È trascorso il 52° della strage di Piazza della Loggia. «La» strage, così l’ha definita Miguel Gotor, storico tra i maggiori esperti di stragismo, ospite a Brescia per le celebrazioni. Assurta a simbolo civile non solo bresciano ma nazionale per la sua risonanza, per la durata delle indagini, per la complessità degli intrichi di Stato e dei depistaggi istituzionali che hanno caratterizzato gli anni di Piombo.
Con varie declinazioni: dalle stragi italiane di Piazza Fontana (1969), dell’Italicus (1974), di Bologna (1980), di Ustica (1980), a quelle europee, diverse e affini. Ha compiuto 37 anni la strage di Lockerbie, «l’attacco terroristico più grave, più sanguinoso della storia del Regno Unito», scrive Giorgio Zanchini nel suo ultimo libro («Lockerbie», Laterza, pp. 152, euro 16). Inizia ricordando due ragazze conosciute qualche giorno prima, i cui destini furono spezzati: una salì a bordo del volo Pan Am 103 e perse la vita, l’altra si salvò. Destini separati da un’esplosione. Corpi feriti a un soffio dai corpi illesi.
Quali sono i loro nomi, le loro storie? Chi resta ha il dovere di raccontarlo. È questo il senso del volume di Giorgio Zanchini, testimone indiretto dell’attentato, il quale decide di riprendere il filo della memoria, mai interrotta, e darvi dignità in forma scritta. Ciò che accomuna la narrazione delle stragi è il “caso”: cieco rispetto ai nomi delle vittime, rispetto a mandanti, motivazioni, interessi. Ma restare ciechi, menzionare numeri e non persone, accontentarsi della propaganda e lasciare andare la verità, è come essere complici del “grande gioco”.
Hannah Arendt
«La tragedia cominciò – scrive Hannah Arendt – quando divenne chiaro che non c’era nessuna mente pronta a ereditare e mettere in discussione, a meditare e ricordare», rendendo anche il «male estremo» del tutto casuale e normale. Può essere questa una attenuante? Per il reo colpevole e per chi rifiuti di capire e restituire la verità? Se tollerabile è l’oblio che inghiottisce il nome delle vittime, intollerabile è quello che avvolge l’identità dei mandanti, attraverso processi infiniti, ricostruzioni ambigue e contraddittorie.
Antidoto è la memoria, privata e pubblica, esercitata da Zanchini mettendo al servizio del racconto la sua competenza giornalistica, di chi si è trovato a far cronaca anche diretta di atti terroristici. Il 21 dicembre 1988 alle ore 19.02 il Boeing 747-121 in volo da Londra a New York esplose sopra la cittadina di Lockerbie, in Scozia. Morirono 270 persone. Fra queste v’era Sophie, la ragazza inglese che l’autore, ventunenne, aveva conosciuto nell’enoteca di Parigi Willi’s wine bar. Il riflesso della sua figura, del suo sorriso, dei capelli chiari, rimastogli impresso, con la notizia della sua morte nell’attentato si trasforma in ossessione e poi si indirizza nella ricerca che fa da sfondo a questo libro-inchiesta, basato su documentari, articoli, saggi, testimonianze, indagini personali.
Dal giorno dopo la catastrofe, l’informazione inizia a mischiarsi alla controinformazione: sulla Bbc si discute di pista libica, palestinese, iraniana; viene fuori il nome di Gheddafi e la minaccia di armi chimiche. Si parla della bomba, di un cielo che prende fuoco, di corpi morti e feriti sui tetti delle case. Ma anche di avvertimenti che non furono resi pubblici, per volontà politica. Si insinua il dubbio che la vita della gente comune valga di meno di quella delle alte cariche, e che esista una gerarchia di valore nella narrazione delle stragi e nei loro risarcimenti materiali e morali che perdura nella storia.
Per quale motivo l’attentato del 7 gennaio 2015 al Charlie Hebdo di Parigi, con 17 morti, sconvolse l’opinione pubblica globale mentre la strage di Baga in Nigeria, nello stesso giorno, con centinaia di morti rimase inenarrata? Certo, il male è banale, nella sua esecuzione, e radicale, come osservava Kant, nella sua esistenza. In tutti i casi resta al singolo la libertà di ripararlo, anche solo con la memoria.



