Purtroppo, anche molte banche italiane sono state per molti anni parte di una logica localistica e politica, collocandosi al confine tra essere banche di famiglia e strumenti del potere di un partito. Dalle privatizzazioni degli anni Novanta sono emersi i due grandi gruppi di oggi, ma il resto non è cresciuto in termini dimensionali né ha saputo o voluto emanciparsi dalla politica.
Gli esempi si sprecano, e sono ormai storia. Anche gli ultimi mesi hanno però segnato alcuni passaggi importanti e per certi versi preoccupanti. Unicredit aveva cercato di acquisire il Banco Bpm, erede di molte banche popolari del nord Italia, ma il Governo ha fatto saltare l’operazione con un discutibile utilizzo del cosiddetto Golden Power, uno strumento nato per tutelare le imprese strategiche italiane da scalate ostili di investitori extra comunitari. Poi abbiamo assistito alla battaglia per il controllo del Monte Paschi, da sempre centro del potere finanziario in Toscana ma non solo. Questa banca era quasi fallita, poi salvata con denaro pubblico - per una volta, speso non male - e poche settimane fa è stata al centro di una contesa dalla quale la famiglia Caltagirone, storicamente assai vicina all’attuale Governo, non è riuscita a ottenere il controllo sperato.
Ora proprio queste due banche - la milanese Bpm e la toscana Monte Paschi - cercano di mettersi insieme. Ciò che non si capisce esattamente è se il fine di questa fusione sarebbe crescere per migliorare e provare a formare il terzo gruppo italiano oppure crescere per rendere più difficili nuove acquisizioni e continuare a fare quanto fanno ora. Infatti, allo stesso tempo è emerso che anche Intesa cerca di acquisire Monte Paschi; ancora più interessante è che il tentativo di Intesa è spalleggiato dall’emiliana Bper.

In sostanza, le tre banche medie cercano di difendersi dalle due grandi, con strategie diverse: Bpm e Monte Paschi, fondendosi per diventare un boccone troppo grande, Bper alleandosi con Intesa. Grande è la confusione sotto il cielo...!
Per anni ci siamo cullati nel mito della banca del territorio, mito che da molti anni vive solo nella retorica dei bei tempi andati. In questo quadro, il risveglio del risiko bancario che da anni tormenta il nostro Paese non può che fare piacere. L’impressione è che la fusione tra Milano e Siena sia un’operazione un po’ retrò; la somma di queste due banche avrebbe un attivo che è un terzo di quello di Intesa. Pensare che questo significhi «crescere» appare davvero ambizioso. Un po’ di realismo indicherebbe che se il nostro sistema ha una speranza di rafforzarsi è attorno ai due poli oggi presenti: pensare di costruirne un terzo richiederebbe una prospettiva temporale e risorse finanziarie che si fatica a vedere in concreto.

Se poi riuscisse l’operazione Intesa-Bper, e se quindi Monte Paschi entrasse nell’orbita di Intesa, immagino questo potrebbe non dispiacere neppure a Unicredit, il cui tentativo di acquisire Bpm è stato stoppato dal Governo, che però è stato seriamente ripreso dalla Commissione europea. Se l’operazione di Intesa riuscisse, come continuare a negare a Unicredit il diritto di condurre in porto questa operazione?
Un esito di questo tipo sarebbe desiderabile per il nostro Paese? Sospetto di sì. Ci troveremmo in quel caso con due gruppi più forti e maggiormente capaci di servire le imprese, in un sistema comunque aperto alla concorrenza delle altre grandi banche europee. Ma l’ombra di una politica sempre invadente continua a incombere e dubito che saranno solo i mercati a decidere.



