Democrazia fragile, la lezione di Bobbio e il saggio di Yves Mény

Si presenta dopodomani, alle 17.30 nella sede della fondazione Calzari Trebeschi in piazza Paolo VI, il saggio di Yves Mény «Fragilità della democrazia»
Paolo Corsini

Paolo Corsini

Editorialista

Yves Mény
Yves Mény

Si presenta dopodomani, mercoledì, alle 17.30 nella sede della Fondazione Calzari Trebeschi di piazza Paolo VI (cortile del Broletto) il saggio di Yves Mény «Fragilità della democrazia» (Morcelliana, pagine 192, euro 16). Moderati da Sara Bignotti, vicedirettrice editoriale di Morcelliana, dialogano il curatore Carlo Muzzi, caporedattore del Giornale di Brescia, e Paolo Corsini, presidente dell’Istituto Parri, di cui pubblichiamo un intervento sul tema.

Norberto Bobbio tempo fa ha sostenuto che «la democrazia moderna è nata come un insieme di promesse che non sono state mantenute. Ma non si tratta di promesse tradite: si tratta piuttosto di promesse che non potevano essere mantenute, se non parzialmente».

Una constatazione, la sua, di tipo strutturale, in quanto la democrazia lascia prefigurare un sistema di convivenza in cui si pratichi partecipazione, si realizzi eguaglianza e sia effettivo il controllo del potere: obiettivi che nei fatti si realizzano in modo solo incompiuto, sempre attraverso mediazioni e regole che rendono il potere compatibile con la libertà e nel contempo pongono chi lo gestisce nella condizione di non abusarne. Come a dire che il principio liberale è il presupposto del principio democratico. L’uno e l’altro vivono e cadono insieme: libertà, diritti e governo delle leggi.

Ebbene questo quadro di riferimento teorico si misura oggi con una realtà che appalesa molteplici fattori di crisi democratica: il ritorno delle guerre anzitutto – postnazionali, ibride, asimmetriche, ai civili, neocoloniali, terroristiche, persino a rischio del nucleare –, aspirazioni neoimperiali, nuovi nazionalismi, fondamentalismi e radicalismi religiosi, solo a volgere lo sguardo a livello internazionale, cui si accompagna sul piano europeo il deficit di legittimazione democratica della Ue a sua volta insidiata dalla presenza di quelle che, con un ossimoro, si è ormai soliti definire «democrazie illiberali».

Né il panorama economico-finianziario può lasciare tranquilli quanto al grado di compatibilità democratica solo a considerare la mercatizzazione della democrazia, l’affermazione del turboliberismo, la finanziarizzazione selvaggia. La diffusione delle culture della rabbia e le politiche della paura a fini di controllo dell’opinione pubblica, la propagazione delle postverità, della bubble democracy e, in parallelo, la crisi delle agenzie educative sono anch’essi fenomeni che incidono negativamente sulla qualità della convivenza democratica.

Essa è messa altresì a dura prova da correnti ideologiche, da movimenti e partiti, da processi sociali che ne inficiano profondamente principi e valori: dal «gentismo» al populismo, dall’elitarismo oligarchico al securitarismo neorazzista, dal comunitarismo escludente al sovranismo, al darwinismo sociale, al negazionismo climatico, sino alle teorizzazioni più recenti che assegnano all’intelligenza artificiale il compito di governare il mondo. Né sul piano istituzionale mancano esperimenti di ingegneria costituzionale che si prefiggono la personalizzazione del potere, una sua appropriazione patrimoniale, la prevaricazione sugli organi di garanzia.

I processi in corso investono tanto la dimensione della rappresentanza quanto quella della legittimità, due categorie al cuore della democrazia liberale. La prima è sempre più minata da una crisi di sfiducia tra rappresentante e rappresentato; la seconda è sempre più fluida sino al punto di rischiare l’evanescenza della sua forma legale-razionale oggi alle prese con una progressiva istituzionalizzazione della leadership carismatica, oltre che con processi di distorsione e di manipolazione dovuti all’indebolimento dei partititi sempre meno strumenti di legittimazione democratica.

A tutto questo si aggiunge – così Yves Mény –, che «il privato si sostituisce al pubblico, il singolare al collettivo, l’individualismo al comunitario, il self al together, l’egoismo alla solidarietà, il narcisismo al dono di sé». Viene consolidandosi un costume che fa perno sull’autocompiacimento, facendo alla fine scomparire lo stesso individuo a vantaggio di uno solo. Dunque un quadro da post democrazia, di governi a legittimazione popolare passiva, vale a dire un sistema in cui le forme di esercizio del potere rischiano di alterare la democrazia liberale rappresentativa. Per tornare a un libro di Bobbio che ha fatto epoca è perciò doveroso porsi l’interrogativo su quale democrazia battersi per recuperare i suoi fondamenti. Da nessun demiurgo infatti mai potrà venire una risposta in grado di assicurare una convivenza autenticamente democratica.

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