Ci vuole coraggio per fare impresa nel mondo contemporaneo. Certo, la capacità e la volontà di un imprenditore di investire e di saper fare le scelte giuste sono sempre state le chiavi di volta del successo o meno di un’azienda. Se però le opportunità cominciano a essere meno evidenti dei problemi e la fiducia lascia il posto alla preoccupazione, tutto diventa più difficile. E pericoloso. Perché la questione energetica è solamente una delle tante partite aperte per l’industria bresciana, che, data la sua natura manifatturiera, si trova maggiormente esposta agli shock che percorrono come fiumi l’economia mondiale.
A cominciare dalle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e dalla forte volatilità dei loro prezzi, che i conflitti in giro per il mondo, dall’Ucraina all’Iran, hanno reso negli ultimi anni una costante fonte di preoccupazione. Si aggiunga poi quanto strettamente legato al tema dei trasporti, non solo marittimi ma anche via gomma dato il costo dei carburanti. E se si tiene conto della vocazione all’export del made in Brescia, con contemporanea frammentazione del commercio globale e la riesplosione del fenomeno dei dazi, ci troviamo di fronte a tematiche i cui sviluppi negativi possono essere esiziali.
«Twin transition»

In atto poi c’è la doppia transizione, ambientale e digitale, che sta assorbendo sforzi e risorse delle imprese in una gara globale dove i competitor sono attori cinesi, statunitensi, indiani e via dicendo. Una «twin transition» che pone però le aziende nostrane di fronte a un altro cruccio e cioè la mancanza di forza lavoro qualificata da inserire negli organici. A dirla tutta nel lungo periodo a preoccupare è anche l’inverno demografico, con numeri destinati ad assottigliarsi sempre più.
Ci sono poi i sempre maggiori costi degli investimenti e il credito, che secondo le associazioni datoriali recentemente serve soprattutto a finanziare il maggiore fabbisogno di liquidità provocato dall’energia. Senza parlare del peso della burocrazia, anche europea, con gli obblighi collegati al Green Deal, su tutti, a destare perplessità e malumori.
Infine – ma di tematiche ce ne sarebbero ancora tante – arriviamo a un altro dei punti cruciali dell’industria nostrana: l’aspetto dimensionale. Se gli «avversari» economici con i quali ci si confronta sono nell’ordine dei miliardi di fatturato e delle migliaia di dipendenti, appare evidente come una Pmi da sola non possa pensare di approcciarsi con successo ai mercati globali.
Le aziende più strutturate, innovative, capitalizzate e orientate all’export mostrano infatti una maggiore capacità di tenuta e crescita, le realtà più piccole, meno patrimonializzate e dipendenti dal mercato interno risultano invece sempre più esposte alle turbolenze economiche.
Slancio
Di fronte a questa complessità non si può certo dire che fare impresa sia un lavoro per stomaci deboli. Eppure, a fronte di rassicuranti situazioni patrimoniali e a redditività che nonostante tutto si è confermata in tenuta, l’industria bresciana non si sta sottraendo alla sfida, supportata da un territorio e da persone al suo interno che ne hanno capito la valenza non solo economica. E se le ricette tecniche, in mancanza di una ben chiara politica industriale nazionale, non possono che essere individuate caso per caso, una certezza resta: competitività, innovazione e capacità di fare sistema saranno sempre più le condizioni necessarie per continuare a giocare la partita.
Serviranno certamente investimenti, ma anche aggregazioni, reti d’impresa, formazione, apertura a nuovi mercati e una maggiore capacità di trasferire tecnologia e conoscenza all’interno dei processi produttivi. Da questo punto di vista Brescia può contare su fondamenta che pochi altri territori possiedono, con una cultura industriale radicata, filiere profonde e competenze diffuse. In più c’è quell’attitudine a trasformare le difficoltà in occasioni di cambiamento. Perché se il futuro non promette di essere semplice, complessità e incertezza non significano necessariamente declino.




