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Crescere per competere: la sfida decisiva per le nostre Pmi

L’analisi delle 1.000 piccole e medie imprese della provincia: nonostante un calo del fatturato nel 2024, la crescita media annua è stata positiva
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L’analisi delle piccole e medie imprese contribuisce a meglio definire l’andamento dell’economia della nostra provincia, mettendo in rilievo la loro dinamicità e le performance prodotte. Si tratta di 1.000 realtà, collegate a Bilanci Brescia 2024. Tuttavia, come nei precedenti anni, l’individuazione non è basata esclusivamente sul fatturato (che doveva essere disponibile per il quinquennio 2020-2024), ma anche sulla capacità di generare reddito, effettuando così una significativa selezione.

Per far parte di questo gruppo, le imprese devono infatti avere conseguito utili (sia operativi, intesi come A-B, sia netti) in tutti gli anni analizzati e possedere costantemente un patrimonio netto positivo. Si tratta di condizioni restrittive, motivate dall’obiettivo di identificare le realtà con le performance migliori su periodi ampi. All’interno delle 1.000 imprese, il 47% appartiene alla manifattura, il 24% al commercio e il 12% alle costruzioni.

Il fatturato e la sua evoluzione

Il valore complessivo nel 2024 è di 8,2 miliardi di euro, in calo del 2,1% rispetto all’anno precedente: nel quinquennio la crescita media annua (Cagr) è dell’11% ma va ricordato che la base di partenza è il 2020, caratterizzato da un fatturato assai inferiore a quello degli altri anni. Osservando l’intero periodo, emerge uno sviluppo significativo fino al 2022, per poi rilevare una sostanziale stabilità nel biennio successivo.

Tornando all’anno più vicino, il 2024, il fatturato è aumentato nel 52% delle imprese, valore inferiore al 2023 (59%) e molto lontano dai primi anni del quinquennio. Guardando più in dettaglio l’espansione delle vendite sull’intero periodo, il 19,4% delle aziende possiede tassi medi annui superiori al 20%; il 37% compresi tra 10% e 20%.

Sempre con riferimento al 2024, il fatturato più basso è di circa 5,1 milioni: il 25,5% delle imprese supera i 10 milioni; il 21,5% rimane sotto ai 6 milioni; il 34,2% si colloca tra 6 e 8 milioni.

La redditività

La situazione economica complessiva, considerati anche i criteri di selezione, è soddisfacente: prendendo avvio dall’Ebitda, il valore nel quinquennio è in costante progresso fino al 2023, per poi fermarsi nel 2024 al 13,5% di incidenza sulle vendite (11,7% nel 2020). Questo andamento sarà comune anche ad altri indicatori, evidenziando che il 2024 è stato un anno di stabilità, come peraltro già emerso per le imprese più grandi.

L’evoluzione dell’Ebitda margin dipende da due condizioni che agiscono in direzioni opposte: la prima è relativa al valore aggiunto rapportato al fatturato, che cresce di un punto percentuale, avvicinandosi al 30%; la seconda riguarda il peggioramento dell’incidenza del costo del lavoro, che dal 15% del 2023 passa al 16,4%, con valore assoluto di 1,36 miliardi, il 47,7% in più del 2020. L’aumento del costo, sia in termini assoluti, sia pro-capite, è progressivo nel tempo.

I primi due indicatori della redditività operativa si muovono in modo analogo: un avanzamento costante fino al 2023 che si interrompe nel 2024.

La redditività operativa complessiva (Roi) aumenta dal 7,3% al 10,2% (10,8% nel 2023). Questa dinamica è attribuibile, quasi esclusivamente, alla marginalità sulle vendite (Ros) che, nell’intervallo temporale indagato, è in media del 9,7%, passando dall’8,5% al 10,7%. La seconda determinante del Roi, cioè l’efficienza finanziaria, non presenta oscillazioni nel periodo, rimanendo stabile intorno all’unità, a significare un andamento nel tempo sostanzialmente uguale di vendite e capitale investito.

Infine, le mille imprese possiedono anche un elevato Roe, il ritorno per i soci, che nel 2024 scende al 15,3%, due punti percentuali in meno rispetto al biennio precedente: il dato medio sul quinquennio è del 15,7%. Infine, l’incidenza dell’utile netto (594 milioni nel 2024) sul fatturato presenta contenute oscillazioni, essendo sempre compreso tra il 6,2% e il 7,3%.

Complessivamente la situazione economica è soddisfacente ma si è interrotto nel 2024 il percorso evolutivo che aveva caratterizzato gli anni precedenti.

