Opinioni

Putin vuole testare la tenuta della Nato

Fino a pochi mesi fa gli Stati Uniti ritenevano improbabile che Mosca provocasse direttamente l’Allenaza atlantica mentre era ancora impegnata in Ucraina. Ora non più
Giovanni Cadioli

Giovanni Cadioli

Editorialista

Vladimir Putin - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Vladimir Putin - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

A prima vista, l’idea sembra assurda. Dopo quattro anni di guerra in Ucraina, la Russia ha subito circa 1,4 milioni di perdite tra morti e feriti e continua sempre meno terreno con sempre maggiore difficoltà. Eppure valutazioni dell’intelligence Usa ritengono possibile che Putin tenti nei prossimi anni un attacco limitato contro un paese NATO. Non una nuova invasione su scala ucraina, ma qualcosa di molto più ambiguo e quindi, paradossalmente, più pericoloso.

Gli scenari studiati a Washington vanno da un grande attacco informatico all’impiego di uomini armati senza insegne, fino a una piccola incursione sul fianco orientale dell’Alleanza. Il periodo di rischio indicato va dall’autunno 2026 al 2029. La possibilità di un attacco terrestre resta bassa, ma cresce con il tempo. È cambiata soprattutto una valutazione: fino a pochi mesi fa gli Stati Uniti ritenevano improbabile che Mosca provocasse direttamente la NATO mentre era ancora impegnata in Ucraina. Ora non più.

Il motivo non è che la Russia sia abbastanza forte da battere la NATO. È quasi il contrario. Putin potrebbe avere interesse a trasformare una posizione difficile in Ucraina in una sfida politica ancora più aperta all’Occidente. Il vero obiettivo sarebbe dimostrare che l’Articolo 5 — l’impegno per cui un attacco contro un paese NATO è un attacco contro tutti — non funziona davvero. Basterebbe occupare per poche ore una zona di confine, provocare una crisi nei Baltici o colpire un’infrastruttura con mezzi difficili da attribuire con certezza. Se gli alleati esitassero, la vittoria russa sarebbe soprattutto politica.

È questo che rende pericolose anche le provocazioni minori. A fine luglio un missile da crociera russo è caduto in Polonia. In Romania, dopo ripetute violazioni dello spazio aereo, F-16 dell’alleanza Atlantica hanno abbattuto tre droni russi in tre giorni. L’intelligence lituana sostiene inoltre che Mosca stia valutando provocazioni con droni ucraini catturati, così da attribuire a Kyiv la responsabilità. Nessuno di questi episodi prova che il Cremlino abbia deciso di attaccare la NATO. Mostrano però quanto sia facile creare incidenti nei quali intenzione, responsabilità e risposta restano inizialmente incerte.

A questa ambiguità si aggiunge una vulnerabilità americana. Gli Stati Uniti hanno consumato grandi quantità di missili e intercettori prima sostenendo l’Ucraina e soprattutto poi combattendo nelle fallimentari guerre contro l’Iran. Contro Teheran e a difesa di Israele e delle petro-monarchie del Golfo sarebbero stati impiegati oltre mille missili Patriot, riducendo fortemente le scorte. Anche Stinger, ATACMS e altri sistemi essenziali sono sotto pressione. Washington può ancora combattere, ma deve dividere risorse limitate tra Europa, Medio Oriente e soprattutto il Pacifico, dove la priorità resta la Cina e dove l’esercito USA aveva dovuto sguarnire posizioni cruciali come quelle in Corea del Sud per rafforzare lo sforzo conte l’Iran.

Qui sta il possibile calcolo di Putin. Un attacco limitato potrebbe apparire militarmente irrazionale ma politicamente conveniente se Mosca ritenesse improbabile una risposta americana. Donald Trump ha più volte chiesto agli europei di assumersi una quota maggiore della propria difesa, ma serviranno anni per sostituire molte capacità oggi garantite dagli Stati Uniti. Per il Cremlino, quindi, la finestra più favorevole potrebbe aprirsi non quando la Russia sarà più forte, ma quando la NATO apparirà più incerta.

Questo non significa che una guerra Russia-NATO sia imminente. Significa però che la deterrenza dipende meno dalla superiorità militare complessiva che dalla certezza della risposta. La Russia non deve credere di poter sconfiggere la NATO. Le basta credere che, davanti a un piccolo attacco studiato per restare sotto la soglia della guerra aperta, gli alleati possano discutere abbastanza a lungo da trasformare pochi chilometri di territorio in una crisi esistenziale per l’Alleanza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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