Uno dei compiti principali della storiografia è quello di provare a conoscere e ricostruire il passato, per fornire ai contemporanei gli strumenti di analisi del presente. In parallelo corre la memoria, fondamentale per vivificare ciò che è stato tramite un continuo atto civile, politico e morale. Ora spostiamoci in Russia, «un Paese dove il passaggio di potere tra il precedente regime, l’Unione sovietica, e quello attuale, guidato da Putin, è evidente: c’è infatti una forte continuità, pur a fronte di slogan e simboli mutati».
A dirlo è padre Fiorenzo Emilio Reati, attualmente superiore al convento francescano di San Gaetano a Brescia e noto in città per il suo impegno nel sociale, che proprio nel grande Paese eurasiatico ha trascorso 24 anni – dal 1990 al 2014 – come parroco della chiesa del Sacro Cuore a San Pietroburgo e professore di teologia nel seminario cattolico della metropoli russa.

«Ciò che ho visto in quegli anni, con la fine sulla carta dell’Urss e la nascita di una nuova forma statale, non lo auguro a nessuno – spiega –. Mi ha però permesso di comprendere come funzionano le leve del potere putiniano». Quello stesso potere che nel 2014 ha deciso di espellerlo dalla Russia a causa di un libro nel quale, tramite un’attenta analisi documentale, ha ricostruito la vita e la morte di 614 preti cattolici uccisi dal Kgb. E il volume «La lunga ombra del Gulag. Vita e morte del lager sulle isole Solovki» (Arca Edizioni) sarà presentato mercoledì 23 settembre, alle 20.30 nella chiesa di San Gaetano in via Callegari 6 a Brescia, in dialogo col giornalista Mario Pari.
Padre Reati, come nasce questo libro?
«Nasce da un episodio avvenuto nella mia parrocchia, rimasta chiusa per decenni per volontà dell’Urss e da me riaperta. Qui la mia sacrestana novantenne mi raccontò di Epifano Akulov, sacerdote che, rifiutandosi di obbedire all’ordine del Kgb di chiudere la chiesa, il 27 agosto 1937 venne fucilato mentre diceva messa. Ho visto le gocce di sangue rappreso sulla tovaglia che copre l’altare».
Ha poi scoperto che quella di Akulov era solo una delle tante storie simili.
«Il tema ha acceso il mio interesse,sia come cristiano di fronte a un martirio sia per il valore di queste vicende come esempi di virtù civile. Sono così riuscito a entrare, pagando profumatamente, negli archivi del Kgb. Qui ho trovato altre 613 vicende, molte delle quali legate al Gulag delle isole Solovki. Ho avuto accesso alle pratiche originali, le ho stampate e poi tradotte dal russo. Così è nato il volume, nel quale si riportano anche vite e morti di intellettuali di quegli anni, cristiani e non».
Un lavoro storico ma anche di memoria.
«Lo reputo un dovere morale e di responsabilità perché, come lasciato scritto da un prete poi fucilato dal Kgb su un foglietto nascosto in cella, “tacere di noi è ucciderci una seconda volta”».
Diceva che trova continuità tra la vecchia Urss e l’attuale potere di Putin.
«Assolutamente sì. Un esempio su tutti: oggi formalmente il Kgb non esiste più. C’è per l’Fsb, che in sostanza è la stessa cosa. Non è solamente un tentacolare organo di polizia ma anche un'enorme impresa statale che controlla banche, imprese e che ha in mano l’economia del Paese. La guerra in Ucraina si inserisce in questo contesto».

Cosa intende?
«Ciò che è successo e succede in Ucraina orientale, nel Donetsk e nel Luhansk, è frutto di una precisa volontà finanziaria. In queste regioni, ricche di materie prime come carbone, petrolio e terre rare, gli ex dirigenti del Kgb hanno investito enormi quantità di denaro. Dopo il crollo dell’Urss e l'ingresso di queste aree all’interno dei confini dell’Ucraina indipendente, questi interessi economici sono stati lesi. Non siamo di fronte perciò a una guerra con motivazioni ideologiche ma a un conflitto di occupazione. È una guerra neocoloniale».
Lei è stato “invitato” a lasciare la Russia per il suo libro, che è stato anche vietato. C’è oggi dissenso nel Paese?
«A differenze di quanto si racconta sì, c’è: pensi che nel 2014 andai con una decina di madri sotto al Cremlino per chiedere a Putin di cessare il conflitto. Le proteste ci sono ancora oggi, soprattutto tra i giovani, ma il potere le zittisce. Ho molti amici che per le loro idee contro la guerra si trovano in carcere. Inoltre il principale partito non filo-putiniano, Yabloko, è stato escluso dalle elezioni della Duma dello scorso 20 settembre».
Si torna quindi alla memoria, inscindibilmente legata alla responsabilità.
«Io ho deciso di pubblicare il libro in russo e per questo sono stato costretto a lasciare un Paese che amo profondamente. Non mi sono piegato, perché a volte è necessario pagare di persona per ciò che riteniamo giusto e in cui crediamo. Purtroppo questo principio è ampiamente disatteso, in un momento di abbassamento tensione etica quale quello attuale».




