricchezza era il motore centrale dell’azione politica. Attraverso la tutela materiale dei lavoratori, la sinistra si garantiva una base sociale ed elettorale compatta, unita non solo da bisogni comuni, ma dalla condivisione di un destino. Era l’epoca in cui esisteva la promessa tangibile di un riscatto radicale, la prospettiva di un futuro migliore – quel «sol dell’avvenire» – che dava un senso collettivo alle fatiche quotidiane e costruiva una forte identità di classe.
"Das ist das beste Ergebnis, was eine Partei in Sachsen-Anhalt seit 1990 erreicht hat. Das muss man sich einfach mal selbst vor Augen führen. Also was, wenn nicht dieses Ergebnis, ist ein Regierungsauftrag?" pic.twitter.com/H3dfKqgUra
— AfD (@AfD) September 7, 2026
Poi, il paradigma si è capovolto. Con l’esaurirsi della spinta propulsiva dell’utopia comunista e, in seguito, con il suo definitivo fallimento storico, la sinistra ha dovuto cercare una nuova ragione sociale. E l’ha trovata, illudendosi, nella battaglia esclusiva per i diritti civili e individuali. L’origine dei travagli attuali non risiede, come vorrebbe far credere la lettura auto-giustificatoria della sua intellighenzia, nel successo di un «liberismo selvaggio», ma piuttosto nella propria riconversione dal socialismo all’individualismo, che l’ha resa succube della cultura che voleva combattere.
Lo slittamento è iniziato già negli anni Sessanta e Settanta. La sinistra ha sposato a partire dalla contestazione sessantottina i diritti individuali ottenendo una «vittoria epocale», ma questo successo l’ha spinta in una trappola micidiale: ha accompagnato e alimentato il processo, avviatosi sull’onda della contestazione studentesca, per una sorta di eterogenesi dei fini (voleva la rivoluzione e diede il via all’implementazione della società individualista del capitalismo più dissacrante dei valori comunitari) di frantumazione individualistica della società.
Inseguendo l’emancipazione assoluta del singolo, le forze progressiste si sono infilate nel vicolo cieco dell’individualismo cosmopolita. Hanno smesso di declinare il pronome «noi» per esaltare l’«io», perdendo la capacità – e persino l’interesse – di salvaguardare l'idea stessa di una comunità politica di appartenenza. Il progressismo si è così trasformato nel rifugio dei «ceti urbani intellettuali e benestanti», coloro che possiedono gli strumenti culturali ed economici per prosperare nella globalizzazione e che «non hanno bisogno della protezione dei corpi intermedi, della politica e dello Stato per poter godere dei diritti individuali e dei benefici materiali della globalizzazione».
Nel frattempo, l’economia reale mutava ferocemente. La crisi delle società occidentali, erose nella loro base manifatturiera dalle delocalizzazioni selvagge verso i paesi poveri, ha privato la classe lavoratrice non solo del lavoro stabile, ma della stessa idea di futuro.
I ceti popolari e periferici si sono trovati improvvisamente orfani, indifesi di fronte alle tempeste globali. Questa disconnessione ha prodotto uno slittamento psicologico devastante: la speranza ha ceduto inesorabilmente il passo alla paura.
L’orizzonte dell’avanzamento e del riscatto sociale, motore del Novecento, si è chiuso. Al suo posto è subentrata una disperata richiesta di protezione. Se non puoi più migliorare la tua condizione materiale, chiedi almeno di difendere ciò che ti resta. È in questo vuoto, lasciato colpevolmente scoperto da chi doveva rappresentare gli ultimi, che ha prosperato la destra estrema. All’universalismo astratto di una sinistra senza radici è così subentrato il sovranismo di reazione.
Lamentarsi di AfD o dei populismi dilaganti è inutile se non si comprende l’amara verità: la destra sta vincendo perché raccoglie il bisogno di identità e protezione che la sinistra ha snobbato. Finché i progressisti non torneranno a saldare i diritti civili con la giustizia materiale, uscendo dalla bolla dell’individualismo globale per tornare a ricostruire una comunità solidale, continueranno ad assistere, con sterile sdegno, alla vittoria di chi ha saputo dare una casa politica alla paura.




