Nell’era della guerra ibrida e delle interferenze russe, dei sovranisti e della messa in discussione dello stato di diritto, è d’obbligo interrogarsi sullo stato di salute della democrazia. I regimi democratici sono costantemente sfidati e hanno fatto dell’imperfezione il proprio punto di forza, una sorta di spinta morale per migliorarsi di fronte a sfide interne ed esterne. Domani alle 18.30, al Mo-Ca. nell’ambito di Librixia, il politologo francese Yves Mény, presenterà il suo ultimo libro, «Fragilità della democrazia. Rappresentanza, legittimità, sovranità nel XXI secolo» pubblicato da Morcelliana (192 pagine, 16 euro)
Professor Mény, il suo libro si intitola «La fragilità della democrazia». Oggi la democrazia europea è diventata più fragile oppure siamo semplicemente diventati più consapevoli di una fragilità che le appartiene da sempre?
La democrazia è sempre stata fragile perché è il risultato di un equilibrio fra forze contrarie. Regge come una chiave di volta quando le forze si equilibrano. Ogni tanto compaiono piccole o grandi fratture e dunque non è al riparo da un crollo. La storia delle democrazie non è il percorso di un fiume tranquillo. La democrazia è crollata ad Atene, è stata in crisi in diverse fasi della storia americana, è fallita in Francia durante i due secoli successivi alla Rivoluzione, è rimasta imperfetta per molto tempo nel Regno Unito ed è apparsa in gran parte dell’Europa soltanto nel secondo dopoguerra. La democrazia è un sogno mai completamente realizzato e sempre da perfezionare: l’antico mito di Sisifo rende bene l’immagine di questo sforzo permanente.

Guardiamo alle ultime elezioni in Europa. In Sassonia-Anhalt AfD ha ottenuto il 44 per cento e poche settimane dopo è arrivata prima anche nel Meclemburgo-Pomerania; in Svezia, invece, i Democratici Svedesi hanno perso terreno e il centrosinistra ha conquistato una maggioranza molto stretta. Esiste davvero un’unica avanzata della destra populista europea oppure stiamo mettendo sotto la stessa etichetta fenomeni molto diversi?
La mia risposta sarà doppia. Sì, senz’altro si assiste a un’ondata di destra piuttosto radicale, anche se le sfumature sono molte. Il fenomeno è generale, ma a seconda dei Paesi, del tipo di elezione, della natura del regime e delle forze in campo produce risultati diversi. Il fenomeno è accentuato dal predominio di quella che Gramsci avrebbe definito «egemonia culturale», cioè dal predominio del modello socialdemocratico, fatto proprio anche dalle forze centriste o della destra moderata. Si è dunque prodotto quello che gli anglosassoni chiamano un backlash, una forte reazione da parte di chi giudica questo modello superato e inadeguato alla situazione presente. Ma questa ondata non è uno tsunami che distrugge tutta l’eredità del passato o che sia in grado di cancellare tutte le conquiste democratiche. Stiamo assistendo a una battaglia sui valori e sulle istituzioni e probabilmente, dopo questa fase febbrile, emergerà un nuovo equilibrio. Difendere la democrazia non significa difendere anche le imperfezioni che si sono sviluppate nel corso del tempo.
Il populismo di vent’anni fa poteva apparire come una protesta anti-establishment trasversale, perfino ingenuamente democratica. Oggi in Europa si è identificato soprattutto con la destra nazionalista e sovranista. Che cosa è successo nel frattempo?
L’etichetta «populista» è stata applicata quasi a tutti i movimenti di protesta, per esempio in Italia alla Lega di Bossi o al Movimento 5 Stelle, che sono movimenti molto diversi. Entrambi volevano cambiare il sistema politico italiano, ma in pratica l’unico elemento che li accomunava era l’opposizione alla «casta», alle élite al potere. Su quasi tutto il resto avevano visioni divergenti sulle soluzioni da dare ai problemi del Paese. Quello che unisce quasi tutti i movimenti populisti è la debolezza delle loro ideologie. La crescita della destra radicale – e in alcuni casi della sinistra estremista, come in Francia – è dovuta alla sua capacità di cavalcare la protesta sociale, offrendo un progetto complessivo di riforma organizzato intorno a un’ideologia forte, espressa da un leader carismatico. È questa la chiave cruciale: il leader che fa da tramite fra le attese popolari e un’ideologia che esprime in modo semplice, brutale, una politica antisistema. Il modello fu inventato da Berlusconi: essere un critico radicale del sistema e, nello stesso tempo, essere alla guida del governo.
