Più soldi alla sanità, ma meno risorse rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese. È il paradosso della Manovra 2027: il Fondo sanitario nazionale continua a crescere, fino a raggiungere i 148,2 miliardi di euro nel 2029, ma il suo peso sul Pil scende al 5,87%, il livello più basso di sempre. A mettere in luce la contraddizione è la Fondazione Gimbe, che ha passato al setaccio il testo della Legge di Bilancio bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato. «Il Fondo sanitario raggiunge il valore più alto di sempre – osserva il presidente Nino Cartabellotta –, ma dietro gli annunci di questo nuovo record si nasconde una realtà ben diversa: la quota di ricchezza del Paese destinata alla sanità torna a diminuire».
La manovra, secondo Gimbe, non risponde né alle richieste del ministro della Salute Orazio Schillaci né a quelle delle Regioni e rischia di chiudere la legislatura senza un vero rafforzamento strutturale del Servizio sanitario nazionale. Una preoccupazione condivisa dai sindacati bresciani.
Modello universalistico a rischio
«Il quadro che emerge per il territorio bresciano delinea un Sistema sanitario locale stretto tra il definanziamento strutturale e un dualismo sempre più marcato tra pubblico e privato», è il commento di Nadia Lazzaroni (Fp Cgil Brescia). Il timore principale riguarda «la tenuta dei servizi di prossimità e del modello universalistico: con risorse insufficienti a coprire i costi reali e l’inflazione, le aziende ospedaliere pubbliche rischiano di subire un progressivo impoverimento, faticando a garantire il turnover e a trattenere medici e infermieri». «Questo alimenta il timore di un’ulteriore contrazione dell’offerta pubblica – soprattutto nei presidi periferici e di valle della provincia – a vantaggio del comparto privato accreditato, accentuando il rischio di una sanità a due velocità in cui l’accesso alle cure rapide dipenda sempre più dalla capacità di spesa del cittadino».
Il tutto in un contesto caratterizzato dal forte disagio del personale, «schiacciato da carichi di lavoro insostenibili, da un burnout diffuso e da un divario contrattuale e salariale che spinge molti professionisti ad abbandonare il servizio pubblico. La combinazione di questi fattori – prosegue Lazzaroni – rischia di tradursi non solo in liste d’attesa croniche e pronto soccorso sotto pressione, ma anche in una stagione di conflitto sociale e mobilitazione sindacale a difesa della dignità del lavoro e del diritto alla salute nella nostra provincia».
Salute per chi se la può permettere
È critico anche Mario Bailo, segretario provinciale della Uil, che nella Manovra vede ben poco da salvare. «L’unica nota positiva, almeno stando alle anticipazioni, è il mantenimento della detassazione sugli aumenti contrattuali e sui premi di risultato».
Ma è soprattutto sul fronte sanitario e sociosanitario che si concentrano le sue preoccupazioni: «Si investe di più nella sanità privata e meno in quella pubblica. Ci chiediamo quindi se il Governo, al di là dei proclami, voglia davvero tenere in piedi il Servizio sanitario nazionale o preferisca puntare sempre più sul privato come modello di eccellenza». Il rischio, avverte Bailo, è che si allarghi ulteriormente il divario tra chi può permettersi di pagare le cure e chi, invece, è costretto a rinunciarvi.
Liste d’attesa
Entra nel dettaglio delle misure annunciate Tatiana Vezzini (Cisl Fp Brescia), che pone l’accento sul rischio di interventi insufficienti a rendere più attrattive le professioni sanitarie: «Sono previsti più fondi per le indennità di pronto soccorso e per ridurre le liste d’attesa. Ma investire soltanto su alcuni settori non basta: si finisce per chiedere di lavorare di più a chi è già in servizio, senza rendere la professione più appetibile. Servirebbero invece aumenti degli stipendi attraverso i rinnovi contrattuali. È vero, in un anno sono stati rinnovati due contratti, ma le retribuzioni restano tra le più basse d’Europa».
La situazione è ancora più critica nella sanità privata e nelle Rsa, dove, ricorda Vezzini, i contratti sono fermi rispettivamente da otto e 14 anni. «Anche quando lo Stato aumenta i finanziamenti al privato accreditato, le risorse vengono destinate all’offerta di prestazioni, senza alcun vincolo che ne imponga l’utilizzo a favore dei dipendenti». E c’è anche un nodo territoriale: «Aumentare l’offerta sanitaria a Brescia è positivo, ma bisogna garantire che siano i bresciani a beneficiarne, non semplicemente chi, da qualsiasi parte della Lombardia, riesce a prenotare per primo attraverso il Cup regionale».
Sindacati in piazza
Intanto i sindacati si mobilitano per chiedere modifiche alla manovra. La Cgil ha proclamato uno sciopero generale per il 20 novembre, accompagnato da una manifestazione a Brescia, con ritrovo alle 9 alla fermata della metropolitana di San Faustino. La Cisl ha invece organizzato tre manifestazioni in Italia: quella del Nord si terrà il 7 novembre a Genova, all'insegna dello slogan «Patto che unisce». L'obiettivo è portare all'attenzione del Governo una serie di proposte concrete per modificare la legge di Bilancio, con particolare attenzione alle politiche attive del lavoro, ai salari, al welfare e alle pensioni.
Medici di famiglia
Sposta invece l’attenzione sulla sanità territoriale Giovanni Gozio, medico di famiglia e vicepresidente provinciale dello Snami. «I fondi del Pnrr sono stati assegnati e le Case di comunità sono state attivate. Ora la sfida è definire il ruolo dei medici di famiglia al loro interno e come integrare la nostra attività con quella degli specialisti, per garantire percorsi di presa in carico efficaci e coordinati. Nell’ultimo Comitato aziendale abbiamo iniziato a confrontarci proprio su questi aspetti».
Un tema caro anche alla Fimmg, rappresentata nel Bresciano da Angelo Rossi, che richiama l’attenzione su altre due questioni ancora aperte: i continui malfunzionamenti del sistema informatico utilizzato anche dai medici di famiglia e il rinnovo dell’Accordo collettivo nazionale. «Siamo in attesa dell’atto di indirizzo per poter avviare le trattative».
Torna infine sulla manovra Francesco Falsetti, presidente dell’Unione medici italiani che figura tra i soci di Confedit, indicando tre priorità: la fuga dei giovani, la sanità e il fisco.
«Chiederemo di portare a 5 miliardi di euro l’incremento del Fondo sanitario nazionale, destinando le risorse al personale e alle prestazioni erogate dal servizio pubblico – conclude il bresciano Falsetti – . Al momento non abbiamo programmato iniziative di protesta, ma siamo in attesa di una convocazione da parte del Governo».




