Spopolamento, in 30 anni potrebbero sparire 64 paesi bresciani
Le scuole chiudono per mancanza di bambini. Il trasporto pubblico è problematico, sporadico, sempre più faticoso e lento. Poi le banche spostano gli sportelli e i negozi iniziano a sigillare le saracinesche, lasciando sul cartello «vendesi» un numero di telefono che, nove volte su dieci, nessuno chiamerà mai. È cominciata così. E quando le famiglie se ne vanno perché mancano lavoro e servizi, chiudono altre scuole, altri bar e altre attività commerciali. Fino ad arrivare dove siamo: con il 31,2% dei Comuni bresciani che, di qui ai prossimi dieci-trent’anni (o 50, a seconda dell’indice di densità demografica), rischiano di trasformarsi in paesi fantasma. Il 31,2%: 64 su 205.
I servizi
«È una piccola missione alla quale ci si dedica con costanza per salvare il proprio territorio», racconta chi, come Giulia – 36 anni, il cuore in Valcamonica e il lavoro a Brescia – sta cercando di tenere duro e ogni mattina si alza all’alba per macinare chilometri. Lei, come i sindaci e chi sceglie di restare, combatte con un fenomeno che rapidamente sta mettendo in ginocchio le comunità. Negli studi di settore si chiama «spopolamento», ma chi lo vive non edulcora la faccenda: «Si tratta di una fuga in piena regola». Si fugge da posti meravigliosi (incastonati in un verde diffuso con cui le metropoli e i grandi centri non potranno mai competere) dove, però, non c’è lavoro. «Certo – spiega Giulia –: qui aprire un’attività è molto più semplice, ma alla fine perché dovresti aprirla se non c’è più mercato e non puoi neppure contare al 100% su un bene oggi primario come la connessione wi-fi, una linea telefonica garantita e, con la crisi climatica e in base alle zone, talvolta persino l’acqua o la corrente? Senza contare i servizi minimi: i medici, gli ambulatori, gli asili, le scuole».
Perché si va via
Insomma, c’è una Brescia minore (per dimensioni) che lotta per non sparire. Nel silenzio di strade deserte, il vento diventa la voce dell’assenza. La voce di chi è partito, per forza o per desiderio, per cercare fortuna (o servizi) altrove. I numeri e le percentuali elaborati dall’ultimo aggiornamento dello studio condotto quest’anno da PoliS-Lombardia non tengono infatti conto solo del calo demografico ma anche della «grande fuga» dettata principalmente dall’assenza dei servizi e dalla distanza dal lavoro (o dalla capacità di raggiungerlo in tempi e con mezzi efficienti). Tutti fattori che, combinati tra loro, hanno fatto sì che la popolazione residente nelle aree interne si sia ridotta dell’11%.
I livelli di rischio
Qualche dato in più: in Lombardia sono 265 i Comuni colorati di rosso e bollati come «ad alto rischio spopolamento» (il 18% del totale), 32 quelli bresciani. L’identikit è nitido: 64 abitanti per km quadrato (rispetto ai 418 della media regionale), tasso di crescita medio annuo (tradotto: il rapporto tra nati e morti) «fortemente negativo» (-11 per mille) e tasso migratorio medio annuo (rapporto immigrati-emigrati) non in grado di compensare il calo demografico complessivo. A queste si aggiunge una ulteriore caratteristica: la composizione per età, giudicata «allarmante». Anche in questo caso, una cifra per capire: ogni cento giovanissimi (0-14 anni) c’è una presenza di 346 over 65enni (significa almeno tre anziani per ogni giovane), con una popolazione in età lavorativa che arriva al 50%.
C’è poi una seconda platea di territori incasellata nella categoria «a rischio moderato»: a livello regionale si tratta di 255 aree (sono 32 quelle bresciane) che – si legge nella ricerca – «seppur presentino segnali meno preoccupanti rispetto a quelli ad alto rischio, si posizionano per tutti gli indicatori in svantaggio rispetto alla media» e con punteggi assai più vicini a quelli delle zone colorate di rosso.
I Comuni a rischio
Entrando più nel dettaglio, Brescia al momento non è la provincia messa peggio, ma il trend è decisamente negativo. Incastrati nella zona rossa ad alto rischio ci sono ben 32 Comuni: Valli e alto Garda in primis, con Ponte di Legno che è diventata sempre più meta di seconde case. E altrettanti Municipi (32, il 16% delle Amministrazioni totali) albergano nella fascia del rischio moderato, con più di qualche sorpresa: dal «bordo città», come il caso di Collebeato, a Salò e Gardone Riviera. Ma ci sono anche i piccoli che «resistono», remando controcorrente: nonostante nei dieci anni precedenti sembravano destinati a un esodo inesorabile, sono riusciti per ora a non scivolare in zona rossa Ceto, Collio, Bione, Preseglie, Pezzaze, Mura, Longhena e Malegno.
Per ricostruire il tessuto sociale dei piccoli comuni è necessaria una programmazione seria di medio periodo: a chiederla, ormai da anni, è l’Uncem (Unione nazionale comuni comunità enti montani). Ma – ribadisce Giulia – «occorrono soprattutto politiche che salvaguardino i servizi essenziali e utili come asili e scuole, politiche che favoriscano la mobilità», investendo in mezzi pubblici veloci e sicuri. E, forse, un pizzico di sana concorrenza con il capoluogo non guasterebbe: «Offrire soluzioni abitative a costi accessibili, potrebbe essere un buon modo per incoraggiare i giovani a restare o a trasferirsi».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.
