Dalla Rai a Provaglio d’Iseo, Giorgio Zanchini parlerà d’informazione

Giorgio Zanchini, noto volto del programma televisivo «Quante Storie» (Rai3) e voce storica di Rai Radio1, sarà ospite oggi del Monastero di San Pietro in Lamosa a Provaglio d’Iseo, alle ore 17.30, con un intervento su «Il coraggio della buona informazione». Nel recente libro autobiografico (se è vero che i libri che scegliamo dicono chi siamo), intitolato «La libreria degli indecisi» (Mondadori), si trova incastonata, tra parole e racconti dei più grandi cantautori e scrittori, una citazione di Pascal: «Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo».
I libri e le storie ci rendono meno soli e più felici?
Credo sia quello che è successo a me, ma non pretendo sia una massima universale. Anche sulla felicità, vorrei essere prudente: qualche volta succede, mica sempre. Il punto è che la lettura è una specie di solitudine abitata. Siamo in compagnia di personaggi e di autori che ti aiutano a capire meglio le cose, il mondo, te stesso. E nel mondo contemporaneo, così rumoroso, così iperstimolante, una solitudine abitata, un silenzio abitato, mi sembrano una bella cosa.
Quale che sia il punto di partenza e il mezzo scelto (libro o stampa, cartaceo o digitale), ogni lettore è un viaggiatore come altri, eppure il viaggio compiuto è solo il suo. Chi è dunque il lettore ideale? Nell’incontrare molti autori e lettori l’ha scoperto?
Non lo so, è molto difficile rispondere. Il pubblico, i lettori sono imprevedibili, spesso più preparati di te e spesso scoprono cose che tu stesso non avevi capito, ti aiutano a interpretare, leggere, leggerti, e le critiche fanno bene. È questa la mia esperienza del pubblico, gli incontri.
Una esperienza di conduzione capace di scardinare le barriere tra giornalismo e cultura: qual è il segreto per parlare di libri di approfondimento senza far dileguare i propri lettori/ascoltatori, ma nemmeno svilirne il contenuto?
È una definizione troppo generosa: non sono certo il primo, ho imparato molto da due delle persone con cui ho lavorato, Piero Dorfles e Marino Sinibaldi, loro sì che hanno scardinato. Dipende molto dai contesti, comunque. È più facile parlare di libri senza svilirli su Radio3 che su un canale generalista, così come su un inserto culturale che su una rivista nazional-popolare. Quello che conta è l’approccio, lo sguardo, prendere sul serio tutto, analizzare, connettere con la realtà quotidiana, spiegare, dal festival di Sanremo ai sonetti di Shakespeare.
E l’immaginazione che ruolo ha?
Sono un po’ in difficoltà a rispondere a questa domanda perché non mi ritengo una persona molto creativa. Non saprei creare, inventare nuovi format, o immaginare un giornale, una trasmissione; sono più un diligente esecutore, almeno spero. Però un’idea ce l’ho: puntiamo sulla curiosità. Più cose ascolti, leggi, guardi più si attiva l’immaginazione, intesa come capacità di pensiero.
Chi per mestiere pubblica contenuti è accomunato da un compito/responsabilità: informare e selezionare. È ancora possibile esercitare questa funzione editoriale nella complessità in cui ci troviamo, nella rapidità dei flussi e disintermediazione tra autore e pubblico?
È molto più difficile, perché nell’ecosistema mediatico-informativo di oggi l’industria editoriale ha solo un parziale controllo dei percorsi delle informazioni. Ognuno va dove vuole, non c’è più una gerarchia riconosciuta come nel ‘900. Spesso è l’informazione a cercarti attraverso le notifiche dettate da misteriosi algoritmi; tutto è molto più inintenzionale. La rete ha ampliato l’accesso, ha reso tutti potenzialmente produttori di contenuti. È una conquista, è un processo che ancora saluterei come emancipatorio. Ma credo anche che servano filtri affidabili, mediatori capaci di selezionare, verificare, contestualizzare. La responsabilità editoriale oggi consiste meno nel controllare l’accesso e più nell’orientare i flussi, costruire bussole, di nuovo attivare spirito critico.
Stasera si parla di informazione: ci vuole più coraggio o fantasia nell’esercitare la professione?
Direi entrambe. È una professione che la rivoluzione digitale ha reso molto più debole, ma sono in generale i mediatori ad essere in difficoltà. Il paradosso è che si “consuma” molta più informazione di quando io ero ragazzo, e le fonti sono quasi infinite. Il problema è che non è semplice – nell’era degli algoritmi, della post-verità, dell’intelligenza artificiale – capire quali siano le fonti affidabili, i filtri autorevoli. Per questo serve una vera alfabetizzazione informativa nelle scuole: se non sbaglio in Cina si insegna cosa sia e come funziona l’intelligenza artificiale a cominciare dalle elementari.
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