A guardarla da Brescia, la partita che in queste ore sta ridisegnando il capitalismo finanziario italiano ha un protagonista che non compare nei comunicati delle banche né nelle offerte miliardarie che si rincorrono tra Milano e Siena. Quel protagonista è il ministro dell’Economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti.
Mentre il grande risiko bancario accelera con la proposta di fusione tra Banco Bpm e Monte dei Paschi di Siena e con la successiva controffensiva di Intesa Sanpaolo su Mps, nel centrodestra bresciano emerge infatti una lettura quasi unanime: se oggi la banca senese è tornata al centro del tavolo, il merito è del percorso di risanamento che ha consentito all’istituto di passare dall’essere un problema nazionale a diventare un obiettivo di mercato. Su tutto il resto, le posizioni si dividono: sul mercato, sul ruolo della politica e sul rapporto tra grandi gruppi finanziari e territori.
La posizione del centrodestra
Per Cristina Almici, deputata di Fratelli d’Italia, il dato principale è il ritorno delle banche italiane nel gioco che conta. «Le nostre banche sono tornate a svolgere un ruolo da protagoniste nello scenario europeo» osserva. Un cambio di prospettiva rispetto agli anni in cui il sistema italiano sembrava destinato a subire le decisioni prese altrove.

Almici tiene però a marcare un confine preciso: «Non tocca alla politica intervenire nelle scelte industriali» dice. Azionisti, mercato e autorità di vigilanza devono fare il loro lavoro; alle istituzioni spetta garantire regole e tutela del risparmio. C’è però una condizione che, da Brescia, suona quasi come una clausola politica: il consolidamento bancario dovrà continuare a sostenere imprese, artigiani e agricoltura senza recidere il legame con il territorio.
Una posizione che trova sponde anche nel resto della maggioranza. Per la senatrice Mariastella Gelmini (Noi Moderati) l’attivismo mostrato da Intesa Sanpaolo e Bper rappresenta «un segnale positivo per il sistema economico e finanziario italiano». La crescita dimensionale, sostiene, può rafforzare la competitività del Paese e consolidarne il peso nei mercati europei: «Le regole del gioco le detta il mercato» ricorda, ma la direzione appare quella di un sistema finanziario più robusto.

Poi c’è la Lega. E qui il nome di Giorgetti smette di essere uno sfondo per diventare il centro della narrazione. Il senatore Stefano Borghesi parla di «una banca data per spacciata» che oggi è tornata contendibile. Il merito, sostiene, è del ministro dell’Economia: «Senza un intervento serio di Giorgetti, questo scenario non sarebbe mai stato possibile».
La deputata Simona Bordonali utilizza parole simili. Il fatto che Monte dei Paschi sia diventata una banca «appetibile e contesa» viene letto come «il riconoscimento più concreto del lavoro serio e responsabile svolto in questi anni dal Governo e dal Mef». Dietro i giudizi sulle operazioni in corso emerge così una rivendicazione politica precisa: il risanamento di Mps come uno dei risultati più importanti ottenuti dal ministro leghista alla guida del Tesoro.
Le voci del centrosinistra
Sul fronte opposto, il dibattito cambia registro. Il deputato del Partito democratico Gian Antonio Girelli non si sofferma sui vincitori e sui vinti della partita finanziaria. La sua attenzione si concentra piuttosto sul rapporto tra finanza e politica. «Da tempo assistiamo a una progressiva autonomia della finanza rispetto alla capacità della politica di orientare e governare i processi economici» osserva.
Per Girelli il tema non è fermare il mercato né immaginare ritorni allo statalismo. Il punto è capire «quale modello di sviluppo stiamo costruendo» e quale spazio rimanga alla politica democratica nella definizione degli indirizzi economici. La sua è una riflessione che supera il perimetro delle banche e arriva fino al rapporto tra economia, democrazia e interesse generale.

Più favorevole alle operazioni in corso è invece Fabrizio Benzoni, deputato di Azione. L’ingresso in campo di Intesa Sanpaolo e Unipol rappresenta, a suo giudizio, «una notizia positiva per il sistema finanziario italiano». Il consolidamento del settore è considerato un passaggio quasi inevitabile per costruire gruppi capaci di competere su scala europea. Anche Benzoni, tuttavia, pone due paletti. Il primo riguarda la governance, che «dovrà restare saldamente italiana». Il secondo riguarda i territori: la crescita dimensionale, avverte, non dovrà tradursi in «un progressivo abbandono delle aree interne e dei territori più fragili». Ed è forse proprio qui che le diverse letture finiscono per incontrarsi.
Da destra a sinistra, nessuno mette in discussione la logica del consolidamento bancario. La differenza riguarda piuttosto il significato da attribuire a questa nuova stagione. Per il centrodestra è la prova della ritrovata forza del capitalismo finanziario italiano e del successo del percorso che ha riportato Mps sul mercato. Per le opposizioni il tema centrale resta il governo dei processi e la capacità di evitare che la concentrazione del credito allontani le banche dall’economia reale. Intanto il risiko continua. E come nel celebre gioco da tavolo da cui prende il nome, la mappa è destinata a cambiare ancora.




