Economia

Pmi bresciane, la ripresa c’è: ora servono investimenti, visione e rete

I dati di Confapi e Confindustria mostrano la tenuta del settore, ma l’incertezza globale richiede cautela
La sfida per le pmi è aumentare la competitività
La sfida per le pmi è aumentare la competitività

I dati che emergono dal recente studio di Confapi sull’andamento delle Pmi nel secondo trimestre del 2026 sono certamente incoraggianti, anche se l’attenzione deve essere mantenuta alta, perché il quadro internazionale è tutt’altro che chiaro. Si è assistito alla crescita del fatturato, dei livelli di produzione e degli ordinativi, a testimonianza della capacità di reazione in un contesto difficile e discontinuo, nel quale l’incertezza sui costi dell’energia e delle materie prime può modificare rapidamente lo scenario che si sta delineando.

Indicazioni analoghe derivano anche dalle ultime due analisi di Confindustria: la prima mette in evidenza a Brescia la crescita della manifattura che, tuttavia, a livello nazionale presenta segnali di fragilità, con terziario e servizi che stanno guadagnando terreno. I risultati sulla seconda analisi riguardano l’export del «made in Brescia» nell’ultimo anno.

I dati

Nel complesso sono dati positivi. È però fondamentale per il nostro Paese e la nostra provincia valorizzare la manifattura, che rappresenta un elemento distintivo a livello internazionale. Sono notizie importanti? Certamente sì. Sono notizie forti? Non lo sono perché dovremmo chiederci cosa stiamo facendo, anche come sistema, per migliorare questi andamenti (investimenti, maggiore produttività, ecc.) oppure riconoscere che stiamo beneficiando di un attimo di tregua. Se continuiamo a operare sempre nello stesso modo, il miglioramento congiunturale è una fotografia che non ci appartiene.

Riprendendo i risultati relativi alle Pmi, pur riferiti a un numero limitato di realtà, il messaggio che emerge è duplice: da una parte le Pmi sanno affrontare e gestire la complessità; dall’altra esistono profonde differenziazioni all’interno di questo grande aggregato, come testimonia la variabilità tra i tassi di utilizzo degli impianti. Tali differenze rappresentano un elemento su cui riflettere per comprendere le caratteristiche delle imprese che reagiscono meglio e individuarne le condizioni di sviluppo. In sostanza, sebbene i dati dei vari studi siano importanti per conoscere l’evoluzione nel breve, ciò che interessa davvero è individuare le condizioni per la competitività futura.

Anche se il primo semestre evidenzia risultati in miglioramento, è necessario mantenere una certa prudenza nelle scelte, perché il contesto internazionale continua a essere instabile; migliorare la capacità di gestione in presenza di continua discontinuità; concentrare gli investimenti sulla formazione e sull’innovazione, al fine di migliorare la produttività, storico punto di debolezza.

Quello che dovremmo verificare, anche attraverso questi studi, è la capacità delle Pmi di lavorare insieme e di sviluppare progetti comuni in ambiti nei quali, singolarmente, non possono raggiungere risultati adeguati, come la ricerca e sviluppo e alcune forme di innovazione. Per quest’ultima è però fondamentale l’esistenza di piattaforme o soggetti che spingano in questa direzione, siano credibili e operino esclusivamente nell’interesse delle imprese. Serve quindi un sistema in grado di supportarle nel lungo periodo. Grandi aspettative sono riposte sul Brescia Innovation District (BInD), che dovrebbe avere nelle Pmi il principale interlocutore.

Le sfide

Tornando alle sfide che influiscono sulla competitività, le principali attengono alla trasformazione digitale, all’internazionalizzazione e all’appartenenza alle filiere. Su questi aspetti sono in crescita, a livello nazionale, le misure di supporto; tuttavia, la precondizione per sfruttarle adeguatamente è una cultura del cambiamento che deve diventare l’elemento propulsore senza il quale qualsiasi incentivo non produrrà i risultati sperati. A solo titolo di esempio, Simest lancerà una nuova misura di finanza agevolata per sostenere gli investimenti nell’intelligenza artificiale nelle Pmi esportatrici o appartenenti a filiere produttive a vocazione internazionale.

A proposito della dimensione internazionale, molte Pmi hanno produzioni altamente specializzate che, da un lato, rappresentano un vantaggio ma, dall’altro, richiedono una rete di contatti adeguata per essere valorizzate. Per questo servono servizi che permettano alle imprese di meglio conoscere il contesto internazionale, in modo da trasformare esportazioni occasionali in durature. Spesso, pur disponendo di prodotti eccellenti, non possiedono le competenze e l’organizzazione necessarie: anche in questo caso, muoversi da soli può essere limitante.

Fare rete

Le Pmi sono radicate nei territori, ma per mantenersi competitive devono essere organizzate in distretti o collegate alle grandi imprese (che in Italia sono davvero poche) all’interno di un sistema di filiera. Le Pmi sono certamente flessibili e riescono (o dovrebbero riuscire) a reagire rapidamente: questa è una caratteristica fondamentale, purché siano inserite in sistemi più ampi. Da sole faranno sempre più fatica.

Infine, dovremmo iniziare a riflettere sul fatto che, viste le caratteristiche economiche e tecnologiche (automazione, digitalizzazione, ecc.) delle imprese, abbia ancora senso misurarne la dimensione attraverso il numero dei dipendenti: un indicatore che certamente esprime la capacità occupazionale ma forse non più la dimensione economica.

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