Non c’è dubbio che le prossime consultazioni di Midterm saranno un giudizio su Donald Trump. Il cittadino americano dispone di tutti gli elementi per valutarne l’operato. Riepiloghiamo dunque i dati salienti di un mandato che ha prodotto evidenti sconquassi. A cominciare dalla politica interna: stretta sull’immigrazione, divieto di ingresso da alcuni Paesi, limiti al diritto di cittadinanza, misure di deportazione che hanno contrassegnato una svolta rispetto all’amministrazione Biden, della quale è stata messa in discussione soprattutto la politica economica, con drastiche riduzioni della spesa federale attraverso il Dipartimento per l’efficienza governativa affidato a Elon Musk nonché riduzioni accompagnate dal licenziamento di decine di migliaia di dipendenti.
Né meno drastiche le scelte compiute nel campo della politica universitaria e scolastica sino al punto di porre in discussione la libertà della ricerca, di spingere molti docenti a riparare all’estero e di non consentire la permanenza negli atenei statunitensi degli studenti stranieri. A questo si aggiungano le iniziative volte a punire università in cui sono state assunte posizioni critiche nei confronti del governo israeliano e a sostegno della causa palestinese.
Il Dipartimento federale dell’istruzione è inoltre stato chiuso con il trasferimento ai singoli Stati delle sue competenze e si è decretato di non finanziare le scuole che richiedono la vaccinazione anti-Covid, nel quadro di una politica sanitaria che, oltre ad accentuare il suo carattere selettivo, a tutto vantaggio del privato, si è concretizzata per un forte pregiudizio antiscientifico.
Sul piano culturale in presenza di una vera e propria ossessione nei confronti dell’ideologia woke, i programmi concernenti «diversità, equità e inclusione» sono considerati nocivi, così come con dichiarata ostilità sono avversate le teorie antirazziste.
The President promised to end what had been a quarter century of forever wars in the Middle East. Now the U.S. is mired in an intractable conflict of his own making. https://t.co/iETjgyrd8q
— The New Yorker (@NewYorker) July 17, 2026
Quanto alla politica estera Trump ha aperto una permanente guerra commerciale imperniata sui dazi, individuando due principali bersagli - la Cina e l’Europa «parassita» - in un alternarsi continuo di posizioni tali da sottoporre a pressione la stabilità dei mercati e il debito pubblico americano. Negando il cambiamento climatico, la sua Amministrazione ha ritirato gli Usa dagli Accordi di Parigi e nel contempo ha messo a rischio la vita di enormi moltitudini uscendo dall’Organizzazione mondiale della sanità e sospendendo gli aiuti all’Agenzia umanitaria. Un fallimento si è rivelata la promessa di porre rapidamente fine al conflitto russo-ucraino, rispetto al quale Trump ha assunto una linea che ha indebolito le difese del Paese aggredito e rafforzato il ruolo geopolitico di Putin.
Quanto alla questione israelo-palestinese ha subìto l’iniziativa di Netanyahu, mostrando una palese subalternità poi replicata nel caso dell’attacco congiunto all’Iran foriero di devastanti conseguenze. Né alcuna transizione democratica è stata ottenuta in Venezuela dopo la rimozione di Maduro, visto che il tycoon si è mostrato interessato soprattutto al controllo delle risorse petrolifere. Di recente la pressione su Cuba, con la paventata minaccia di accompagnare all’embargo un intervento militare sull’isola. Accanto ad una palese volubilità che tuttavia fa seguire alle intenzioni dichiarate un interventismo certamente praticato, Trump caratterizza la propria presidenza con alcuni precisi connotati, a partire dal securitarismo della «National Security Strategy».
Essa vale sia per la vita interna che per il posizionamento internazionale, teso a sottrarre influenza alle «potenze nemiche dell’emisfero occidentale»; l’aggiornamento della dottrina di Monroe con un corollario: il contrasto alle «istituzioni globalizzate» e gli Stati Uniti come «poliziotto dell’intero continente americano»; la pretesa di una sovranità che rifugge dal multilateralismo eleggendo i rapporti di potenza a regola delle relazioni; la saldatura in una nuova internazionale nera con i leader dell’ultradestra mondiale; un protezionismo che tuttavia non è in grado di sottrarsi al processo di globalizzazione; un liberismo guidato da una tecnocrazia dalle grandi ambizioni; un nazionalismo populistico a forte base razziale; un tradizionalismo culturale e di matrice religiosa – qui una delle motivazioni della polemica contro Leone XIV – e un antintellettualismo dalle forti venature antiscientifiche; un conservatorismo privo di radici in precisi filoni di pensiero e infine un’aperta ostilità al principio di uguaglianza e all’universalismo dei diritti. Insomma la lontananza siderale da un modello consolidato di democrazia liberale.




