Il politologo Parsi: «Trump primo presidente antiamericano della storia Usa»

Nel suo nuovo libro «Contro gli imperi» lo studioso sostiene che l’attuale presidente starebbe sistematicamente distruggendo le basi su cui gli Stati Uniti hanno costruito negli anni la propria egemonia
Damiano Palano

Damiano Palano

Editorialista

Il presidente Usa Donald Trump
Il presidente Usa Donald Trump

«Give me back the Berlin Wall / Give me Stalin and St. Paul / I’ve seen the future, brother: it is murder». A più di trent’anni dalla sua pubblicazione, «The Future» di Leonard Cohen continua a esercitare un fascino quasi profetico. In quei versi corrosivi e malinconici si condensa qualcosa di più di una premonizione poetica: la sensazione di un’epoca che ha smarrito le proprie promesse, il tramonto dell’ottimismo post-1989, la percezione che il futuro non coincida più con il progresso ma con una possibile regressione verso la violenza, il conflitto, il disordine.

È precisamente contro questa percezione – e contro le sue possibili derive politiche – che si indirizza il nuovo libro di Vittorio Emanuele Parsi, «Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale», edito da Bompiani. Il volume si configura come il nuovo capitolo di una riflessione che il politologo milanese porta avanti da lungo tempo, il cui tassello principale è per molti versi «Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale», uscito nella prima edizione nel 2018 (Il Mulino). In quel libro, apparso nel pieno della prima presidenza Trump, Parsi offriva una diagnosi lucida della fragilità dell’ordine internazionale emerso dopo il 1945 e ridefinito dopo il 1989.

Fuori rotta 

Il punto di partenza era l’idea che, a partire dagli anni Ottanta, l’ordine internazionale liberale fosse stato progressivamente eroso e sostituito da un ordine globale neoliberale, nel quale si era progressivamente incrinato l’equilibrio fra capitalismo e democrazia politica. Il vascello su cui l’Occidente si era imbarcato dopo la Seconda guerra mondiale era stato portato fuori rotta, e lungo quella rotta si stagliava minaccioso un iceberg dalle molte facce.

Il politologo Vittorio Emanuele Parsi
Il politologo Vittorio Emanuele Parsi

«Contro gli imperi» riprende quel discorso e lo aggiorna alla luce della seconda presidenza Trump. Se «Titanic» descriveva le molteplici minacce all’ordine liberale, il nuovo volume individua con maggiore nettezza il principale agente della sua decomposizione: gli stessi Stati Uniti, o più precisamente il trumpismo come progetto politico consapevole e coerente. La tesi più forte è condensata in una formula provocatoria: Donald Trump sarebbe «il primo presidente antiamericano della storia degli Stati Uniti».

La ragione è spiegata con grande chiarezza: Trump starebbe sistematicamente distruggendo le basi su cui gli Stati Uniti hanno costruito la loro egemonia, aggravando il declino relativo della propria superiorità materiale con il deliberato deterioramento della propria legittimità come guida dell’ordine internazionale.

Per Parsi, l’egemonia americana non si è infatti mai basata soltanto sulla forza materiale: nel secondo dopoguerra ha funzionato perché si fondava su un equilibrio fra potenza e autolimitazione, su un sistema nel quale Washington accettava vincoli e istituzioni multilaterali in cambio di una leadership duratura. È invece questo assetto che il trumpismo starebbe smantellando, con una rottura netta rispetto al passato.

Sguardo in Russia 

Se gli Usa di Trump sono uno degli imperi contro cui il libro si scaglia, il secondo è ovviamente la Russia di Putin, interpretata peraltro come una minaccia esistenziale per l’Europa. Secondo Parsi, la guerra contro l’Ucraina non è un conflitto regionale, bensì una «guerra costituente»: un evento che inaugura un ordine internazionale differente, nel quale il ricorso alla guerra di aggressione torna ad essere uno strumento legittimo di politica estera. La deterrenza smette allora di apparire un residuo della Guerra fredda e torna a configurarsi come una necessità politica.

Il presidente russo Vladimir Putin
Il presidente russo Vladimir Putin

Nell’auspicio di un’Europa più consapevole del proprio ruolo internazionale e della priorità della sicurezza, Parsi si allinea alla posizione in più occasioni espressa, fra gli altri, da Mario Draghi. Pur con tutte le sue fragilità, l’Ue rappresenta infatti per Parsi l’unico esperimento politico capace di opporre un modello alternativo: una possibile «res publica» del XXI secolo, fondata sulla certezza della legge, sulla tutela dei diritti e sul rifiuto della sopraffazione.

L’Europa

Ma proprio per questo, argomenta l’autore, l’Europa dovrebbe rinunciare alle proprie illusioni e acquisire una piena consapevolezza strategica. Sui tempi e sui modi con cui l’Ue e il Regno Unito decideranno di imboccare la strada di una più intensa collaborazione sul piano militare le questioni aperte rimangono però ancora molte. Nel nuovo contesto di emergenza continuano peraltro a rimanere senza risposta anche molte delle domande che Parsi poneva in «Titanic».

Se certo è evidente il ruolo di Trump nella crisi dell’ordine internazionale liberale, non si può dimenticare che quella crisi nasceva da processi strutturali profondi: l’esaurimento della globalizzazione neoliberale, la finanziarizzazione dell’economia, le crescenti disuguaglianze, il logoramento interno alle democrazie occidentali. In «Titanic», Parsi vedeva nella rivitalizzazione della democrazia e dell’uguaglianza il modo per rifondare su basi nuove l’ordine liberale.

Ma non è nel frattempo diventato più chiaro quali potrebbero essere le basi politiche su cui incardinare questo progetto, in un contesto in cui i partiti appaiono sempre più svuotati di iscritti e privi di fiducia, mentre lo squilibrio fra democrazia e mercato sembra tutt’altro che essersi ridotto. Il riarmo del Vecchio continente è certo possibile e la sua necessità strategica può essere difesa con argomenti seri, anche se i tempi che si profilano non sembrano brevi. Ma, in un simile quadro, quali soggetti politici e sociali potranno davvero sostenere il rilancio del progetto europeo? E possiamo essere sicuri che l’Europa, travolta da nazionalismi e sovranismi vecchi e nuovi, abbia gli anticorpi per sottrarsi all’infezione bellicista?

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