Giornata della memoria, i film da vedere per capire meglio la Shoah

Ci sono momenti, rarissimi, in cui il cinema non si limita a raccontare una storia o la Storia e inizia a interrogarci sul presente con forza dirompente e quasi insostenibile. «La zona d’interesse» appartiene a questa categoria ristretta. È uno di quei film che non si limitano a essere ricordati, ma che continuano a lavorare nello spettatore anche molto tempo dopo la visione. Per questo il suo ritorno in sala con I Wonder Pictures, in occasione della Giornata della Memoria, dal 26 al 28 gennaio, non è una semplice riproposizione, ma un evento culturale vero e proprio. A Brescia il film sarà proiettato alla Multisala Oz martedì sera alle 21.30, per confrontarsi di nuovo con un’opera che, insieme a «Schindler’s List», «Il figlio di Saul» e pochissimi altri titoli, può essere considerata una delle più importanti mai realizzate sull’Olocausto e di questo secolo cinematografico in generale.
«La zona d’interesse»
Diretto da Jonathan Glazer, autore capace di attraversare il cinema contemporaneo con uno sguardo sempre spiazzante, «La zona d’interesse» è ispirato liberamente al romanzo omonimo di Martin Amis. Glazer fa una scelta radicale: raccontare il campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz senza mostrarlo quasi mai. Al centro del film ci sono Rudolf Höss, comandante del campo di sterminio, e la sua famiglia. Vivono in una villetta ordinata, con un giardino curato, figli che giocano e una quotidianità apparentemente serena. Quel giardino, però, confina con il muro del campo. L’orrore non è fuori scena: è fuori (e dentro il) campo. Si insinua attraverso il suono, attraverso un rumore costante che accompagna ogni gesto domestico. Spari, urla, treni, forni crematori diventano la colonna sonora invisibile di una vita “normale”. È qui che il film colpisce più duramente, trasformando quella banalità del male di cui ha parlato la storica e filosofa Hannah Arendt nel 1963, in qualcosa di profondamente disturbante.

I riconoscimenti ottenuti parlano da soli: Grand Prix al Festival di Cannes 2023, Oscar per il miglior film internazionale e per il miglior sonoro, oltre a numerosi premi e candidature in tutto il mondo. Ma ridurre «La zona d’interesse» a un elenco di trofei significherebbe tradirne il senso più profondo. Questo è un film che usa l’Olocausto per parlare del modo in cui il male si annida nella normalità, nella burocrazia, nell’abitudine a non guardare oltre il proprio perimetro. È un’opera sulla distanza tra ciò che accade e ciò che scegliamo di vedere davvero. In questo senso è come «Il bambino con il pigiama a righe», ma privato di qualsiasi filtro protettivo: non c’è l’innocenza dello sguardo infantile, non c’è consolazione, non c’è rifugio emotivo. C’è solo la constatazione fredda e implacabile di una convivenza incredibilmente possibile tra vita quotidiana e sterminio. Il film parla del passato, ma lo fa con una lucidità che inchioda il presente. Ognuno, a suo modo, anche oggi ha la sua zona d’interesse, il suo spazio protetto entro cui confinare lo sguardo, e ciò che accade dall’altra parte del muro diventa solo un rumore di fondo. Dire che si tratta di un film «necessario» rischia di sminuirlo: più semplicemente, è un film che non assolve e non consola, ma obbliga a una presa di coscienza.
I film da vedere
Sarà per forza di cose un film che ci porteremo a lungo dietro, soprattutto nelle future Giornate della Memoria, ma non è chiaramente l’unico modo nel corso degli anni con cui il cinema ha provato a raccontare la Shoah in molti modi diversi Accanto a opere universalmente note come «Il pianista» di Roman Polanski o «La vita è bella» di Roberto Benigni, esistono film altrettanto fondamentali come «Il fotografo di Mauthausen» (2018), che mostra il valore della testimonianza visiva come atto di resistenza, l’italiano «Bocche inutili» (2022), costruito sulle voci reali delle donne deportate, o «Amen.» di Costa-Gavras (2002), che interroga le responsabilità e i silenzi delle istituzioni. «La zona d’interesse» si inserisce in questo solco con una radicalità nuova, scegliendo di non mostrare l’orrore per renderlo ancora più presente. Un film che non chiede di essere guardato con distanza storica, ma ascoltato come un monito che riguarda tutti.
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