Opinioni

Per l’Italia una politica estera a sovranità condizionata

Se in passato c’era strategia, oggi pare che il Paese si muova sulla base di momentanei tornaconti
Paolo Corsini

Paolo Corsini

Editorialista

Giorgia Meloni con Donald Trump al G7 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giorgia Meloni con Donald Trump al G7 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Che cosa dire della politica estera italiana, in un tempo caratterizzato da globalizzazione, interdipendenza e fenomeni transnazionali? L’imperativo è di essere protagonisti, al fine di evitare isolamento e emarginazione dai giochi che contano determinando gli equilibri del potere. Per quanto riguarda il nostro Paese due sono state le tradizionali direttrici della politica estera: l’atlantismo e l’integrazione europea cui si è accompagnata un’avvertita consapevolezza della nostra collocazione mediterranea, soprattutto in relazione alle tensioni del Vicino Oriente e a quelle che, dopo la caduta di Gheddafi, dilaniano la Libia. Dunque una politica estera di indubbio respiro strategico, non legata a pure convenienze immediate.

L’impressione che si ricava oggi è, invece, quella di un Paese che si muove sulla base di momentanei tornaconti. Un’Italia condizionata da quella ideologia sovranista che, puntando sulla rinazionalizzazione della politica, inevitabilmente la porta più in competizione che non a svolgere un ruolo di cooperazione collaborativa.

Procediamo con ordine a partire dalle relazioni atlantiche. Qui scontiamo un’accentuata subalternità a Trump che le recenti scaramucce con il leader mondiale della destra non riescono minimamente a scalfire, sia a motivo di una sostanziale consonanza ideologica – l’«occidentalismo» dello scontro di civiltà –, sia perché un’Italia fortemente riluttante ad una prospettiva europeista, retta su di una integrazione comunitaria, mette a nudo la propria debolezza: «L’Europa è contestata come vincolo» – così un autorevole osservatore – accettata come fonte di risorse, ostacolata come spazio di costruzione politica». Ne è una comprova la contrarietà all’estensione del voto a maggioranza qualificata in settori chiave quali la difesa, la fiscalità, la stessa politica estera e di sicurezza comune, continuamente sottoposti al rischio della paralisi, sino all’impotenza: la cartina al tornasole sulla quale misurare tutta la retorica del «nazionalismo europeista».

Altrettanto significativo il caso di Gaza. Anche qui l’allineamento a Trump e al governo israeliano. Al di là dell’enfasi sull’impegno a fronte della crisi umanitaria e dei richiami a Netanyahu, nessuna adozione di misure sanzionatorie come documentano il voto espresso nell’occasione del dibattito a Bruxelles sulla sospensione dell’accordo di associazione con Israele e i tentativi di delegittimare la Corte penale internazionale dopo i pronunciamenti da essa adottati. Senza contare il mancato riconoscimento dello Stato palestinese e il caso paradossale di un’Italia che partecipa alla «Conferenza per la soluzione a due Stati», senza aver mai adottato la scelta che ne costituisce la premessa.

A tutto questo si aggiunge da un lato l’ambiguità, a dir poco, di fronte all’«Onu privata» di Trump – il Board of Peace –, dall’altro la riduzione dell’apartheid imposto in Cisgiordania a questione interna di Israele. Quanto all’aggressione russa all’Ucraina va riconosciuta una linea di politica estera coerente, ma segnata da intermittenza che vede il governo italiano ora partecipare, ora scomparire dai tavoli in cui i «volenterosi» si spingono ad ipotizzare una missione internazionale di interposizione tra i contendenti.

Evidentemente un equilibrismo che deve pagare un duplice scotto: non rompere con un Trump sempre più ostile all’Europa e non entrare in rotta di collisione con Salvini, notoriamente simpatizzante di Putin e pure «pacifista». Infine l’immigrazione e l’Africa. Recentemente N. Di Rienzo è intervenuto a proposito del «Piano Mattei», l’iniziativa «bandiera» del governo italiano, promossa in termini di securitizzazione del fenomeno migratorio: «L’Africa come spazio di gestione del rischio» dal quale tuttavia è escluso il tema fondamentale del governo democratico di Paesi in cui sono negati i diritti fondamentali da parte di élites autoritarie e corrotte. Esse utilizzano i flussi migratori come strumento di pressione e di ricatto.

Per concludere: l’enfasi con cui si esalta il peso che l’Italia oggi deterrebbe nello scenario internazionale risponde più ad un obiettivo propagandistico che all’effettiva realtà. Da qui la necessità di una svolta nel segno di una recuperata autonomia, di un ruolo all’altezza di una tradizione dagli illustri precedenti: dagli Accordi di Roma a Sigonella all’ingresso nell’Euro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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