Stretta nella tenaglia geopolitica formata dalla Russia di Putin e dagli Stati Uniti di Trump, l’Unione europea oggi si interroga sull’eventualità di un nuovo allargamento. L’allargamento non è più soltanto una politica dell’Ue: sta tornando a essere una politica di sicurezza dell’Ue. Esigenze geopolitiche, in primis: quell’idea per cui alcuni spazi vadano occupati prima che lo faccia qualcun altro. Ma, al contempo, anche esigenze funzionali, perché l’Unione ha una struttura di per sé intrinsecamente incrementale, ovvero, da un certo punto di vista, deve continuare a crescere per reggere l’urto. Nonostante poi la vulgata parli dell’ingovernabilità dei 27, vincolati da decisioni all’unanimità, dimenticando sempre troppo in fretta i costi della democrazia.
Ad ogni modo, certe scelte sembrano non essere più rinviabili. Un nuovo blocco di Paesi è oggi sull’uscio dell’Unione e alcuni di essi sarebbero pronti per entrare nella famiglia europea. Sono tredici anni che nessun nuovo Stato entra nell’Ue (ma dieci anni fa se n’è andato il Regno Unito). Lo scorso 12 giugno, in occasione dell’avvio del primo cluster di negoziati di Moldova e Ucraina, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, in un inedito comunicato congiunto hanno sostenuto che «l’allargamento è una scelta strategica».
Parlando nel merito di Chisinau e Kiev hanno aggiunto: «È un riconoscimento della determinazione, del coraggio e dell'impegno profuso da entrambi i Paesi nel portare avanti le riforme, nonostante le enormi difficoltà. Ed è un segnale che l’offerta di pace, stabilità e opportunità dell’Ue non ha eguali».
Nuovo slancio
Il processo di allargamento dell’Unione europea si è sviluppato a ondate (ricordiamo l’ingresso di 10 Paesi nel 2004) e oggi ha ritrovato uno slancio che non conosceva da almeno quindici anni. Nell’ultimo pacchetto sull’allargamento, la Commissione europea ha indicato l’ingresso di nuovi Stati membri come una delle principali priorità politiche dell’Unione e considera l’adesione di nuovi Paesi sempre più a portata di mano. Un’accelerazione che si inserisce in un contesto internazionale segnato dalla guerra in Ucraina, dalle minacce alla sicurezza europea e dalla necessità per l’Ue di rafforzare il proprio peso geopolitico.
Il quadro che emerge è dunque quello di un allargamento che procede a velocità differenti. Montenegro, Albania, Ucraina e Moldova rappresentano il gruppo di testa, mentre Serbia, Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina devono superare ostacoli politici e istituzionali rilevanti. Kosovo e Turchia presentano situazioni ancora diverse, mentre la Georgia si è progressivamente allontanata dal percorso europeo. La prospettiva di nuovi ingressi entro il 2030 è comunque tornata nell’agenda dell’Unione.
Candidati
Più o meno vicini alla meta, ecco i 10 Paesi che si sono avvicinati all’Unione. Sei di essi sono nei Balcani.
Il Montenegro è uno dei Paesi più avanzati nel percorso di integrazione. Podgorica si è posta l’obiettivo di concludere i negoziati di adesione entro la fine del 2026 (mentre è ufficialmente membro Nato dal 2017). Per la Commissione si tratta di un traguardo raggiungibile, purché venga mantenuto il ritmo delle riforme e continui a esistere un ampio consenso politico interno sull’integrazione europea. Peraltro, il Montenegro utilizza l’euro come moneta ufficiale dal 2002, decisione presa unilateralmente senza un vero accordo con la Bce (prima utilizzava il marco).
Anche l’Albania ha registrato progressi considerevoli. Tirana, politicamente, è appoggiata dall’Italia, che con l’Albania ha firmato accordi di collaborazione soprattutto per la gestione dei migranti (decisamente controversi). La Commissione segnala risultati soprattutto nella riforma della giustizia e nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione. L’obiettivo albanese è concludere i negoziati entro il 2027, grazie alla sponsorship italiana.
C’è poi l’Ucraina. Nonostante la guerra con la Russia sia un vincolo decisivo per l’ingresso nell’Unione, Kiev ha continuato a procedere verso l’adesione, adottando le tabelle di marcia relative allo Stato di diritto, alla pubblica amministrazione e al funzionamento delle istituzioni democratiche, oltre a un piano d’azione sulle minoranze nazionali. Kiev punta a chiudere provvisoriamente i negoziati entro la fine del 2028. Ma molte sono le incognite che pendono sulla sorte ucraina, la cui procedura accelerata è comunque frutto di una precisa volontà politica europea da parte di Bruxelles.
La Moldova è nel gruppo dei candidati che hanno fatto registrare i maggiori progressi, nonostante le minacce ibride e i tentativi di destabilizzazione. A favorire l’avvicinamento, oltre alle riforme avviate, anche l’affermazione politica di forze europeiste, sia alla presidenza sia alla guida del governo. Il primo vertice Ue-Moldova del luglio 2025 ha inoltre segnato una nuova fase nei rapporti tra le due parti. Il governo moldavo punta alla chiusura provvisoria dei negoziati nei primi mesi del 2028. Una scadenza impensabile fino a qualche anno fa, quando il Paese era sotto la sfera d’influenza russa, anche per la presenza della Transdnistria su parte del suo territorio.