La solidità

Dall’analisi della struttura finanziaria emerge un quadro positivo: il rapporto di indebitamento complessivo tende a ridursi nel tempo e, nel 2024, è sceso sotto l’unità, con la prevalenza dei mezzi propri sulle passività. Le cause possono essere di vario tipo, tra cui i contenuti tassi di investimento soprattutto negli ultimi anni e l’ampio autofinanziamento. In modo analogo sono progressivamente aumentate le disponibilità liquide che nell’ultimo anno raggiungono 1,4 miliardi.

I valori identificati si riflettono in un’apprezzabile sostenibilità economica del debito che, seppur in lieve peggioramento, si colloca su valori soddisfacenti: il valore raggiunto, pari al 6,8%, è da ritenersi contenuto e coerente con la situazione complessiva.

La capitalizzazione è più che adeguata, perché mediamente le imprese raggiungono la copertura degli investimenti fissi con i mezzi propri.

Il futuro

Nel complesso le imprese esaminate sono caratterizzate da buone performance economiche, da una struttura finanziaria in equilibrio e da tassi di sviluppo sufficienti. Dopo la progressiva crescita successiva al 2020, dal 2023 la situazione si è stabilizzata, in attesa dei risultati del 2025, anno non certo di possibile rilancio.

È importante che queste imprese proseguano il loro percorso di sviluppo: il 95% ha aumentato il fatturato rispetto al 2020, mentre solo il 25% lo ha fatto in tutti gli anni esaminati. Ponendo l’attenzione solo all’ultimo triennio, la crescita media del fatturato (Cagr) è stata nulla e il 43% delle imprese ha presentato un segno negativo.

Alla luce di questi risultati e degli scenari economici e geopolitici che si stanno delineando, è necessario chiedersi quali saranno le maggiori problematicità che queste imprese dovranno affrontare. Oltre alle sfide che caratterizzano qualsiasi realtà economica, sarà fondamentale porre l’attenzione su tre aspetti tra loro molto correlati: la dimensione, il capitale umano e l’innovazione nel suo significato più ampio.

Partendo dall’innovazione, nelle nostre Pmi sono poco diffuse le tecnologie fortemente integrate nei processi produttivi, quali l’intelligenza artificiale, il machine learning, la robotica. Questo sia per la difficoltà a disporre di competenze specifiche e a poterne integrare di nuove, sia per le disponibilità finanziarie: entrambe dipendono dal terzo aspetto, cioè la dimensione. Questo non significa che le nostre imprese non investano in tecnologia ma sono privilegiate quelle più tradizionali, che nel medio termine saranno meno determinanti per il mantenimento della competitività. Per supportarle in questo difficile percorso è necessario sviluppare infrastrutture territoriali al loro servizio, con un modello organizzativo diffuso, che permetta al maggior numero possibile di accedere a potenzialità altrimenti impossibili. Questo anche con il fine di riconvertire la propria produzione tenendo conto della profonda trasformazione che sta caratterizzando, ad esempio, la manifattura a seguito delle politiche europee sulla sostenibilità, della «terziarizzazione» e dell’emergere di nuove tecnologie abilitanti sulle quali sempre più sarà posta l’attenzione.

Le imprese devono quindi crescere, diventare almeno medie, per cercare di disporre di una massa critica che permetta loro di competere attraverso percorsi di innovazione non tradizionali e di operare anche fuori dai confini nazionali.

Gli strumenti non mancano ma la difficoltà è soprattutto di natura culturale: tuttavia, in non pochi settori, questa esigenza è forte se non essenziale, e richiede tempi di risposta molto rapidi vista la velocità dei cambiamenti esterni. Crescere per linee interne è sempre più difficile e richiede tempi lunghi: è necessario realizzare operazioni di altro genere come gli accordi di filiera, le alleanze e le collaborazioni, le acquisizioni e le fusioni, la finanza strutturata, l’apertura al capitale esterno che in molti casi può essere una scialuppa di salvataggio. Aggregarsi non significa perdere identità ma aumentare le opportunità future.

Filiere

Il tema delle filiere è estremamente importante: da una parte quelle globali sempre più instabili; dall’altra una tendenza alla regionalizzazione da intendersi però in senso ampio, visto che i confini geografici sono sempre meno rilevanti. Per le Pmi essere parte di una filiera è una condizione fondamentale che presuppone però un modo diverso di percepire il business: è necessario aumentare le dimensioni per soddisfare le condizioni di accesso e di mantenimento e, soprattutto, per rivestire un ruolo attivo e di indipendenza gestionale nella catena che, in molti casi, è internazionale. Va tuttavia ribadito che il problema sostanziale del nostro Paese non sono le piccole imprese ma la carenza evidente di grandi imprese.

Molte delle nostre realtà possiedono delle caratteristiche tecniche e qualitative di grande rilevanza, come testimoniano le frequenti acquisizioni estere ma sono carenti sulla parte strutturale e organizzativa, condizione che diventerà ancora più evidente nel momento del passaggio generazionale che, per inciso, è totalmente diverso rispetto a pochi lustri fa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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