Nel febbraio del 1955, a Baghdad, nel confronto strategico tra Occidente e Unione Sovietica, il Medio Oriente vide nascere uno dei suoi primi grandi sistemi di sicurezza multilaterale. Il Patto nacque da un’intesa tra Turchia e Iraq, alla quale si affiancarono poi Gran Bretagna, Pakistan e Iran. Sulla carta era un sistema regionale di cooperazione e difesa; nella sostanza rientrava nella strategia di contenimento sovietico lungo il fianco meridionale dell’URSS. Gli Stati Uniti non ne furono mai membri formali, ma ne sostennero l’impianto politico e strategico.
La configurazione originaria ebbe vita breve: la rivoluzione del luglio 1958 travolse la monarchia hashemita e provocò l’uscita dell’Iraq. L’alleanza però sopravvisse e, trasferito il centro operativo ad Ankara, dal 1959 proseguì come Central Treaty Organization, mantenendo la funzione di cintura strategica tra Mediterraneo orientale, Medio Oriente e Asia meridionale.
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Settantuno anni dopo, la differenza è decisiva: Turchia, Pakistan e Arabia Saudita restano partner degli Stati Uniti, ma il nuovo accordo di mutua difesa siglato il 7 agosto alla Mecca è stato costruito senza Washington. Non è una rottura con l’America, bensì il tentativo di affiancare una capacità regionale alla sicurezza garantita dall’esterno. Per questo la formula Nato islamica ormai ricorrente è fuorviante. Non soltanto perché il nuovo dispositivo non possiede la struttura istituzionale o l’integrazione militare dell’Alleanza Atlantica; ma anche perché trasferisce automaticamente una categoria nata dall’esperienza strategica occidentale a una realtà costruita secondo logiche differenti. L’aggettivo islamica è altrettanto problematico.
La comune appartenenza religiosa non costituisce il fondamento politico dell’accordo e non cancella le profonde differenze negli interessi dei tre Paesi. La chiave interpretativa deve essere piuttosto la complementarità strategica, non l’identità. Per l’Arabia Saudita, il patto rappresenta anzitutto una forma di diversificazione della sicurezza. Riyadh rimane strettamente legata a Washington, ma aggiunge un ulteriore livello di deterrenza fondato sulle capacità di due potenze differenti e complementari. La Turchia offre una consistente capacità convenzionale e un’industria della difesa avanzata; il Pakistan aggiunge forze armate numerose, esperienza operativa e lo status di potenza nucleare.
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Per una monarchia che lega la propria trasformazione economica alla stabilità delle infrastrutture e delle rotte del Golfo, ampliare gli strumenti di deterrenza significa ridurre la vulnerabilità senza rinunciare al rapporto privilegiato con gli Usa.
Per la Turchia, il beneficio è strategico, geopolitico e industriale. Già protetta dall’appartenenza alla Nato, non cerca un ombrello alternativo, ma una maggiore autonomia e proiezione verso il Golfo e l’Asia meridionale, coerentemente con una politica estera che prova a combinare ancoraggio occidentale e libertà d’iniziativa regionale. La relazione con Riyadh offre capitali e un grande mercato all’industria della difesa turca, sempre più orientata all’esportazione. Islamabad rappresenta invece un partner con cui sviluppare produzioni congiunte e cooperazione tecnologica, e nel contempo estende la presenza turca verso l’Asia. Ankara rafforza così il proprio ruolo di potenza di raccordo tra spazi strategici differenti, senza mettere in discussione la collocazione atlantica. Non è una scelta di campo, ma una moltiplicazione delle opzioni.
Al Pakistan, il patto offre peso internazionale e profondità strategica. Islamabad consolida il rapporto con i sauditi e mette a disposizione capacità militari rilevanti per la sicurezza del Golfo, anche in chiave anti-iraniana. Per un Paese esposto a fragilità economiche, il legame saudita significa investimenti, energia e sostegno finanziario; quello con Ankara favorisce invece l’accesso a tecnologie e nuove potenzialità industriali nel settore della difesa. Il nuovo triangolo consente inoltre al Pakistan di proiettarsi oltre la sua dimensione sud asiatica e di accrescere il proprio margine di manovra tra Stati Uniti, Cina e Golfo, evitando di dipendere da un solo sistema di relazioni. È proprio questo incastro di interessi a costituire insieme la forza e il limite del patto. Una deterrenza più credibile può aumentare il costo di un’aggressione e favorire la stabilità. Iran e Israele potrebbero però leggere la nuova alleanza come un mutamento dell’equilibrio e reagire rafforzando capacità militari e partnership.
È il classico dilemma della sicurezza: ciò che rassicura chi entra nell’alleanza può allarmare chi ne resta fuori. È anche in questo senso che il patto mette in mora il vecchio paradigma della sicurezza mediorientale, fondato sulla centralità del garante esterno. Da Baghdad alla Mecca, la sicurezza della regione non è più soltanto affidata alle grandi potenze, ma sempre più costruita dagli attori regionali, determinati ad ampliare i propri margini di autonomia strategica.




