All’indomani del clamoroso successo dell’Afd è all’ordine del giorno il tema di come arginare l’avanzata di una formazione di estrema destra che non ha alcun timore ad appalesare – nelle biografie di molti suoi esponenti, anche di primissimo piano, nei suoi programmi, nelle sue parole d’ordine – le proprie simpatie per il nazismo.
Evidentemente non che tutti i suoi elettori si rifacciano all’esperimento hitleriano, o manifestino espliciti rimpianti per un passato che ha visto produrre immani tragedie ed orrori. Le motivazioni del consenso acquisito dal partito di Alice Wiedel, Tino Krupalla e Björn Höcke vanno ricondotte ad una molteplicità di fattori: le frustrazioni derivanti da condizioni economiche e sociali di deprivazione e marginalità, il sentimento d’insicurezza dovuto all’immigrazione e alle paure che ne derivano, la sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali e una rabbia diffusa verso le élites, la ricerca di protezioni e la «sindrome del nemico», il disorientamento etico e civile, il cumulo di problemi irrisolti della riunificazione tedesca.
Il rifiuto della politica, lungi dal tradursi in una sorta di fuga o di ritirata si è tradotto in mobilitazione contro il sistema vigente imputato di spreco di risorse, di privilegiare gli immigrati, un sistema da sovvertire ed abbattere. Da qui l’affidamento a nuovi leader. Un fenomeno non solo tedesco, ma che va interessando molteplici Paesi d’Europa, e per limitarci all’Occidente, esploso con il successo di Donald Trump negli Stati Uniti. Resta il fatto tuttavia che la connotazione neonazista dell’Afd non ha in alcun modo impedito che si sia convogliato a suo favore l’insieme delle motivazioni sopra richiamate.
Ebbene ritenere che si possa invertire il trend attraverso misure di ordine giuridico-penale e l’adozione di norme discriminatorie nei confronti dei partiti antisistema, nel caso specifico l’Afd, è semplicemente inconcepibile, oltre che impraticabile data la dimensione del consenso acquisito. Le contraddizioni sotto il profilo democratico già emerse col Radicalenerlass – il decreto sulle formazioni radicali del 1972 durante il cancellierato di Willy Brandt col quale si richiedeva la dimostrazione di fedeltà all’ordinamento costituzionale per i funzionari della pubblica amministrazione – e col Berufsverbot – la preclusione professionale a carico soprattutto dei comunisti del Dkp e della Sinistra radicale – stanno lì a dimostrare il rischio di mettere in crisi gli stessi principi liberali, al di là del fatto che quando si rispetta la legge ciascuno può pensare, fare e dire ciò che ritiene.
„Bei den nächsten Wahlen werden die Menschen der AfD, also uns, der Alternative für Deutschland, einen klaren Regierungsauftrag geben, um eine andere Politik möglich zu machen.“ pic.twitter.com/DemnFVM1iX
— Alice Weidel (@Alice_Weidel) September 11, 2026
Insomma vede nel giusto Yves Mény, il noto studioso di populismo, quando osserva che «in genere l’eliminazione della febbre non sradica la malattia», così come spezzare il termometro non ne cancella i sintomi. Senza contare l’effetto di martirizzazione per l’Afd, con quel che ne conseguirebbe se si procedesse col metterla fuori legge. Altra questione è quella del Brandmauer – letteralmente «il muro tagliafuoco» –, del cordone sanitario, della barriera invalicabile tra i partiti democratici tradizionali e le forze dell’estrema destra: la tesi secondo la quale non si devono fare alleanze o stringere accordi con formazioni radicali antisistema.
In questo caso il tema è tutto politico e rimanda al cuore del problema, cioè alla evoluzione in corso di alcune democrazie che stanno trasformandosi in post-democrazie a partire da processi sempre più diffusi di crisi della loro legittimazione, di quanto è alla base del riconoscimento dell’ordine invalso, di ciò che lo giustifica sul piano democratico e morale.
Ebbene la prospettiva da perseguire deve essere tesa ad un sostanziale cambio di rotta sui fronti aperti e più conflittuali alla base del crollo di fiducia e dello scontento sociale, in modo che la difesa della democrazia non venga percepita come la tutela e la preservazione degli interessi di una classe politica fattasi casta cui si contrappone «la vera democrazia del popolo».
In Germania peraltro la dimensione identitaria, Völkisch, per ascendenze storiche, l’ideologia di un popolo come comunità – Heimat –, etnico-culturale, rimangono estremamente forti e l’aver rilanciato questo tema costituisce un’ulteriore fattore di presa da parte dell’Afd su significativi settori di opinione pubblica per i quali il senso di appartenenza, a fronte della globalizzazione e delle sue mancate promesse, vale ancora come rassicurazione e certificazione di sé.