For 13 years, the club of EU nations has admitted no new members — and amid geopolitical instability and great-power competition, pressure is growing to open the gates again. But is the bloc serious about letting in new members? https://t.co/pqhbZdc0eh pic.twitter.com/ivhFCBmGeT
— Financial Times (@FT) August 7, 2026
La Macedonia del Nord è invece in una condizione più complessa. Da un punto di vista tecnico, Skopje ha proseguito in maniera spedita il lavoro sulle riforme dello Stato di diritto, della pubblica amministrazione e delle istituzioni democratiche e sul piano per la tutela delle minoranze. Sarebbe pronta a entrare, ma sconta altre opposizioni. La Macedonia del Nord ha cambiato la propria bandiera nel 1995 e poi il proprio nome nel 2019 per risolvere le dispute storiche con la Grecia, salvo poi vedere la propria adesione all’Ue bloccata dalla Bulgaria, che pretende il riconoscimento dei bulgari nella Costituzione macedone. Skopje non intende farlo e, di conseguenza, la candidatura resta in stallo.
In Bosnia-Erzegovina, la crisi politica nella Republika Srpska e lo scioglimento della coalizione di governo hanno compromesso il percorso europeo del Paese, limitando fortemente l’attività riformatrice. Sarajevo ha comunque presentato nel settembre 2025 il proprio programma di riforma alla Commissione.
Il Kosovo è un potenziale candidato, ma non è ancora uno Stato a tutti gli effetti. Il sostegno dell’opinione pubblica al percorso europeo rimane elevato, ma i ritardi nella formazione delle istituzioni dopo le elezioni politiche del febbraio 2025 hanno frenato le riforme. La Commissione chiede una maggiore collaborazione fra i partiti e il ritorno delle riforme europee al centro dell’agenda politica. Resta inoltre decisiva la normalizzazione dei rapporti con la Serbia.
C’è poi la Turchia: Ankara rimane formalmente un Paese candidato e un partner fondamentale dell’Unione, ma il negoziato di adesione è fermo dal 2018. Al momento la Turchia sembra più proiettata nel ruolo di potenza regionale e referente del mondo arabo; Erdogan continua a professare una politica estera all’insegna del panturchismo.
La Serbia presenta un quadro decisamente più problematico. Le proteste di massa iniziate nel novembre 2024, la crescente polarizzazione politica e sociale e lo scontento per la corruzione e la mancanza di trasparenza hanno contribuito a rallentare sensibilmente il processo di riforma. Pur riconoscendo alcuni sviluppi positivi e un certo miglioramento nell’allineamento alla politica estera e di sicurezza comune dell’Ue, la Commissione chiede a Belgrado di superare lo stallo nel campo della giustizia e dei diritti fondamentali e di invertire il regresso registrato nella libertà di espressione e nella libertà accademica. Il vero nodo è però la posizione filorussa.
Infine, la Georgia: il Consiglio Ue aveva già stabilito nel 2024 che il processo di adesione fosse di fatto fermo e, secondo la Commissione, da allora la situazione è ulteriormente peggiorata. Bruxelles denuncia un «grave regresso democratico», l’erosione dello Stato di diritto e forti restrizioni dei diritti fondamentali, dello spazio civico e delle libertà di espressione e di riunione. Il giudizio politico è particolarmente netto: la Commissione considera ormai la Georgia «un Paese candidato solo di nome». Tbilisi si è riavvicinata alla Russia e l’Europa, in questo momento, ha deciso di «abbandonarla» al proprio destino: non ci sono spazi politici di manovra per riaprire i negoziati.
Come un elastico
Oltre ai dieci Paesi già citati, ce ne sono altri due che hanno un rapporto faticoso con l’Unione, fatto di avvicinamenti e allontanamenti, quasi fosse un elastico. Innanzitutto l’Islanda, che il 29 agosto prossimo avrà un referendum per decidere se riprendere o meno il percorso di adesione. I negoziati per l’accesso all’Unione erano stati avviati nel 2009 in risposta alla crisi finanziaria globale, ma poi sospesi nel 2013 e ufficialmente interrotti nel 2015 su richiesta di Reykjavik. A seguito delle elezioni parlamentari di novembre 2024, il nuovo governo di coalizione guidato da Kristun Frostadóttir ha concordato di indire un referendum nazionale sull’opportunità di avviare i negoziati entro il 2027. Sullo sfondo del referendum figurano le minacce del presidente Usa Trump di prendere la Groenlandia, così come la guerra in Ucraina e la necessità di aumentare la cooperazione energetica. Motivi che, negli ultimi mesi, hanno avvicinato di nuovo l’Islanda a Bruxelles. Secondo un sondaggio pubblicato lo scorso giugno dall’emittente televisiva islandese Ruv, il 53,4% degli elettori si è dichiarato favorevole alla riapertura dei negoziati di adesione, mentre il 46,9% si è detto contrario.
The head of the National Electoral Commission says it is not in a position to judge if rules were adequate before #Iceland's #EU accession talks #referendum was called.https://t.co/LnRIrGJ9Wc
— RÚV English (@RuvEnglish) August 6, 2026
A seguire da vicino l’esito della consultazione islandese c’è la Norvegia. Già per due volte i norvegesi hanno respinto l’idea di avviare il percorso per la candidatura all’Unione europea: nel 1972 (il no si attestò sul 53,5% e il sì al 46,5%) e nel 1994 (finì 52% a 48% a favore del no). Ma, a distanza di trent’anni e dopo tre generazioni dall’ultima votazione, i tempi potrebbero essere maturi per un nuovo referendum e, per questa ragione, si guarda con interesse a ciò che succederà in Islanda. Oltre a essere nello Spazio economico europeo, Oslo, dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, ha accresciuto il proprio ruolo di fornitore di petrolio e gas all’Europa, approfondendo contemporaneamente la cooperazione nel campo della difesa e della sicurezza. Insomma, se l’Islanda dirà sì alla ripartenza dei negoziati con Bruxelles, si aprirà un dibattito anche in Norvegia.