C’è una frase sulla quale vorrei provocarla: la democrazia migliora perché viene continuamente sfidata. È ancora vero? Dove passa il confine tra una sfida che costringe la democrazia a correggersi e una sfida che finisce invece per eroderne le istituzioni?
La parola democrazia esprime realtà molto diverse. La democrazia dell’inizio del XX secolo ha poco a che fare con quella di oggi. I germi democratici che esistevano, per esempio, dopo il 1918 in Italia o in Germania non furono abbastanza forti da germogliare e svilupparsi, contrariamente a quanto accadde dopo il 1945. Vedremo come la democrazia americana, dopo il periodo di Trump, sarà capace non soltanto di riparare i danni, ma soprattutto di reagire correggendo gli errori del passato. Pensare che la democrazia americana tornerà semplicemente a essere quella di prima sarebbe un doppio errore: innanzitutto perché Trump ha messo il dito su problemi reali, anche se le soluzioni proposte sono sbagliate; in secondo luogo perché, come aveva già sottolineato Tocqueville nel 1835 in «La democrazia in America», la democrazia sopravvive se sa riformarsi e adattarsi alle sfide del tempo.
Uno dei grandi equivoci contemporanei riguarda la sovranità: chi vince le elezioni tende a rivendicare il diritto di realizzare integralmente la volontà della propria maggioranza. Ma una democrazia vive anche di Costituzioni, giudici, opposizioni, stampa indipendente e corpi intermedi. Come si ricostruisce oggi l’equilibrio tra questi due principi?
Sì, questo è il grande malinteso del populismo, che definisce la democrazia come un sistema spontaneista in grado di soddisfare la volontà di un popolo unanime. Ma questo approccio è completamente sbagliato: il popolo, concepito come una realtà unica e univoca, non esiste da nessuna parte. Gli individui hanno idee e interessi molto diversi, che possono forse riunire una maggioranza, ma mai l’unanimità. Questa realtà comporta degli obblighi: non soltanto convincere il maggior numero possibile di cittadini della bontà di questa o quella proposta – era la funzione dei partiti –, ma anche rispettare l’opinione di chi è contrario. Anche questa minoranza ha dei diritti. È così che si è realizzata la democrazia: attraverso un matrimonio, a dire il vero inaspettato, fra sovranità popolare e liberalismo politico, che pone al centro i diritti fondamentali. La democrazia popolare finisce nella dittatura e il liberalismo puro in un individualismo egoistico, distruttivo del senso della società e della comunità. La democrazia è una combinazione pragmatica che deve adattarsi all’evoluzione delle società. I sogni di purezza, qualunque essi siano, finiscono in incubi terribili.
Oggi l’Europa considera disinformazione, interferenze straniere e minacce ibride anche come problemi democratici e sta costruendo strumenti comuni di difesa. Ma come può una democrazia proteggersi dai propri nemici senza correre il rischio di restringere il pluralismo che dovrebbe difendere?
Tutto è questione di misura e di moderazione. Le democrazie devono difendersi dagli attacchi interni ed esterni per garantire la propria sopravvivenza, ma queste misure non devono essere prese soltanto da un uomo o da un esecutivo, senza le garanzie offerte dai controlli politici e giuridici. Lo vediamo oggi in due situazioni che sembrano molto diverse, ma che in realtà non lo sono poi così tanto. In Russia Putin ha schiacciato tutti gli organi che potrebbero frenare le sue decisioni, anche quelle più sbagliate. È una dittatura camuffata da false apparenze democratiche. In America Trump è stato eletto democraticamente, ma tutti gli elementi di equilibrio interni alla Costituzione sono stati messi fra parentesi dalla prepotenza di un partito – o, piuttosto, di un uomo – che controlla tutte le istituzioni incaricate di bilanciare un potere «imperiale».
Infine c’è la dimensione geopolitica. Un’Europa incapace di garantire autonomamente la propria sicurezza può essere anche politicamente sovrana? In altre parole: oggi la difesa della democrazia europea passa anche dalla capacità dell’Europa di diventare potenza?
Sì, l’Europa deve diventare non soltanto un mercato unico, ma anche uno spazio culturalmente e politicamente «unito nella diversità». Nel lungo periodo dovrebbe diventare una potenza, altrimenti rimarrà un conglomerato di nani da giardino. Questo non significa diventare una potenza militare aggressiva, ma un’organizzazione capace almeno di difendersi e di scoraggiare gli appetiti dei grandi predatori che cercano di dominare il mondo.




